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Scrivo da un paese che non esiste più

«Scrivo da un paese che non esiste più: spazzato in pochi istanti da una gigantesca valanga d’acqua, massi e terra piombata dalla diga del Vajont». È l’attacco del pezzo di Gianpaolo Pansa, scritto il 9 ottobre 1963 dopo l’ecatombe che causò 1.910 morti nel piccolo centro in provincia di Belluno.

Ora leggiamo questo: «Una tragedia di proporzioni epiche ha colpito la tranquilla comunità di Longarone, situata ai piedi della diga del Vajont». Sapete chi l’ha scritto? L’intelligenza artificiale dopo che le ho fornito informazioni su quella drammatica pagina di Storia italiana.

Qual è la principale differenza? Ognuno di voi si appunti la “sua” risposta, intanto vi spiego perché ho utilizzato proprio la tragedia di Longarone e l’articolo di Gianpaolo Pansa.

Il New York Times ha fatto causa a OpenAI

Il New York Times ha fatto causa a OpenAI – la società a cui fa capo ChatGPT – e Microsoft. Motivo? Violazione del diritto di autore. Secondo il principale quotidiano americano, milioni di articoli sarebbero stati utilizzati per addestrare i software che simulano ed elaborano le conversazioni scritte e parlate. Semplifichiamo: secondo il New York Times, ChatGPT avrebbe imparato a scrivere grazie agli articoli dei suoi giornalisti pubblicati online. Ora il NYT vuole vedersi riconosciute le royalty. “Qualquadra non cosa”. Sì, perché il New York Times distribuisce online materiale informativo, qualcuno lo utilizza per imparare e secondo il giornale è violazione di copyright. È come se da voi, domani, si presentasse Paolo Ruggeri per chiedervi le royalty su ogni cosa che avete imparato con i suoi libri. Se il NYT dovesse vincere la causa contro OpenAI, secondo qualcuno, sarebbe la pietra tombale su internet e l’uso della tecnologia.

L’Italia e il diritto d’autore

In Italia il diritto d’autore è regolato dalla legge 22-04-1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio con le sue numerose modificazioni ed integrazioni nonché dal Codice Civile, libro V, titolo nono, capo I, articoli 2575-2583. Quando avviene la violazione? «Quando vengono danneggiati i diritti dell’autore dell’opera attraverso il plagio, la riproduzione dell’opera a fini commerciali, la modifica senza autorizzazione». Insomma: il codice italiano – e ci mancherebbe, mi ha fatto notare un amico avvocato – non punisce chi “apprende e impara qualcosa leggendo”. Qual è allora il vero problema del NYT? La stampa statunitense, salvo poche eccezioni, continua a perdere copie. L’Audit Bureau of Circulation, l’agenzia Usa che monitora le tirature, ha registrato un crollo negli ultimi 6 mesi del 3,5% delle copie vendute. Tra le testate più colpite il New York Times – ops… -, che ha perso il 9,2% per l’edizione domenicale (-150.000 copie) e il 3,8% per il resto della settimana portando la diffusione media a quota 1.077.256 copie. Ne faranno le spese i giornalisti: è previsto un taglio di 100 unità. Dov’è che gode di buona salute il NYT? Nell’edizioni on-line. Quindi, suggerisce qualcuno, la causa contro OpenAI sarebbe lo scudo per salvare il salvabile.

Il 70% dei lettori “contro” i giornalisti

Cosa c’entra l’attacco di Gianpaolo Pansa su Longarone? Ci arriviamo. Intanto analizziamo il problema della qualità del lavoro giornalistico. Restando in Italia, l’ultimo rapporto Agi-Censis è lapidario: «Il 70% degli italiani pensa che i giornalisti facciano poco per veicolare un’informazione corretta e professionale: un ritratto aggravato dal 58,8% degli intervistati che vede i giornalisti più orientati a generare traffico piuttosto che a veicolare buona e corretta informazione». I colpevoli sono i titoli click-bait, gli articoli scritti con refusi, ripetizioni e la bulimia di “copiaeincolla” dei comunicati stampa. Quindi? Quindi si cerca qualcuno da erigere a nuovo nemico pur di non assumersi le proprie responsabilità. Come sta facendo il New York Times con la causa contro OpenAI? Sta a voi deciderlo.

Scrivo da un paese che non esiste più

«Scrivo da un paese che non esiste più» è l’attacco dell’articolo di Gianpaolo Pansa. Da sempre è considerato la bussola per generazioni di giornalisti su come si deve scrivere un pezzo. OpenAI non potrà mai avere quello “shining” che ha un essere umano innamorato del suo lavoro. L’amore che lo porta ad andare sul posto, guardare, documentarsi, parlare con le persone e impiegare anche ore a scrivere un solo articolo. Infatti nel pezzo di Pansa troviamo testimonianze «una diga nata sfortunata – diceva oggi uno degli scampati alla sciagura -, perché si trova sotto un monte che si sfalda facilmente»; descrizioni degli ultimi momenti di vita: «Parte degli abitanti di Longarone già dormivano; altri s’erano raccolti nei bar, attorno ai televisori, per assistere alla partita di calcio fra il Glasgow e il Real Madrid; altri ancora si trovavano al cinema a Belluno»; fermi immagine che nessuno dimenticherà mai «a giudicare dai segni lasciati sui versanti, [l’onda] doveva essere alta più di cento metri». OpenAI non potrà mai scrivere così anche leggendo milioni e milioni e milioni di articoli? Rispondete in sincerità. A difesa dei giornalisti c’è la loro busta paga. Negli anni ha subito tagli su tagli. D’altronde è il cane che si morde la coda: meno copie, meno pubblicità, meno liquidità disponibile. Chi vorrebbe esser pagato 10 centesimi a parola? Pochissimi. Chi lo accetta, non può fare diversamente e si interroga: “Se vengo pagato 10 centesimi a parola, perché devo offrire un lavoro di qualità?”. 

OpenAI è solo la punta dell’iceberg

OpenAI, secondo qualcuno, è solo la punta dell’iceberg. L’informazione globale – come l’abbiamo sempre intesa – è finita in un pericoloso labirinto dal quale (difficilmente?) riuscirà ad uscire. Chi ne gioverà? Chi saprà ritagliarsi uno spazio credibile, autorevole e sfrutterà un mercato ricco di lettori a caccia di qualità e verità. 

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Matteo Gardelli

Compagno di Annalisa, tifoso dell'Inter e dei Boston Celtics. A tempo perso giornalista professionista e scrittore.

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