Shein e Temu mettono a nudo il capitalismo. Non è un ossimoro ma quanto sta succedendo in questi mesi. I due colossi asiatici, che spopolano fra i giovanissimi (anche) per i vestiti, mostrano senza pietà il vero volto dell’economia statunitense. Un’economia che è ben rappresentata da Amazon che fa dei salari bassi e degli scarsi diritti dei lavoratori due tratti distintivi. Peccato che il gigante, ora, faccia vedere i suoi piedi d’argilla. Il problema è uno, però: più in basso di così non può andare. Ora vi spieghiamo perché.
Shein e Temu mettono a nudo il capitalismo
Shein e Temu, negli ultimi anni, hanno conquistato l’universo del commercio online. La loro espansione è stata tanto veloce quanto devastante. Basti pensare che, nel 2023, il Congresso degli Stati Uniti ha cercato di vietare Shein con provvedimenti simili a quelli utilizzati, nelle scorse settimane, per TikTok (qui potete approfondire l’argomento con il nostro articolo). Non c’è riuscito. Come se non bastasse (per il capitalismo a stelle e strisce), Temu è arrivata dopo e già ora ha più clienti abituali di eBay e di Amazon. Su cosa si fonda questo successo? Prezzi bassi e spedizioni veloci. Il colosso di Jeff Bezos sta cercando di correre ai ripari. I bene informati, come riporta anche il giornalista Paris Marx sulla newsletter Disconnect, dicono che stia pensando di introdurre una “sezione discount”. Le aziende potranno «spedire merce direttamente dai loro magazzini in Cina ai clienti statunitensi. La nuova offerta dovrebbe partire in autunno ed è – sottolinea Marx – indicativa della corsa al ribasso nel settore della vendita al dettaglio».
Il rischio corto circuito
Qui sorge il vero problema specie per gli Stati Uniti d’America e il loro capitalismo. Facciamo un passo indietro per capire meglio. Agli inizi degli anni Ottanta, sotto la guida del presidente Ronald Regan, c’è stata la svolta: attacco frontale ai sindacati e riduzione dei salari. Ma visto che la paga era troppo bassa, il potere d’acquisto dei lavoratori andava comunque mantenuto. Come? Inondando il mercato di prodotti a basso costo. Da dove? Da chi pagava la manodopera ancora meno come la Cina. Il regalo “perfetto” al capitalismo americano. Basti pensare che fra il 1979 e il 2022 la produttività degli Stati Uniti è aumentata del 64,7%, i salari del 14,8%. E ora? Gli Stati Uniti non possono tagliare ulteriormente la loro manodopera. Amazon (per esempio) si trova a fronteggiare colossi che partono avvantaggiati sui non diritti dei lavoratori. L’azienda di Besos non può poi permettersi ulteriori scivoloni: fra straordinari illegali, turni di notte per costruire i dispositivi Alexa, multe milionare per i migranti vittime di tratta che lavoravano nei magazzini sauditi, Amazon è (quasi) al collasso di immagine.
Cosa capiterà?
Mettere al bando piattaforme come Shein e Temu – che non sono eticamente migliori del colosso di Besos – non è la soluzione, è solo far finta che il problema non esista. Quindi? «Bisogna – scrive correttamente Paris Marx – stabilire delle regole per impedire a queste aziende di violare i diritti dei lavoratori e devastare l’ambiente». Sì, perché i tre giganti del “green”, come direbbe Clark Gable, francamente se ne infischiano. Peccato che questa nuova trasformazione economica richieda mettere in discussione un sistema di vendita al dettaglio basato su merce di scarsa qualità prodotta da manodopera sfruttata. Insomma: il capitalismo… in soldoni.



