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WikiLeaks: Svezia e UK hanno collaborato alla persecuzione di Assange

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“Indagando sul caso Assange, mi sono imbattuto in prove evidenti di persecuzione politica e grave arbitrio giudiziario, ma anche di torture e maltrattamenti attuati in modo deliberato”, così Nils Melzer, relatore speciale dell’ONU, ha motivato la sua decisione di scrivere un libro su Julian Assange, giornalista Australiano perseguito dal 2010.

Le sue colpe: aver trafugato documenti segreti della CIA, del Pentagono e della NSA (National Security Agency) le agenzie al cuore del complesso militare-industriale degli Stati Uniti. Questi documenti hanno permesso di far scoprire crimini di guerra, torture, massacri di civili innocenti, dall’Afghanistan all’Iraq, a Guantanamo. Assange ha quindi pubblicato questi documenti sul suo portale WikiLeaks, producendo grande imbarazzo per la Casa Bianca e gli Stati Uniti. 

Da quel momento in poi, Julian Assange è stato oggetto di una sistematica e inarrestabile persecuzione da parte dei governi di Svezia, Regno Unito, Ecuador e Stati Uniti.

Per prima la Svezia, che nel 2010 ha emesso un mandato di cattura per stupro basato su prove fittizie e manipolate, in collaborazione con il Regno Unito, che ha assediato l’ambasciata a Londra dove Assange si era rifugiato.

Il CPS (Crown Prosecution Service), ha quindi consigliato gli Svedesi di non interrogare Assange nell’ambasciata Inglese, bensì di richiedere l’estradizione in Svezia per gli interrogatori, che l’Ecuador avrebbe negato. Se fosse stato interrogato a Londra, il caso sarebbe stato presto risolto, e Assange sarebbe stato un cittadino libero, e si sarebbe potuto rifugiare in qualche altro stato. Richiedendo invece l’estradizione, rifiutata dall’Ecuador, la Svezia ha potuto tenere il caso di presunto stupro aperto, facendo sì che il Regno Unito potesse impedire l’uscita di Assange dall’ambasciata dell’Ecuador, tenendolo di fatto imprigionato in una paralisi legale e diplomatica dal 2010 in poi. 

Forte della cittadinanza di Assange, l’Ecuador ha quindi avuto il pretesto per trattenere Assange “assediato” dalla polizia Britannica nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, spiandolo, documentando le sue attività, e cercando di capire dove la pista delle informazioni trafugate partisse, per eliminarle. In un limbo diplomatico, Assange si è trovato impossibilitato a lasciare l’ambasciata dell’Ecuador per 7 anni, e di conseguenza è stato bersaglio di una richiesta di estradizione negli Stati Uniti, dove lo aspettano 175 anni di carcere dopo un processo durante il quale non ha potuto difendersi.

Nel 2019 l’Ecuador ha quindi espulso Assange dall’ambasciata, e da allora il giornalista è imprigionato a Belmarsh, la prigione di massima sicurezza Britannica, e contemporaneamente la Svezia ha fatto decadere le accuse di stupro a suo carico.

Prove sostanziali sono poi emerse per dimostrare come molte conversazioni tra Gran Bretagna e Svezia siano state distrutte, per nascondere la collusione tra le due forze di polizia nel perseguire Assange. L’avvocato che si è occupato di seguire il caso di stupro di Assange in Svezia ha inoltre cancellato uno scambio di email con l’FBI, di cui si ignora il contenuto.

Una cooperazione internazionale tra Svezia e Gran Bretagna che ha permesso di perseguire nei limiti della legge, avvalendosi di cavilli, zone d’ombra burocratiche e leggi internazionali, un giornalista d’inchiesta. Il tutto, nel silenzio internazionale da parte dell’Australia, patria natia di Julian Assange, e nel debole supporto dell’Ecuador, che alla fine ha ceduto alle pressioni Statunitensi. 

Ora, il 6 giugno 2023, la Corte di Appello Britannica ha rifiutato l’ultimo appello contro l’estradizione di Assange, e i preparativi per l’estradizione sono cominciati. Gli attivisti per i diritti umani Australiani, nazione di origine di Assange, hanno cercato di fare pressione sul ministro degli esteri Australiano, che ha risposto che non avrebbe fatto “diplomazia da megafono” e messo a rischio le relazioni con “il più stretto alleato” dell’Australia (gli Stati Uniti, ndr).

L’incapacità della comunità internazionale di proteggere un giornalista d’inchiesta dalle pressioni degli Stati Uniti, che per perseguirlo si sono dovuti avvalere di una legge, l’Espionage Act, del 1917, a dir poco draconica, dimostra come di fronte al desiderio incontestato di punire un atto di ribellione da parte di una delle potenze mondiali, sia la legge che la comunità internazionale si debbano fare da parte, e lasciare che uno stato punisca indisciminatamente colui che abbia osato portare alla luce i suoi scheletri nell’armadio.

L’imbarazzo mondiale è stato tale negli Stati Uniti che Mike Pompeo, direttore della CIA, aveva addirittura richiesto un piano per rapire e assassinare Assange nel 2017, dimostrando come non ci fossero limiti al desiderio di punire il giornalista Australiano.

Rimanere nell’illusione che esista una libertà di stampa, soprattutto quando si tratta di portare alla luce le malefatte di uno stato sovrano, non è possibile di fronte a prove così schiaccianti che dimostrano come la comunità internazionale si sia coordinata per punire Julian Assange.

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Rami Nazha

Rami Nazha è Direttore Commerciale di OSM Real Estate, società di consulenza in gestione d’impresa specializzata nel settore immobiliare. Dottore in Studi Internazionali, Rami è da sempre appassionato di tematiche di attualità, di storia, di geopolitica e relazioni internazionali, anche a causa delle sue origini Italo-Siriane. Questo, e il suo amore per la scrittura, che ha dato vita nel 2021 al suo romanzo d’esordio, “Germogli”, spingono Rami a cercare di essere una voce lucida e penetrante nel panorama del giornalismo d’informazione, portando analisi e approfondimenti circa il panorama internazionale dell’imprenditoria e politica.

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