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Schiavitu’ e guerra per alimentare i telefoni

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La tragica realtà sul Congo, principale esportatore mondiale di cobalto

Il cobalto è una di quelle risorse senza la quale sarebbe impossibile produrre la maggior parte della tecnologia di largo consumo al mondo. Questo minerale, che è estratto nelle miniere di rame, è indispensabile per produrre le batterie ricaricabili al litio, che sono presenti nei nostri computer, telefoni, e molto altro. La Repubblica Democratica del Congo, uno stato del Centrafrica che confina con Rwanda, Uganda, Angola e Zambia, è il più grande produttore al mondo di cobalto, dato che oltre due terzi di questo minerale viene estratto nelle sue miniere. Delle 18 miniere che estraggono cobalto nel paese, 15 sono possedute e operate, indirettamente e direttamente, da compagnie cinesi, che le hanno acquistate da compagnie americane. Da ormai più di 20 anni, il Congo è al centro di una guerra civile che ha richiesto anche l’intervento di contingenti delle Nazioni Unite e mediazione diplomatica internazionale.

Un vicino problematico

Dopo la deposizione forzata del Dittatore Mobutu, allora a capo della Repubblica Democratica del Congo (RDC, per brevità), che allora si chiamava Zaire, da parte delle forze di coalizione di Rwanda, Uganda e Angola, la relazione tra Congo e Rwanda è sempre stata burrascosa. Il Rwanda è infatti accusato, con prove decisamente schiaccianti, di finanziare e armare il gruppo ribelle M23 che, stabilitosi nella regione di confine con il Rwanda, orchestra il contrabbando di cobalto, ha conquistato il controllo di una parte importante della regione, e lancia continui attacchi militari contro il governo regolare Congolese. A causa di questo conflitto e della presenza di oltre 15 altri gruppi paramilitari e ribelli in Congo, nel paese sono più di 6 milioni i rifugiati interni, cioè persone che hanno dovuto abbandonare le proprie dimore e villaggi per diventare profughi nel loro stesso paese. Solo dal 2020 ad oggi, oltre 20.000 persone sono morte a causa di questi conflitti armati.

Cobalto di sangue

Secondo un’inchiesta portata avanti da osservatori internazionali, sono 255.000 i minatori congolesi che lavorano nelle miniere del paese per l’estrazione del cobalto. Queste persone lavorano in condizioni di sicurezza e salute estreme, molte addirittura a mani nude e senza protezione nelle acque acidiche delle miniere,  e vengono pagate meno di 2 dollari al giorno. Il Congo ospita difatti quasi 1 milione di quelle persone che oggi rientrano nella categoria della moderna schiavitù, che ad oggi ammontano quasi a 50 milioni nel mondo. Per di più, secondo fonti accertate, oltre 40.000 di questi minatori Congolesi sono bambini, che oltre al lavoro massacrante sono spesso esposti a violenze ed abusi. L’estrazione del cobalto è poi una delle ragioni del protrarsi del conflitto in Congo, dato che ogni anno quasi 1 miliardo di dollari di cobalto viene trafficato in Rwanda, si pensa attraverso il passamano proprio di quei gruppi ribelli che controllano la frontiera. L’enorme disponibilità di questa risorsa, e il valore che ha per il mercato internazionale, è anche il motivo per il quale il Congo riceve spropositati pagamenti da parte di governi internazionali, che spesso, invece di finanziare opere di ammodernamento del paese, finiscono nelle tasche dei membri del governo, alimentando la piaga della corruzione a livello di leadership africana.

Cina-USA e le fonti rinnovabili

Il monopolio pressoché assoluto della Cina sull’estrazione e la lavorazione del cobalto pone anche dei seri rischi alla transizione ecologica energetica, dato che alla base delle tecnologie necessarie per le fonti energetiche rinnovabili ci sono proprio le batterie al litio prodotte grazie al cobalto. A preoccupare in questo senso è anche il disinteressamento degli USA per questa risorsa, che durante il governo di Obama e Trump ha ceduto tutte le concessioni minerarie in Congo alla Cina. In questo senso, le intenzioni degli Stati Uniti paiono chiari soprattutto alla luce del rinnovato interesse statunitense per il controllo dei carburanti fossili e dei gas minerali, che li ha spinti ad intervenire nuovamente in Medio Oriente prima, ed in Ucraina poi. Il rapporto difficile tra Cina e Stati Uniti, inasprito anche dalle tensioni nello stretto di Taiwan e dal prolungato supporto della Cina nei confronti della Corea del Nord e della Russia, potrebbe creare non pochi imbarazzi a Washington dato la dipendenza che dovrebbe avere verso Pechino per il passaggio alle fonti rinnovabili, alle auto elettriche e via dicendo. Il desiderio di non sottostare al monopolio sul cobalto di Xi Jinping potrebbe infatti portare gli Stati Uniti a voler ritardare, o addirittura ostacolare, la transizioni alle auto elettriche e all’industria rinnovabile. In questo senso si è già mossa Ford, che ha investito miliardi di dollari per costruire stabilimenti produttivi di batterie sul suolo americano. 

Per queste ragioni, la presenza di una risorsa fondamentale per l’industria mondiale, per l’ennesima volta, invece che portare grande ricchezza e prosperità ad una nazione africana, la impoverisce e la getta nella guerra. Il Congo difatti, nonostante l’enorme ricchezza che dovrebbe portare il monopolio dell’estrazione del cobalto, è una delle nazioni più povere al mondo, con oltre il 63% della popolazione che vive in condizioni di estrema povertà. Ad allarmare, e a non promettere cambiamenti in questo senso, è il fatto che le fonti giornalistiche internazionali sembrano trattare un fenomeno in corso da oltre 20 anni come una “no-news”, vale a dire una notizia che non ha interesse, o non va comunicata.

Piuttosto, –  il panettone della Ferragni –  quella si che è una notizia.

Su cosa vorresti che scrivessimo? Manda una mail a redazione@imprenditore.info per farcelo sapere”

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Rami Nazha

Rami Nazha è Direttore Commerciale di OSM Real Estate, società di consulenza in gestione d’impresa specializzata nel settore immobiliare. Dottore in Studi Internazionali, Rami è da sempre appassionato di tematiche di attualità, di storia, di geopolitica e relazioni internazionali, anche a causa delle sue origini Italo-Siriane. Questo, e il suo amore per la scrittura, che ha dato vita nel 2021 al suo romanzo d’esordio, “Germogli”, spingono Rami a cercare di essere una voce lucida e penetrante nel panorama del giornalismo d’informazione, portando analisi e approfondimenti circa il panorama internazionale dell’imprenditoria e politica.

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