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Social media – La dipendenza da dopamina a portata di smartphone

dipendenza da dopamina

Un click e godi.

Un altro click e ti senti vibrare. 

Solo una ditata sullo schermo, una carezza del polpastrello, e tanto basta a scoprire qualcosa di nuovo, tenuto in caldo in quel post proprio per te.

Ogni movimento di dita sul touch screen del tuo dispositivo è sufficiente a regalarti una scarica di piacere. Non sai perché, ma sai che ogni volta che sblocchi lo schermo nero del telefono c’è qualcosa di speciale per te. Potrebbe essere un video esilarante, una foto che il tuo amico ha condiviso mentre è in vacanza o un articolo che ti descrive nel dettaglio come sono decedute delle persone in un incidente stradale.

In un telefono, nell’arco di poche ore, sono racchiusi più di tutti gli stimoli che un uomo viveva in tutta la sua vita nel Medioevo. Una miriade di informazioni luminose concorrono a tenerti attaccato al display.

È la dopamina.

Un ormone neurotrasmettitore che il cervello sintetizza ogni volta che ottiene qualcosa come ricompensa per lo sforzo compiuto. È uno di quei meccanismi che ci portiamo dalla preistoria e che ci spinge a riprodurci, a cacciare e a conquistare luoghi sicuri per la nostra famiglia. 

Cacciamo del cibo: dopamina rilasciata. Ci accoppiamo: scarica di piacere. Mangiamo: il cervello ci dona questa dolce ricompensa.

Questo neurotrasmettitore è necessario per regolare la nostra motivazione, esso regola infatti il meccanismo di sforzo e ricompensa alla base delle nostre decisioni. È come se nella nostra testa ci fosse una vocina che chiede costantemente “se faccio questa azione, cosa ci guadagno?”. Ci sono atleti che riescono ad associare rilascio di dopamina allo sforzo fisico e sono tendenzialmente quelli che si allenano più spesso (perché ne traggono appunto piacere). 

Ci sono invece persone che cadono vittime di questo meccanismo usato erroneamente. Sostanze come lo zucchero e la nicotina ci tengono avvinghiati ad abitudini poco sane come il fumo o il consumo di cibi spazzatura. Andando avanti troviamo anche l’alcolismo o la dipendenza da droghe. Una singola assunzione di cocaina in dosi medie spinge il cervello a toccare piaceri strabilianti per poi sbatterlo giù, a effetto terminato, nel grigiore più totale, desideroso e affamato di un’altra botta di belle emozioni. 

Il cervello registra il piacere provato facendo quella azione. Azione che replicherà in cerca della medesima scarica di piacere. Il problema, come nel caso delle droghe, è che l’organismo sviluppa una certa tolleranza per la quale ha bisogno di dosi sempre più massicce per provare un piacere soddisfacente. 

Pochi sanno poi che questo meccanismo ci ricompensa anche per compiere interazioni sociali di successo, nello stare vicino alle persone che ci piacciono o addirittura nel ricevere il plauso da una persona che ammiriamo. È il caso dei social network.

L’algoritmo che presenta i contenuti al consumatore lavora in modo tale che questi possa rimanere il più possibile sulla piattaforma. I social network sono tendenzialmente gratuiti, guadagnano cioè dalle pubblicità che richiedono la tua attenzione, pertanto più tempo ci passi sopra e più la piattaforma e le pubblicità si arricchiscono. La merce pertanto diventi tu e il tuo tempo. È una lotta continua per trattenerti davanti allo schermo e distogliere la tua attenzione da qualunque altra cosa stessi facendo.  

Per fare ciò i programmatori sfruttano il sistema dopaminergico come prima descritto, in modo da prolungare l’utilizzo del social. Questo accade grazie ad un mix di attività che appagano l’utente, come la fruizione di contenuti veloci e in formato immagine (molto più attraenti rispetto ai lunghi testi), la possibilità che ci sia qualcosa di nuovo appositamente per noi (una notifica, un post, un messaggio), una risposta immediata alle nostre ricerche, contenuti infiniti grazie allo scrolling senza limiti. È un po’ come essere davanti ad una piccola slot machine: non sai quando o cosa vincerai, ma sai che se rimani abbastanza a lungo là davanti prima o poi guadagnerai qualcosa, da una risata ad una pacca sulla spalla, da un moto di fastidio ad una fantasia maliziosa. 


Il gioco d’azzardo funziona allo stesso modo. Immagina di essere in un casinò a giocare davanti una macchinetta o davanti la roulette. Non importa che tu vinca o perda, l’importante è farti sperimentare l’attesa del risultato, quei pochi secondi nei quali l’entusiasmo del gioco raggiunge l’apice. Dopodiché basta regalarti una vittoria ogni tanto per farti pensare “ecco vedi? Funziona! Devo solo giocare un po’ di più, o usare questa strategia o stringere questo portafortuna”.

In modo analogo i social regalano periodicamente contenuti e notifiche in tempi calcolati (nulla di quello che accade nel telefono che hai in mano è a caso), in modo da farti sperimentare la medesima adrenalina di un giocatore d’azzardo. Pensaci un momento: ti è mai capitato di prendere il telefono in mano e controllarlo senza un apparente motivo? Ecco, quello è il meccanismo in azione che cerca una ricompensa e ti fa agire senza che tu te ne accorga.

Ma questo cosa comporta?

Tanto per iniziare il fatto di avere “dopamina gratis” ci demotiva dal fare cose impegnative. Perché dopotutto dovrei impegnarmi per avere della gratificazione quando mi bastano due click? 

Questo porta automaticamente alla svalutazione degli sforzi, vogliamo tutto subito e ci lamentiamo se c’è un minimo intoppo.

Si idealizza la realtà, confrontandosi solo con post che evidenziano quanto la vita della persona nella foto sia perfetta, celando tuttavia le sue sfide e i suoi dispiaceri e illudendo l’utente.

E addirittura si perde il contatto umano, preferendo uno stimolo digitale al concreto vivere.  

Che effetto ha tutto ciò sulle nuove generazioni che oggi crescono a stretto contatto con questi sistemi? Sono forse educati a creare un’identità digitale prima ancora che reale?

Concludiamo con la risposta di Chamath Palihapitiya, fondatore e CEO di Social Capital che ha lavorato in Facebook contribuendo notevolmente alla sua crescita, ad una presentatrice in un evento tenuto per la Stanford Graduate School of Business nella quale gli viene chiesta la sua posizione sui social network (link alla fine). Con un volto sconsolato, Palihapitiya ammette di sentirsi in colpa e che il meccanismo creato avrà danni importanti se non gestito ed eclissato:

“Ed è il momento in cui le persone devono distaccarsi da alcuni di questi strumenti e dalle cose su cui contano. I cicli di feedback guidati dalla dopamina a breve termine che abbiamo creato stanno distruggendo il funzionamento della società. Niente discorso civile, nessuna cooperazione, disinformazione, menzogne e non è un problema americano. Non si tratta di annunci russi. Questo è un problema globale…” 

“La mia soluzione è che semplicemente non usare più questi strumenti”.

Bibliografia

Intervista citata: Chamath Palihapitiya, Fonder and CEO Social Capital, on Money as an Instrument of Change, https://www.youtube.com/watch?v=PMotykw0SIk”.

Neuroscienze cognitive, Zanichelli, D. Purves, R. Cabeza, S.A. Heuttel. ISBN 978-88-08-25506-8.
The social dilemma, docufilm di Jeff Orlowski, 2020. https://www.thesocialdilemma.com/ .

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Francesco Iavarone

Francesco Iavarone è un autore Pugliese che da anni lavora con le parole. Scrittore, Articolista e Copywriter. La passione per la ricerca e la scrittura nascono sui banchi di scuola per poi diventare una vocazione vera e propria. Dottore in fisica, ama studiare, indagare e scrivere di temi di nicchia, scrivendo con l’intento di far emergere la verità dai fatti presentati e investigati.

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