Nessun dettaglio è ancora emerso dal piano di Trump su come gestire il conflitto in Ucraina, eppure sembra che qualcosa sia già in atto. Trapelano voci di una telefonata tra Putin e Trump, ma il Cremlino ha smentito tutto nelle recenti ore.
Se le intenzioni di Trump sono veritiere, quanto proposto nel suo programma è sicuramente un obiettivo avvincente, impegnativo e ambizioso. È tuttavia caratteristico del candidato repubblicano sparare grandi promesse in campagna elettorale per poi trovare soluzioni e aggiustare i dettagli solo una volta eletto.
Quanto è generato dalla guerra in atto è comunque una crisi umanitaria che logora non solo gli stati coinvolti nel conflitto, ma anche chi li circonda e chi li sostiene (economicamente o militarmente).
Il conflitto ha infatti molto influenzato l’Europa, stravolgendo i normali commerci energetici e alimentari. Per notarlo basti ricordare il prezzo delle bollette e del riscaldamento schizzato in alto e l’uscita di Draghi in conferenza stampa: “Volete la pace o i condizionatori accesi?”. Per non parlare poi delle sfide legate al mercato alimentare, essendo l’Ucraina uno dei principali esportatori di grano a livello mondiale.
Ma Trump punta davvero alla fine della guerra?
La sua politica vede come priorità la protezione e la valorizzazione dell’America. La sua è dunque una politica isolazionista che si estende anche nella scelta di non farsi coinvolgere in guerre lontane, le quali potrebbero costare liquidità preziosa e risorse necessarie altrove. Il fatto di allentare le tensioni tra Russia e Ucraina gli permetterebbe oltretutto di allontanare più velocemente la presenza americana tra le forze della NATO, lasciando davvero che sia l’Europa ad occuparsene (e a sostenere da sola i costi): non che ciò sia un male, ma indubbiamente si assisterebbe ad un aumento della tassazione in modo da far cassa e alimentare anche questa macchina.
Un altro motivo che spinge l’America a trovare un accordo per la pace è la preoccupazione che legame tra Russia, Iran, Cina, Corea del Nord e simili possa ancor di più rafforzarsi, creando un blocco più impegnativo da gestire a livello sia economico che politico.
Cosa invece potrebbe impedirglielo? Sicuramente il fatto che la pace non è un qualcosa che facilmente sarebbe concesso, specie con un background storico fatto di grossi investimenti nel settore bellico, di accordi di pace mandati in fumo e di ambizioni territoriali.
Perché quindi la pace non è qualcosa di semplice da ottenere adesso?
Intanto perché l’economia russa è stata tradotta e improntata sulla guerra in modo da resistere tutti questi anni senza vacillare, specie considerando i pacchetti di sanzioni imposte dalla UE. Abbandonare il fronte senza aver nemmeno conquistato quanto serve potrebbe dunque spingere l’economia russa in recessione – proprio come successe all’America nel 1945 dopo la Seconda Guerra Mondiale – rendendo dunque la pace repentina pronosticata da Trump un po’ più complicata e meno desiderata da entrambi i fronti.
La Russia, come già scritto, non ha oltretutto completato i suoi obiettivi strategici, questa infatti non ha territori cuscinetto per schermarsi dalla NATO, né tantomeno una morfologia territoriale che la protegga naturalmente. Questa situazione potrebbe essere un concreto problema, dato l’obiettivo russo di mantenere una difesa strategica, la quale sarebbe indubbiamente persa se l’Ucraina o paesi confinanti con la Russia entrassero a far parte del sistema militare occidentale.
È vero anche che la presidenza repubblicana, avrà nelle sue mani dei deterrenti importanti per spingere ad un accordo, come ad esempio gli aiuti forniti a Kiev, alla NATO stessa, fino anche alla possibilità di influenzare il prezzo del petrolio in modo da influenzare e colpire così facendo l’economia russa.
Infine c’è anche la questione di Taiwan, lo stato conteso che anela l’indipendenza ma che la Cina vorrebbe annettere in quanto considerato, appunto, parte della nazione. Davanti ad un ritiro americano dall’Ucraina, Pechino potrebbe vedere ciò come segnale di debolezza, disponendo le sue truppe per marciare su Taiwan quanto prima, in totale tranquillità data l’assenza del “colosso rivale”. Questo, dunque, potrebbe scoraggiare il totale ritiro degli Stati Uniti dalla NATO.
A prescindere da come andrà, seguiremo con estrema attenzione la vicenda, specie perché da questa dipenderà anche l’andamento della nostra stessa economia.


