Un raid aereo israeliano ha colpito il campo profughi palestinese di Ein el-Hilweh, vicino a Sidone, in Libano, uccidendo cinque persone. Non si tratta di un sito militare, né tantomeno di un nascondiglio di Hezbollah o di Hamas. Si tratta di una zona disastrata dove i palestinesi in fuga hanno tentato di trovare riparo e dove i libanesi rimasti cercano di gestire il possibile.
È la prima volta che il campo viene colpito da quando Israele ha intensificato gli attacchi contro Hezbollah in Libano. Questo perché già in passato è stato vittima di questi attacchi da parte dello stesso Israele (1974 e nel 1982, per esser precisi).
L’attacco ha preso di mira la casa di Munir al-Maqdah, un generale di brigata nelle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa, ma lui è sopravvissuto. Suo figlio, Hassan al-Maqdah, è rimasto ucciso nel raid.
Israele potrebbe aver colpito il campo per “neutralizzare fazioni militanti considerate una minaccia”, ma la verità è che tali attacchi tutto sembrano tranne che operazioni militari mirate e coscienziose. Richiamano piuttosto ad una pulizia etnica e spietata, mascherata con giustificazioni posticce.
In tutto ciò sono state colpite anche altre aree del Libano, tra le quali il campo di el-Buss vicino a Tiro, (dove è stato ucciso un comandante di Hamas) e il campo di Burj al-Barajneh, vicino a Beirut.
La situazione nel campo profughi
Le condizioni di vita sono precarie, con un alto tasso di povertà e accesso limitato ai servizi di base.
Il campo è spesso teatro di scontri tra fazioni armate palestinesi, come avvenuto tra luglio e settembre 2023, causando morti e danni alle infrastrutture. La gestione è in mano all’esercito libanese, il quale è comunque sovraccarico per via degli attacchi e della situazione di crisi nazionale registrata negli ultimi giorni.
L’America continuerà a finanziare gli armamenti israeliani?
A monte, forse, si muove qualcosa.
Il senatore statunitense Bernie Sanders ha introdotto una risoluzione al Congresso per bloccare una vendita di armi offensive da 20 miliardi di dollari a Israele. Insieme ai senatori democratici Jeff Merkley e Peter Welch, Sanders ha cercato di fermare i trasferimenti di armi che, stando agli ultimi movimenti bellici israeliani, violano sia le leggi statunitensi che internazionali.
Meglio tardi che mai, ci sarebbe da dire!
La risoluzione si oppone alle vendite di munizioni, veicoli e aerei, accusando il governo israeliano di usare queste armi contro i civili palestinesi, in particolare a Gaza. Sebbene sia improbabile che la risoluzione passi, essa rappresenta una critica all’approccio dell’amministrazione Biden nel continuare a fornire armi a Israele nonostante le violazioni umanitarie.
Altre fonti infatti attestano che, nonostante le dichiarazioni pubbliche dell’attuale amministrazione che esortano Israele a moderare gli attacchi, funzionari di alto livello della Casa Bianca hanno sostenuto in privato la decisione di Israele di intensificare la pressione militare contro Hezbollah, con l’obiettivo di spingere il gruppo a negoziare un accordo diplomatico.
Insomma, il vecchio Joe sta joecando sporco.
La possibile escalation
In effetti sarebbe meglio per gli Stati Uniti – e di riflesso anche per l’Europa, la quale ha assunto il ruolo del fratellino silenzioso e ubbidiente – se i cannoni tacessero un po’. Un’offensiva israeliana su larga scala in Libano potrebbe peggiorare la situazione per i rifugiati palestinesi, portando a ulteriori spostamenti di massa, aggravando la situazione umanitaria e generando sempre più reazioni violente, vedi la risposta dell’Iran con una pioggia di razzi su territorio israeliano.
Dopotutto c’è anche da aspettarsela una reazione simile: non puoi rompere le scatole a tutti senza aspettarti un ceffone come risposta!
Ora c’è solo da sperare nel buonsenso. Se Israele muove guerra contro l’Iran c’è da correre ai ripari, si potrebbe assistere ad una fiammata di conflitti.
L’escalation potrebbe infatti trascinare gli USA in un altro conflitto in Medio Oriente accanto ad una belligerante Tel Aviv e portandosi dietro, ovviamente, il fratellino ubbidiente (l’Europa).
E la stampa occidentale?
In tutto ciò la stampa italiana stenta a chiamare l’attacco dell’esercito israeliano in Libano – insieme a tutti quelli operati a Gaza – per quello che sono: una pulizia etnica, una strage e un vile sterminio di civili.
Non sono operazioni controllate. Non sono tentativi di attacco ai terroristi operati in sicurezza. Non sono incursioni limitate. Sono un genocidio e la cosa diventa evidente se si distoglie per un momento l’attenzione dalla tv e dalla versione “ufficiale”.
Dopotutto di ufficiale qui ci son solo morti civili che nessuno in occidente si degna di contare.
Ebbene, nel nostro piccolo possiamo farlo, alimentando così una voce fuori dal coro.



