Non bastano pochi giorni per smaltire l’effetto delle presidenziali negli Stati Uniti. Per alcuni sono state un po’ come una cena pesante da digerire e che lascia scombussolati fino al giorno dopo, per altri sembrano invece una gran novità che prolunga il buonumore anche nei giorni a seguire.
Gli strascichi delle elezioni sono ovunque e si fanno sentire a gran voce. Primo fra tutti l’impennata di indici in borsa quali SP500, il Dow Jones, il Bitcoin e Tesla. Il mercato sembra aver preso un bello slancio grazie al responso sorprendente delle urne americane. Secondo alcuni esperti la crescita dei titoli sta anche diventando eccessiva, pronosticando una fatidica bolla. Infine pare anche che il dollaro abbia riacquistato potere, ma lo stesso non si potrebbe dire dell’euro, il quale invece ne ha perso (causa la strategia di Trump di imporre dazi sulle merci importate dall’Europa, con l’obiettivo di favorire i prodotti americani).
Tuttavia la vincita del candidato repubblicano non ha creato solo ottimisti o grandi occasioni, numerose sono state le risposte deluse e di dissenso verificate. Pochi giorni fa il Guardian ha apertamente preso le distanze dal social X (ex Twitter) di proprietà del visionario Elon Musk. Nell’articolo il giornale sottolinea come il social sia diventato un covo di disinformazione, contenuti che alludono alla supremazia bianca e discorsi dalla dubbia trasparenza, annunciando la conseguente cancellazione del proprio account. È una misura drastica ma decisa, proprio per prendere posizione sulla nuova forma geopolitica che il mondo sta prendendo.
Non è però un fenomeno isolato, altre figure pubbliche e celebrità stanno lasciando X come segno di protesta per l’elezione di Trump e per la vicinanza di Musk al neoeletto presidente. Musk sarà infatti nel corpo governativo DOGE, dipartimento per l’efficienza del governo istituito col fine di tagliare le spese federali.
Quanto stupisce tuttavia non è la reazione del Guardian o quelle che ha ispirato, tuttavia è la contraddizione dei media che si schierano vistosamente contro Trump e le figure a lui vicine, ma tremano anche solo all’idea di pubblicare o diffondere quanto sta avvenendo a Gaza o a causa delle sproporzionate reazioni belliche israeliane. Prendono le distanze dagli anfitrioni della politica, ma guai a pestare i piedi a Natanyahu. Questa è la contraddizione e l’ipocrisia dei media occidentali: fiato alle trombe per fare bella figura davanti al pubblico, ma tanti cari saluti alla vera essenza del giornalismo, quella che permette di denunciare.
Certamente X è in una posizione delicata (oltre che scomoda). La totale libertà di parola porta pro e contro, tra i quali proprio il fatto che chiunque può dire la sua, e con chiunque si intende proprio chiunque, anche chi può avere idee tossiche, purtroppo. Eppure non è sulla qualità dei dialoghi di X che si discute, ma sulla comodità con la quale si accusa una fazione e si ignora l’altra. C’è voluto più di un anno prima che un ente ufficioso parlasse ufficialmente di genocidio, e nei mesi precedenti dov’era la stampa occidentale? Troppo occupata a lanciare freccette sul candidato antipatico.
Questo ci dice anche cosa aspettarci fino a Gennaio: colpi di scena pochi, forse solo da parte di Trump, ma sicuramente una versione della storia raccontata in modo unilaterale.
Per raccontare l’altro lato serve andare dove non c’è censura, ad esempio X.



