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Tibet: un’annosa questione dove sembrano coesistere due ragioni

Ho visitato il Tibet quest’estate e mi è piaciuto molto. Penso che sia un viaggio che ognuno di noi dovrebbe fare almeno una volta nella vita. 

Cominciamo con il dire che Lhasa, la sua capitale, a 3700 metri sul livello del mare, con la mancanza di ossigeno che si fa sentire, i monaci e i fedeli che la popolano, la vicinanza che senti alle vette dell’Himalaya, è un po’ magica e un po’ inebriante. Un’esperienza che ti cattura e ti colpisce. 

Se si è un po’ appassionati di geopolitica, però, visitandolo non si può evitare di farsi coinvolgere nel dibattito circa il Dalai Lama in esilio e la politica della Cina che, nel 1951, ha annesso con la forza quello che prima era considerato uno Stato indipendente. A onor del vero i cinesi sostengono che il Paese non è stato annesso ma “è stato liberato”. Il Dalai Lama, dal canto suo, assieme alla maggior parte degli Stati occidentali, afferma, invece, che è stato conquistato e che i cinesi non avrebbero mai dovuto esserci.

Nel corso degli anni, dal 1951 ad oggi, ci sono state molte trattative tra il Dalai Lama e il Governo centrale di Pechino, ma ad oggi non è ancora stata trovata una soluzione. Il Dalai Lama vive in esilio in India e nei suoi tour in giro per il mondo promuove la pace e caldeggia che i Governi occidentali mettano pressione sulla la Cina https://it.wikipedia.org/wiki/Tibet. 

La Cina considera il Tibet una sua regione a statuto speciale e cerca in ogni modo di vincere le menti e i cuori dei residenti locali. Visitando la regione non ci si può non render conto di quanto il Governo centrale cinese cerchi di controllare ed influenzare quello che succede. Dappertutto ci sono poster e insegne che dicono che il Tibet è parte della Cina e che i Tibetani dovrebbero sostenere il governo centrale di Pechino. Lo stesso Governo cinese fa molte concessioni economiche ed investimenti nella regione per ingraziarsi i cittadini e cercare di ricomporre i fatti del 1951. Esistono numerose limitazioni per i locali: molti di loro non possono andare all’estero, se si è stranieri per visitare il Tibet serve un permesso speciale, non è possibile mostrare in pubblico immagini del Dalai Lama e anche le guide turistiche e i locali che ho frequentato, quando andavo sull’argomento, mi dicevano che preferivano che non ponessi loro delle domande di tipo politico. 

Dopo un po’ di insistenza, però, qualcuno si è aperto e mi sono reso conto che co-esistono due ragioni e anche due diversi punti di vista presso la popolazione locale tibetana: ci sono quelli che ancora oggi considerano quella del 1951 come un’invasione, e quelli che invece l’hanno vissuta a tutti gli effetti come una liberazione. Nel 1951 la popolazione tibetana era divisa in caste e l’80% della popolazione era di fatto composta da servi. I servi non erano schiavi a tutti gli effetti in quanto non costituivano una proprietà che poteva essere venduta ma potevano solo lavorare gratuitamente per i nobili, una condizione di sfruttamento terribile. Si nasceva servi e non c’era modo di affrancarsi dalla condizione. Il Dalai Lama stesso, una figura che senz’altro ammiro e sostengo, era un nobile che, a sua volta, di avvaleva di servi tra la popolazione locale, così come molti monasteri buddisti. 

 Quando sono arrivati i cinesi e hanno imposto il socialismo, tutti questi servi sono stati liberati e parificati agli altri. Non solo: gli è stata data la possibilità di recarsi a Pechino a studiare o a ricevere un’istruzione. È paradossale che una delle persone che ho incontrato, che mi rendevo conto avere visioni politiche vicine a quelle del Dalai Lama, però al contempo mi diceva che il suocero – che era nato servo – essendo stato liberato e fatto studiare dal Governo cinese, vedeva i cinesi come i suoi liberatori e salvatori. Per capire la condizione dei servi, basti sapere come i nobili tibetani solevano chiamarli “animali che sapevano parlare”. 

Quindi da una parte ci troviamo con i cinesi che sono liberatori e dall’altra conquistatori.

Il Dalai Lama: da una parte figura carismatica e di grande valore, dall’altra con le sue macchie per quello che i nobili tibetani facevano patire alla popolazione locale (talvolta, aggiunge il sottoscritto, utilizzando anche il buddismo o la religione come strumento di controllo). 

Chi dei due ha ragione? Probabilmente entrambi o forse un po’ uno e un po’ l’altro. Sta di fatto che il Tibet ci insegna come molte delle situazioni politiche di oggi abbiano diverse sfumature che andrebbero analizzate con pensiero critico e sulle quali serve riflettere a fondo prima di riuscire a prendere una posizione. Un aspetto questo che non è certo parte del modus operandi di molti dei mainstream media italiani le cui posizioni, estreme in un senso o nell’altro, vengono dettate o dalla politica o dal far piacere al loro investitore di turno. 

Certo uno non può che rimanere colpito dal grande controllo che il Governo cinese ha su tutti questi aspetti. Esiste un lavoro di propaganda fatto a tappeto, composto da informazioni, slogan, controllo del territorio e investimenti economici per accaparrarsi le grazie della popolazione locale. Più che la situazione del Tibet quello che mi ha preoccupato è vedere la grande competenza e abilità con cui il Governo della Cina gestisce la questione, con una competenza e organizzazione fuori dal comune. 

Se la Cina dovesse mai diventare un nostro avversario economico o geopolitico – mi sono detto – superarla non sarà sicuramente un lavoro facile.  

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Paolo Ruggeri

Paolo A. Ruggeri è un imprenditore che gestisce numerose aziende in diversi paesi nel mondo. Socio fondatore di OSM, società Italiana di consulenza che aiuta gli imprenditori a comunicare con i dipendenti, a far crescere il loro business e ritrovare la motivazione in azienda, con più di quindici sedi distribuite in Europa, Stati Uniti, Canada, Russia e Medio Oriente. Inoltre, dirige o possiede partecipazioni in aziende in svariati altri settori intorno al mondo, dall'immobiliare all'Editoria, dalla consulenza per l'internazionalizzazione d'impresa al marketing e alla ristorazione.

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