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Sguardo al passato – Quali sono i segreti che Andreotti si è portato nella tomba?

Giulio Andreotti al Meeting di Rimini, nel 1985.

La figura di Giulio Andreotti è indubbiamente una delle più rilevanti nel panorama politico del nostro Paese. Il suo impegno politico, culturale e sociale, così come le ombre sul suo operato, sono parte della storia italiana. Tra i più incisivi statisti della storia d’Italia, Andreotti ha tenuto rapporti discutibili con svariate figure poco trasparenti del suo tempo, dalle logge massoniche a Cosa Nostra. Pur non pretendendo di fare piena luce sul suo operato, impresa assai ardua, nelle righe seguenti desideriamo approfondire la sua figura e mettere in luce alcuni dei segreti che si è portato nella tomba, per così dire, quando ci ha lasciati, il 6 maggio 2013.

Una colonna della Repubblica Italiana

Andreotti è stato uno dei principali esponenti del partito politico che ha maggiormente segnato la cosa pubblica nel nostro Paese, nell’arco del XX secolo, la Democrazia Cristiana. Dal 1945, quando aveva 26 anni, al 2013, anno della sua morte da novantaquattrenne, ha sempre partecipato alle assemblee legislative. Andreotti è, a oggi, il politico con il maggior numero di incarichi governativi nella storia della Repubblica. È stato sette volte Presidente del Consiglio e in ben trentaquattro occasioni Ministro, se consideriamo anche le cariche assunte ad interim. Si tratta del secondo premier per numero di giorni in carica, superato solo da Silvio Berlusconi.

Inevitabilmente, quando si tiene un rapporto preferenziale con il potere per sette decenni, si può finire per intercettare personaggi di malaffare e restare coinvolti in vicende poco chiare o, più o meno apertamente, misfatti. Il numero di controversie e vicende giudiziarie che vede Andreotti implicato è considerevole. Quello che però colpisce è la gravità di talune. A partire da quelle per associazione mafiosa. Nel 1999, a onor di cronaca, il Tribunale di Palermo lo assolse, con una sentenza che dichiarò gli atti commessi, ma prescritti. In Appello e in Cassazione si confermò tale verdetto. Quel processo si trascina dietro, ancora oggi, una lunga scia di polemiche.

L’Indecifrabile e i suoi segreti

Giulio Andreotti ha avuto numerosi soprannomi, nel corso della sua lunghissima carriera politica. Il giornalista Mino Pecorelli, ostile allo statista fino alla controversa scomparsa, lo definì il Divo Giulio, con un chiaro rimando a Giulio Cesare. Quando Paolo Sorrentino scrisse una sceneggiatura sulla vita di Andreotti durante gli anni ’90, da cui fu tratto un celebre film, la intitolò proprio così. Altri nomignoli a lui associati sono Zio Giulio, Molok, la Sfinge, il Gobbo, il Papa Nero, Belzebù o la Volpe. L’epiteto più calzante, però, è quello di Indecifrabile. Si tratta infatti di una nomea piuttosto calzante per un individuo al quale “A parte le guerre puniche, mi viene attribuito veramente tutto”, come disse lui stesso in una battuta ormai celebre.

Ma quali sono i segreti che Andreotti non ha mai svelato? Quanto sapeva il politico e non ha mai rivelato? Ripercorriamo alcune delle più discusse vicende che lo hanno visto implicato.

L’omicidio di Piersanti Mattarella

Durante il processo che vede Andreotti imputato per associazione a delinquere di stampo mafioso, la Cassazione afferma che il politico era a conoscenza dell’intenzione di Cosa nostra di uccidere Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia, dal momento che aveva avuto modo di incontrare Il Falco Stefano Bontate, uno dei capi più in vista della mafia siciliana. Questi gli avrebbe rivelato il piano per eliminare lo scomodo fratello dell’attuale Presidente della Repubblica. Andreotti si sarebbe dichiarato contrario all’operazione, ma, come sappiamo, non è stato ascoltato. A misfatto avvenuto, l’indecifrabile avrebbe nuovamente incontrato il boss, rimarcando il suo sdegno. Eppure, non avrebbe mai fatto parola con gli inquirenti o la famiglia di Mattarella della sua contezza del progetto criminale.

Negli atti del processo di Cassazione, si legge:

“Andreotti non si è limitato a prendere atto, sgomento, che le sue autorevoli indicazioni erano state inaspettatamente disattese dai mafiosi e ad allontanarsi dagli stessi. È sceso in Sicilia per chiedere conto al Bontate della scelta di sopprimere il Presidente della Regione.”

L’omicidio di Mino Pecorelli

Un’altra vicenda sulla quale incombe l’ingombrante ombra di Andreotti è l’assassinio del giornalista e direttore di Osservatore Politico, Mino Pecorelli, avvenuto il 20 marzo 1979. Il giornalista era apertamente nemico del politico. Aveva pubblicato numerose notizie a lui ostili e stava preparando una campagna di stampa che prometteva di diffondere segreti relativi a finanziamenti illegali ricevuti dalla DC, nonché rivelazioni scottanti relative al rapimento e all’omicidio di Aldo Moro. Andreotti temeva che questi scoop potessero rovinare la sua carriera politica. Secondo quanto testimoniò il celebre pentito Tommaso Buscetta, fu per questo motivo che l’Indecifrabile interpellò i cugini Ignazio e Antonino Salvo, imprenditori e politici che gli erano vicini, per organizzare l’assassinio.

Andreotti fu prosciolto in primo grado, nel 1991, da ogni accusa in merito all’omicidio per non avere commesso il fatto. Nel 2002, però, la Corte d’Assise ribaltò il verdetto, condannandolo, assieme al mafioso Gaetano Badalamenti, a 24 anni di carcere come mandante dell’uccisione di Pecorelli. Un anno dopo, però, la Cassazione annullò, senza rinvio, la procedura. Questo atto rese definitiva l’assoluzione in primo grado.

I rapporti con Licio Gelli

In seguito al crac della Banca Privata Italiana di Michele Sindona (1976), esponente della loggia massonica P2 guidata da Licio Gelli, quest’ultimo propose un piano per salvare l’istituto di credito all’allora Ministro della Difesa, Giulio Andreotti. Il politico incaricò prontamente il senatore Gaetano Stammati (affiliato alla loggia) di mettere per iscritto un progetto di salvataggio della banca di Sindona. La Banca d’Italia non ne volle sapere di salvare l’istituto e Andreotti finì sulla graticola. Si giustificò sostenendo di essersi interessato a BPI soltanto per via del suo ruolo istituzionale.

Andreotti si distanziò pubblicamente da Sindona soltanto dopo che il banchiere aveva inscenato un falso rapimento, era stato estradato in Italia dagli USA, ove si era rifugiato sfruttando i suoi rapporti con il malaffare locale, e accusato non solo di bancarotta fraudolenta, bensì anche dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli, il liquidatore della Banca Privata Italiana.

In seguito alla morte, causata da avvelenamento da cianuro in carcere, di Michele Sindona, alcuni ipotizzarono che fu lo stesso Andreotti a far recapitare la bustina di zucchero fatale al banchiere. Lo avrebbe fatto temendo che questi potesse incastrarlo durante il processo, rivelando segreti sui rapporti tra la politica, Cosa nostra e la P2.

Quando si racconta un uomo che ha detenuto il potere per decenni è pressoché impossibile ripercorrere ogni vicenda, fascicolo o dossier che lo riguardi. Inevitabilmente, una gran parte dei segreti di cui Andreotti era a conoscenza sono coperti da segreto di Stato o sepolti con lui al Verano. Sono pochissimi quelli che mettono in dubbio il suo coinvolgimento con il malaffare e le logge segrete, sebbene nè chi scrive né molti altri siano in grado di dire a quale livello. Per portare a termine una carriera politica come quella di Andreotti non basta sapere cosa dire, in modo da farsi votare, bensì anche cosa non dire.

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