La democrazia muore sotto applausi scroscianti.
Ma con democrazia non si intende esclusivamente un sistema politico, possiamo intendere anche la capacità dei cittadini di dire la loro venendo poi ascoltati e rappresentati.
Quello che è successo ieri a Capitol Hill, quartiere di Washington dove è ubicato il congresso americano, sarà impresso nei libri di storia, utilizzato per raccontare due aspetti di questa prima metà del XXI secolo: da una parte l’incondizionato sostegno americano a Israele, dall’altro la netta separazione e tensione che si percepisce nella politica americana, ulteriormente accentuata dalla campagna elettorale.
Quella di Netanyahu al Congresso è una notizia un po’ eclissata dall’ascesa di Kamala Harris e dal discorso di Joe Biden alla nazione dove spiega il perché del suo ritiro dalla corsa alla presidenza. Ciò che ci arriva dagli USA però sono i video delle standing ovation ricevute dall’uditorio, specie davanti le parole “Per far trionfare le forze della civiltà, Usa e Israele devono stare insieme”. Parole forti se si considera che lo scontro con Hamas non è più ormai una guerra ma uno sterminio senza risparmio di colpi.
Nessuna parola sul creare un accordo pacifico che veda il benessere comune, nessuna parola sul liberare gli ostaggi. Un’ora di discorso sulla la difesa della democrazia, la lotta contro il terrorismo e la promozione di una vittoria definitiva (o genocidio, in base a come lo si voglia vedere) interrotta da applausi entusiasti.
La cosa curiosa, se così la si può definire, è che il discorso non è stato ben accetto da tutti, come invece appare dalla narrazione principale. Numerose le defezioni democratiche, si parla addirittura di 80 secondo la CNN. Bernie Sanders esprime apertamente il dissenso democratico sull’invitare al Congresso il leader di una nazione che ha tutto il diritto di difendersi, ma che sta anche sconfinando oltre la difesa personale, attaccando non più le cellule terroristiche ma civili, strutture sanitarie e punti delicati della regione.
La risposta? Come al solito si punta il dito e si dà dei filo-terroristi a chi la guerra proprio non la vuole, ma questo meccanismo è vecchio come la storia.
“Non sei con noi? Allora sei sicuramente un terrorista”. Eppure le incitazioni della folla in protesta fuori il Congresso (o del resto del mondo) non sono “viva il terrorismo, attacchiamo Israele”, ma piuttosto “Basta attaccare la Palestina, troviamo un accordo che non implichi l’uccisione continua di civili e bambini”.
Tendenzialmente, quando si è costretti ad attaccare l’interlocutore mettendo in dubbio la sua natura di individuo – definendolo come terrorista, in questo caso – è perché non si hanno altri argomenti ai quali aggrapparsi: è l’ultima spiaggia della retorica!
“Non posso sconfiggerti con gli argomenti? Bene, allora cerco di sminuire la tua credibilità”.
Cosa significano dunque tutti questi applausi al primo ministro israeliano? Indubbiamente sottolineano come la narrazione mediatica e la dirigenza politica di una nazione così potente non è al servizio dei cittadini, o almeno non di tutti. Quei fragorosi clap clap ci fanno riflettere su quanto davvero la politica, oggi, poco rispecchi il volere dei cittadini ma nutra interessi diversi.
Che siano gli interessi di chi con le guerre ci fa i miliardi?
Noi, intanto, teniamo gli occhi aperti…



