Il 26 ottobre 2024 in Georgia si sono tenute le elezioni parlamentari. Il partito al governo denominato Sogno Georgiano (più filo-russo che vicino all’occidente), ha ottenuto la maggioranza dei voti con oltre il 53%, prevalendo nelle zone rurali, mentre le principali città, tra le quali la capitale Tbilisi, sono andate all’opposizione. Proprio l’opposizione filo-occidentale, che ha raccolto circa il 38% dei voti, contesta vistosamente la legittimità del risultato. L’animosità viene dal fatto che le forze politiche più vicine alla politica europea hanno perso, impedendo dunque un avvicinamento della Georgia all’UE, alla NATO e a tutto il sistema occidentale.
Sia il Presidente della Georgia, Salome Zourabichvili, sia vari leader dell’opposizione hanno infatti rifiutato di riconoscere l’esito delle elezioni, denunciando presunte irregolarità, come l’acquisto di voti e pressioni sugli elettori, che a loro avviso compromettono il processo democratico.
Questa disputa ha ulteriormente incrinato le già tese relazioni della Georgia con entità occidentali. In passato infatti si era supposto che la nazione potesse diventare suolo europeo, per poi sospendere tuttavia l’adesione per via di leggi considerate pro-Russia e troppo autoritarie.
Il Presidente Zourabichvili ha invitato i cittadini a manifestare “pacificamente” (questo è sempre da vedere) per la trasparenza elettorale e il futuro europeo della Georgia, accusando il broglio elettorale.
Viktor Orbán, attualmente presidente di turno del Consiglio europeo, è arrivato in visita a Tbilisi insieme a tre dei suoi ministri per complimentarsi col nuovo governo della vittoria di Sogno Georgiano, sollevando non poche proteste da parte dei vertici a Bruxelles. Orbán è infatti noto per discostarsi apertamente dalle politiche sostenute da Ursula Von Der Leyen e dal resto degli stati membri.
Il secondo fronte di guerra
La Georgia sembra dunque essere una polveriera, il prossimo scenario di guerra. Certo è ancor presto per affermare la probabilità di eventi simili, ma le condizioni nelle quali si trova adesso ci ricordano molto l’Ucraina. Lo stato georgiano confina infatti a Nord direttamente con la Russia, ne segue automaticamente che un governo filo-europeo avrebbe una vita dura in questa regione; pensiamoci un attimo: cosa comporterebbe un ingresso della Georgia nell’UE, o peggio ancora nella NATO? Il posizionamento di basi militari proprio al confine con la Russia potrebbe portare ad un’altra escalation, così come è stato per l’Ucraina! E questo i leader europei lo sanno bene, ma lo sa ancora meglio la lobby del mercato bellico, la stessa che tira i fili di questa messa in scena e che tifa per “la libera scelta democratica della Georgia”. Ma di democratico non c’è proprio niente. Anche l’invasione americana dell’Iraq era stata spacciata per aiuto democratico, ma sappiamo bene che non è stato così.
Pare oltretutto che nessun leader europeo veda la Georgia come parte viva dell’Europa – di fatto si tratta di una regione culturalmente più vicina all’est che all’ovest – o sostiene che ne debba far parte. Queste proteste, palesemente sponsorizzate, non sono spontanee né supportate dall’80% della popolazione del Paese. Sono stimolate: ricordate cosa sono le Troll farm e il sistema di manipolazione delle opinioni tramite social?
Questo tentativo di rivoluzione non è cade dal cielo. È un po’ come quando si soffia sulla scintilla nel camino per accendere il fuoco: la confusione creata e volontariamente stimolata serve per far divampare il fuoco e la tensione, in modo da utilizzare la Georgia contro la Russia, cercando così di aprire un secondo fronte, un secondo “punto di ingresso”. I tumulti sono una strategia, un pretesto, non sono certo casuali.
Ciò non significa che ci sono buoni o cattivi, ma semplicemente serve per farci riflettere sulla natura dei conflitti in atto e sulla loro genesi, nella quale la cara vecchia Europa ha avuto una sua parte.


