Il presidente americano ha fatto molto parlare di sé e i media non ci sono andati leggeri.
Il web è denso di video e articoli che raccontano le gaffe di Joe Biden, simpaticamente apostrofato come Sleepy Joe.
Ebbene sì, da uomo più potente del pianeta a meme ambulante è un attimo! Benvenuti nel XXI secolo.
La parte meno divertente sono le conseguenze di questa evidenza. È vero, Biden non è attualmente una garanzia seduto nello studio ovale, ma nonostante a lui spetti l’ultima parola la gestione del gigante statunitense è portata avanti in modo silenzioso da qualcun altro. Dopotutto ci sono doveri e accordi da rispettare.
Con chi?
Ebbene, tanto per iniziare, non dimentichiamo che la campagna elettorale di Biden – quella del 2020 – è stata finanziata e sostenuta dal 25% del totale dei miliardari americani, più del 14% che ha invece affiancato Trump.
Un meccanismo molto semplice quanto potente. Un gruppo di filantropi, lobbisti, grandi industriali o imprenditori finanziano la campagna o i comitati elettorali del candidato che più aggrada loro e così facendo ne permettono l’elezione. Ovviamente si sceglie quello più affine alle proprie idee e opinioni, ma sembra davvero poco probabile che non sia anche una scelta di strategia.
Le lobby scelgono, ovviamente, chi segue un filone concorde con i loro interessi.
Per avere un’idea dei gruppi e dei settori che hanno sostenuto Biden, su Forbes si trova una lista dei più ricchi, tra i quali leggiamo George Soros ed Henry Laufer. E questi gruppi vanno accontentati, non si scherza mica! C’è in gioco un bel gruzzolo per il sostegno elettorale.
Tuttavia, chi ha pagato per la campagna elettorale può essere una grande influenza, ma non di certo quella più diretta. Il vero burattinaio, se esiste, si trova molto più vicino.
Cercando nel gabinetto del governo Biden spiccano nomi importanti tanto quanto quello della Harris, oggi sotto i riflettori.
Tra i fedelissimi citiamo quelli che appaiono più rilevanti e con maggior potere nell’amministrazione del paese; sono membri del Gabinetto e alti funzionari dell’Ufficio Esecutivo del Presidente:
- Kamala Harris – Vicepresidente
- Antony Blinken – Segretario di Stato
- Janet Yellen – Segretaria del Tesoro
- Lloyd Austin – Segretario della Difesa
- Merrick Garland – Procuratore Generale
- Deb Haaland – Segretaria dell’Interno
- Gina Raimondo – Segretaria del Commercio
- Xavier Becerra – Segretario della Salute e dei Servizi Umani
- Jennifer Granholm – Segretaria dell’Energia
- Jeff Zients – Capo di Gabinetto
Ovviamente la lista prosegue oltre i 10 nominativi, toccando nomi di segretari e altri funzionari. Eppure questi sono quelli più in vista e con maggior potere, senza i quali Biden, probabilmente, si sarebbe dimesso.
Potrebbe apparire curioso che a sostituire Biden nella campagna per la presidenza sia stata proprio Kamala Harris, la quale ha ricevuto pochissimi ostacoli nella candidatura da parte del suo partito. Non è infatti da dare per scontato che sia semper il Vicepresidente a subentrare in questi casi.
Che fosse già nota ai più per essere un elemento fondamentale, più operativo ed efficace del presidente stesso?
Indubbiamente il discorso fila.
Il presidente “zoppica” e diventa sempre meno affidabile, l’autorità va mantenuta e la facciata pure – altrimenti addio voti ai democratici alla prossima elezione – così serve qualcuno di giovane a gestire la giostra mentre tutto si sgretola, per poi ripartire ad ottobre col botto.
Kamala è perfetta. E in più, a giudicare dalla situazione del presidente, ha già fatto molta esperienza accanto ai colleghi in lista. Ma di lei parleremo presto in un prossimo articolo, per ora ci basti sapere che sa bene come fare il Presidente, non solo il Vice.



