Le elezioni europee del 2024, pur non prive di difficoltà, ci avevano restituito una UE ottimista, la quale guardava con speranza al futuro. L’autunno che le ha seguite e l’inverno che si sta concludendo, però, hanno ridefinito completamente questa prospettiva. L’avvenimento principale, naturalmente, è stata la rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Il miliardario sta mettendo a repentaglio decenni di collaborazione transatlantica con il suo modo imprevedibile e irruento di fare politica. Allo stesso tempo, ad altre latitudini, troviamo leader come Vladimir Putin e Xi Jinping. Questi fanno del nazionalismo il loro principale strumento di governo e vedono Bruxelles come concorrente, non come partner.
Abbiamo già evidenziato qualche settimana fa come l’UE si trovi tra l’incudine e il martello. Non sembra disporre di alcuna bussola per orientarsi all’interno della tempesta geopolitica che si sta rafforzando, senza sosta, ormai da qualche anno. Si guardi al divario di crescita. La forbice tra UE, Cina e USA si assottiglia, ma le ultime due crescono a spron battuto, seppure con ritmi e velocità differenti. L’Unione Europea procede a scatti, è discontinua. La transizione ecologica procede di pari passo a quella digitale. Si tratta di due differenti corsie della stessa autostrada verso il futuro. L’Europa non può permettersi di restare spettatrice mentre gli altri la imboccano.
Rafforzare il mercato unico e rilanciare gli investimenti
All’interno di questo panorama, l’ex premier e numero uno della Banca Centrale Europea, lo stimato economista Mario Draghi, ha pubblicato, a settembre, un report nel quale propone alcune soluzioni per rilanciare prodotti e capitali europei. Avvicinandosi alle argomentazioni di Enrico Letta, autore di un documento fresco di stampa che tratta delle prospettive future per l’UE, Draghi evidenzia come sia imperativo rafforzare il mercato unico del vecchio continente. A suo avviso, nel corso degli ultimi decenni, si sono sovrapposti vincoli e regolamentazioni, senza alcun ordine. Ciò ha frenato la crescita della produttività europea.
Se fosse possibile canalizzare il risparmio privato e direzionarlo verso l’investimento, si potrebbe trovare il modo di dare respiro alle start-up. Esse fanno molta più fatica a emergere sul territorio della UE rispetto a quanto avvenga negli States. I margini di miglioramento che stiamo riscontrando sono notevoli. In tempi recenti, si constata una maggiore disponibilità del privato a supportare le aziende. C’è però ancora troppa poca fiducia nei confronti delle idee dei giovani imprenditori. Stemperare questi dubbi, e dissipare tali perplessità, potrebbe essere il primo passo verso la riduzione di quel gap che ci vede attardati, nei confronti delle due superpotenze mondiali. Letta ne è convinto.
Al fine di recuperare il terreno perso, in termini di produttività e crescita, sarà necessario investire in maniera sostanziosa. Draghi parla di 800 miliardi di euro all’anno (ovvero il 5% del PIL dell’UE, la stessa cifra che Ursula Von Der Leyen vorrebbe dedicare al progetto Rearm Europe), la metà dei quali proveniente dal pubblico, con i quali imbastire il recupero europeo nei confronti di Stati Uniti e Cina. La bilancia geopolitica segue quella economica. Un robusto piano di finanziamenti pubblici servirebbe da volano per stimolare, direttamente, anche quelli privati.
Il periodo che stiamo vivendo mette in evidenza una trasformazione strutturale importante, la quale potrebbe sovvertire, o quantomeno modificare, buona parte del panorama economico-finanziario che conosciamo. Metamorfosi di questa scala non sono soltanto minacce, bensì anche opportunità. Occorre però saperle cavalcare e anticipare, evitando di farsi travolgere. A oggi, Bruxelles non si è ancora dimostrata in grado di tenere testa a chi fa la voce grossa.
La stagnazione dell’Unione Europea
Nel rapporto Draghi si legge:
“Tra il 2009 e il 2019 il governo degli Stati Uniti ha iniettato fondi nell’economia pari a 14 volte quello che hanno fatto i Paesi dell’Eurozona: 7.800 miliardi contro 560. […] L’area dell’euro ha sperimentato lunghi periodi in cui l’economia funzionava al di sotto del potenziale. Questa incapacità di mantenere una domanda elevata si ripercuote sulla crescita della produttività.”
Non è certo un ragionamento difficile da seguire. L’UE si è messa i bastoni fra le ruote da sola. Questa stagnazione auto-inflitta, dovuta all’insufficienza cronica di liquidità immessa nel sistema economico, è dovuta principalmente alla compressione dei salari. In Italia, questo problema è una vera e propria piaga. Sono però numerosi i Paesi europei che si trovano in una situazione simile. Dato questo aspetto, se aggiungiamo il fatto che le politiche di austerità hanno ridotto la crescita della spesa pubblica, e che la carenza di domanda è ormai cronica, ci rendiamo facilmente conto di quanto istituzioni e imprese siano distanti.
Un freno all’export
Negli ultimi 15 anni, la politica economica europea è stata trainata principalmente dalle esportazioni. Questo focus sull’export, che ha riguardato pressoché ogni Paese membro, ha inevitabilmente comportato una riduzione delle misure legate al mercato interno di ogni singolo Stato. La strategia dell’austerity, sotto il cui ombrello troviamo la compressione salariale, si deve alla volontà di aumentare la competitività di prezzo delle nostre imprese. Mentre alle nostre latitudini si sfavoriva il lavoratore, l’aumento dei salari reali negli USA è stato di quattro volte superiore a quello medio europeo, dal 2008 in avanti.
Come numerosi economisti avevano previsto, già in tempi non sospetti, una strategia basata pressochè esclusivamente sulle esportazioni difficilmente si sarebbe rivelata vincente. La vittoria di Donald Trump, e il concreto rischio dell’introduzione di dazi, hanno rappresentato una chiara conferma di tutto ciò. Già in precedenza ci si era comunque accorti che il vento tirava in quella direzione. Che la Cina sarebbe presto divenuta un concorrente, smettendo di essere un mercato di conquista, era chiaro a molti. L’Inflation reduction act, firmato da Joe Biden quando sedeva nello Studio Ovale, aveva in aggiunta già previsto di limitare le importazioni dall’Europa.
L’Unione Europea e la sua politica industriale
L’economia europea e quella mondiale sono state scosse, ultimamente, dalla sequenza di crisi geopolitiche che ben conosciamo. Queste hanno puntualmente smentito la fiducia riposta dal consumatore, e/o dal politico, nella capacità innata dei mercati di rimbalzare e ritrovare da soli il proprio naturale equilibrio.
La risposta di Bruxelles alla crescente potenza cinese e all’accelerazione imposta (almeno a parole, per ora) da Trump all’economia statunitense è stato un piano di rivitalizzazione delle sue politiche di difesa. Certo, occorre dare risposta alle minacce di possibili scontri armati futuri e rilanciare le industrie. La soluzione trovata non sembra però in linea con una transizione digitale, né tantomeno con una economica.
Svariati economisti, a cominciare da Mariana Mazzucato, hanno suggerito alla UE di giocare il ruolo dello Stato innovatore. A loro avviso, una giusta politica industriale dovrebbe puntare su tecnologie informatiche ed ecologia, aprendo coraggiosamente strade che, spesso, le imprese private non possono solcare, poiché troppo costose o limitate da vincolo burocratico. Lo Stato e le entità sovrastatali non muoiono di vecchiaia e possono permettersi di attendere un ritorno più lungo sull’esborso iniziale. Similmente, figure di questa magnitudine possono contrarre indebitamenti impossibili da ripagare per la maggior parte degli imprenditori privati.
Correggere la rotta
Attendiamo dunque stimoli economici virtuosi dai Paesi membri o dall’Unione? Armiamoci di pazienza, poiché nessuno sembra ritenere queste decisioni prioritarie. Il neo-eletto cancelliere tedesco, Friedrich Merz, chiamato a formare un nuovo governo per il suo paese, ha già affermato che le sue priorità sono la riduzione del debito e quella dei costi burocratici e del lavoro. La Germania e l’Europa devono tornare a essere competitive. Sembra però piuttosto difficile che interventi su salari e burocrazia possano in qualche modo arginare l’invasione delle merci cinesi sul territorio europeo. Almeno sul breve e medio termine.
C’è chi si mostra più dinamico, come Emmanuel Macron. Il presidente francese ha affermato che il Patto di Stabilità e Crescita è una regola obsoleta e superata. Essa impedirebbe all’Unione Europea di affacciarsi adeguatamente sui mercati internazionali. Il quadro monetario e finanziario in cui viviamo, a suo avviso, va svecchiato.
Difficile trovarsi in disaccordo con chi riconosca la necessità di riforme profonde (forse addirittura strutturali). Sembrano infatti essere quantomai necessarie per un rilancio del continente. Non dimentichiamo però che anche Macron si è dimostrato favorevole al piano di riarmo di Von Der Leyen. Non solo. Ha addirittura rilanciato lo scudo nucleare francese come strumento di difesa per l’intera Europa. Anche la sua dottrina economica per l’immediato futuro, dunque, non brilla per innovazione.


