La Palestina, composta principalmente dalla Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza, continua a vivere una situazione di conflitto e tensione con Israele. Come abbiamo spesso riportato e documentato, da dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Le vittime ci sono state per entrambe le parti, possiamo inoltre dire che la reazione spropositata di Israele ha fatto parlar di sé. Scuole, ospedali, tendopoli e zone considerate “sicure” sono state target frequenti della vendetta sanguinolenta di Netanyahu.
Quali sono gli aggiornamenti?
Innanzi tutto il 10 dicembre 2024 Israele e Hamas hanno ripreso i negoziati per un cessate il fuoco a Gaza. Uno stallo molto delicato e fragile, ma arriva addirittura la voce da fonti egiziane le quali indicano che un accordo potrebbe essere imminente. Nonostante questa speranza, altri raid israeliani su Beit Hanoun, nel nord della Striscia di Gaza, hanno causato la morte di 25 civili, tra cui donne e bambini (ormai inclusi nel genocidio perpetrato dalle forse israeliane).
Successivamente, a sorpresa, il 12 dicembre 2024 è entrato in vigore un cessate il fuoco in Libano mediato dagli Stati Uniti, ponendo fine a due mesi di conflitto tra l’esercito israeliano e il gruppo armato Hezbollah. Nella stessa giornata però un raid israeliano ha colpito un edificio nel campo profughi di Nuseirat, nel centro della Striscia di Gaza, causando almeno 26 morti, tra cui diversi minori, e 50 feriti. Un po’ come per dire “stiamo trattando per cambiare lo status quo, ma ricordatevi di cosa siamo capaci”.
Vediamo dunque da una parte il tentativo di stabilizzare la situazione in Libano, dall’altra un protrarsi della strategia di sterminio a Gaza nonostante alcune voci parlino di possibili accordi.
I negoziati ripresi il 10 dicembre, infatti, puntano in teoria ad una tregua entro il 20 gennaio, sebbene i recenti attacchi ne facciano ampiamente dubitare. Le trattative restano incerte: Israele insiste sul mantenimento di una presenza strategica nei corridoi di Netzarim e Philadelphi, mentre Hamas richiede un ritiro completo delle truppe (pura utopia, stando alle mosse di Israele). Un possibile accordo dovrebbe garantire una tregua che oscilla tra i 42 e i 60 giorni con addirittura uno scambio di prigionieri. Restano tuttavia irrisolti molti aspetti e la situazione è ancora lontana da una risoluzione definitiva.
Cosa ci possiamo aspettare? Perché non ci sono cambiamenti effettivi?
Da tempo ormai gli attacchi e il blocco degli aiuti hanno aggravato una già critica crisi umanitaria. Le infrastrutture sono state gravemente danneggiate e la popolazione civile soffre per la mancanza di beni di prima necessità, tra cui cibo, acqua e medicinali.
Ci aspettiamo che queste violazioni rimangano (per ora) impunite e che il cessate il fuoco comporti anche una nuova definizione territoriale dell’egemonia israeliana, a scapito del popolo palestinese. Chi avrebbe infatti il coraggio di toccare o mettersi contro l’alleato statunitense più importante di tutto il medio oriente?
Il mondo se ne sta lavando le mani, senza in effetti intervenire nel conflitto. Il 10 giugno 2024, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU aveva approvato una risoluzione a sostegno di un piano per una tregua nella Striscia di Gaza, ignorato palesemente dal premier israeliano. In tutto ciò USA, Egitto e Qatar hanno impiegato mesi prima di assumere un ruolo decisivo nello stabilire un cessate il fuoco o per fare da mediatori. Vogliamo ora credere che gli sforzi siano davvero indirizzati a creare una pace duratura? La messa in scena dei dialoghi e delle mediazioni da parte degli alleati di Israele sembra essere piuttosto un pretesto per dire al resto del mondo “tranquilli, come vedete ci stiamo occupando anche di questo” senza però mettere uno stop definitivo.
Questo accade perché, come spesso abbiamo scritto, Israele è diventato un valido alleato in una zona geopolitica totalmente ostile all’Occidente (o comunque molto diffidente) oltre che una potenza leader nella sviluppo di tecnologie belliche di ultima generazione, attirando su di sé investimenti da tutto il mondo, garantendosi così una duratura protezione grazie a tutti gli investitori che tutelano le proprie scommesse.
Nel 2024, giusto per dare un’idea di quanto possa essere potente il mercato del quale stiamo parlando, il governo israeliano ha approvato un aumento di 55 miliardi di shekel (circa 15 miliardi di dollari) nelle spese per la difesa, portando il budget totale a 102 miliardi di shekel (circa 27,2 miliardi di dollari). Per non parlar poi del fatto che la nazione è al primo posto mondiale per la spesa in ricerca e sviluppo civile in proporzione al PIL, con un investimento pari al 4,8%.
Questo costituisce dunque uno scudo virtuale che rende di Israele una delle nazioni più potenti e meno controllabili nello scenario del XXI secolo.



