Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah dal 1992 (movimento bellico libanese), è stato eliminato pochi giorni fa in un raid che ha spazzato via, oltre che la cima politica del movimento, anche alcune palazzine colme di civili nelle vicinanze. Ennesimo atto di terrorismo “per combattere il terrorismo”.
Ora cosa accadrà in Libano?
Il Libano sull’orlo del collasso
Il Libano sta attraversando una delle fasi più critiche della sua storia recente. Una crisi economica, politica e sociale rischia di esplodere in un conflitto aperto tra Hezbollah e Israele, oppure di cancellare il tessuto sociale della nazione così come la conosciamo. I segnali sono evidenti: file interminabili di auto sulle strade tra Sidone e Beirut, la popolazione che fugge in massa dalle regioni meridionali per paura di essere colpiti dalla stessa devastazione che ha smantellato Gaza fino all’ultimo mattone.
Le origini dell’instabilità
Il Libano ha da sempre lottato per mantenere un delicato equilibrio tra le sue diverse comunità religiose: musulmani sunniti, cristiani maroniti e sciiti, insieme a gruppi minori come i drusi. Questo fragile equilibrio è stato scosso dalla guerra civile che ha devastato il paese dal 1975 al 1990, un conflitto nato proprio dalla profonda frammentazione religiosa e politica e che ha poi generato la scintilla per la nascita di Hezbollah, un’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran.
Questa è diventata in breve tempo una delle forze politiche più influenti nel paese. La sua retorica anti-imperialista e anti-israeliana ha infatti da subito trovato un forte sostegno nelle comunità sciite impoverite e marginalizzate.
La fragile pace post-guerra e l’ascesa di Hezbollah
Con la fine della guerra civile nel 1990, il Libano è entrato in una fase di relativa stabilità, sebbene mai priva di tensioni. La nazione infatti non si è mai ripresa pienamente dal conflitto interno. Gli accordi politici post-guerra civile hanno creato un sistema di spartizione del potere tra le diverse comunità religiose, ma questo ha anche bloccato il paese in una continua paralisi politica. Nonostante ciò Hezbollah ha continuato a crescere, sia militarmente che politicamente.
Negli ultimi anni, tuttavia, la situazione è peggiorata drasticamente. La devastante esplosione al porto di Beirut nel 2020, causata dall’immagazzinamento improprio di oltre 2000 tonnellate di nitrato di ammonio, ha inferto un colpo durissimo al paese che tutt’ora ne paga le conseguenze. L’esplosione ha distrutto interi quartieri e segnato una nuova fase di crisi.
A questo si è aggiunta una crisi energetica davvero importante, con blackout che durano fino a 20 ore al giorno, e una (quasi automatica) crisi finanziaria che ha visto il collasso della lira libanese, impoverendo ulteriormente la popolazione già profondamente turbata.
In questo scenario si posiziona l’ascesa del partito del defunto Nasrallah, come una delle poche istituzioni solide in un paese in cui tutto sembra sgretolarsi. Sembra quasi socialmente ovvio che in un momento di oscurità la popolazione non badi troppo alla politica, ma piuttosto pensi a salvarsi la pelle, permettendo anche a gruppi meno moderati di acquisire indisturbato sempre più potere.
Hezbollah e Israele: Una rivalità senza tregua
Ma non è delle motivazioni che hanno portato Hezbollah in cima delle quali vogliamo parlare. Da sempre sostenuto dall’Iran, il movimento politico ha spesso spesso permesso che il sud del Libano venisse utilizzato come base per gli attacchi contro Israele, dando vita a una rivalità che si è manifestata in numerosi conflitti armati nel corso degli anni. Il più grave di questi è stata la guerra del 2006 tra Israele e Hezbollah, che ha causato la morte di oltre 1000 civili libanesi e ha devastato il paese.
Certamente nemmeno Israele si è mai comportato con gran moderazione, ma risalire a un vero colpevole dell’inizio del conflitto è quanto mai impegnativo. Indubbiamente riteniamo entrambe le fazioni due teste calde.
Nonostante ciò il conflitto non è mai esploso in un conflitto su vasta scala. C’è da notare però che, nel 2024, l’aumento delle tensioni tra Israele e i suoi nemici nella regione – Hamas a Gaza, le milizie sciite in Iraq e Siria, ed Hezbollah in Libano – ha riportato il rischio di una nuova guerra.
Negli ultimi mesi, vari episodi hanno contribuito ad aggravare la situazione. Tra aprile e agosto del 2024, Israele ha condotto una serie di attacchi contro Hezbollah su suolo libanese, provocando una risposta con missili e droni. A peggiorare la situazione, sono stati i raid israeliani con fosforo bianco, che hanno causato gravi danni umanitari nelle aree meridionali del paese. Gli scontri sono culminati a settembre con l’esplosione dei cercapersone della quale abbiamo già scritto e che ha creato un gran panico tra la popolazione.
Mettiamoci anche Gaza rasa al suolo e tensioni infuocate con l’Iran ed ecco la polveriera pronta a esplodere. Il Medio oriente, dunque, ora rischia grosso. Sebbene Hezbollah, priva di leader esperti, ora non possa reagire con forza all’attacco subito, il rischio di escalation è alto.
La crisi umanitaria e il silenzio della comunità internazionale
Le tensioni tra Hezbollah e Israele stanno spingendo migliaia di libanesi a fuggire dal sud del paese, aggravando una crisi umanitaria già devastante. Il Libano, che ospita già oltre 1,5 milioni di rifugiati palestinesi e siriani, è al collasso. La fuga di sciiti dalle aree meridionali verso zone prevalentemente sunnite o cristiane rischia di far saltare il già fragile equilibrio sociale del paese, che potrebbe implodere sotto la pressione dei conflitti religiosi interni e dell’instabilità economica (già fragile di suo).
La popolazione è stremata: con la carenza di risorse, il collasso delle infrastrutture e l’incapacità del governo di rispondere alle sfide, la sopravvivenza quotidiana è diventata una lotta per molti libanesi. I continui bombardamenti israeliani poi impediscono un lavoro concreto per poter mettere in sicurezza i civili, alimentando le difficoltà come se si gettasse benzina sul fuoco.
Davanti ad una tale crisi, la comunità internazionale rimane in gran parte silente. Qua e là qualche sanzione o qualche discorso diplomatico, ma nel concreto ben poco.
Certo è che non è la prima volta che l’Occidente fa spallucce davanti ad una crisi orientale, salvo poi intervenire quando le pedine in territorio straniero gli tornano utili, oppure spesso sotto ordine celato di alleati oltre il pacifico.
Non siamo qui per condannare, però. Siamo qui per diffondere notizie veritiere. Il nostro dovere è far sì che si sappia e che, tutto ciò, non passi inosservato, come invece accade sui media tradizionali.
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