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Mettersi al primo posto: se non vinci prima tu, non vinceranno le persone che hai attorno. 

Mettersi al primo posto: se non vinci prima tu, non vinceranno le persone che hai attorno.
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Un’intervista a Clarissa Pozzoli 

Le donne spesso sono vittime di un terribile cortocircuito: prima vengono gli altri, poi veniamo noi.  Nella corsa indaffarata tra lavoro e famiglia, spesso chi si mette all’ultimo posto della lista delle cose di cui preoccuparsi siamo proprio noi, intente a pensare a come far star bene chiunque altro.

Me ne dà conferma Clarissa Pozzoli networker di successo di Olife che ad oggi gestisce decine di persone ed è un punto di riferimento per la sua azienda. 

Non ho abbastanza tempo per me

“Spesso quando mi ritrovo a fare i colloqui di selezione molte donne mi dicono che non hanno abbastanza tempo per i loro sogni, o che non ne hanno mai avuto prima. Come se pensare alla realizzazione dei propri obiettivi fosse qualcosa di secondario che può essere rimandato o messo in stand-by finché prima ‘tutto il resto’ non è ok: la famiglia, i figli, la casa, i propri genitori, eccetera”. 

Il fatto è che, come ci insegnano le regole della delega, se prima non vinciamo noi difficilmente riusciremo a far vincere le persone attorno a noi. Se, infatti, continuiamo a pensare prima agli altri è molto probabile che il nostro vero riscatto non ce l’ avremmo mai.

E fra rimpianti e rimorsi, potremmo ritrovarci a vivere una vita di frustrazione in cui ci sembra di aver fatto tantissimo per gli altri, senza alcun riconoscimento in cambio. Nell’assenza di gratitudine e benevolenza. Entrando così in un circolo vizioso per cui più ci impegniamo per gli altri meno riusciamo ad ottenere risultati.

Renditi conto di quante cose riesci a fare per gli altri, ma non per te

Si tratta di un retaggio culturale che dovremmo cercare di scardinare attraverso ciò che sappiamo del management efficace e del mondo della delega e della crescita delle persone.  

“Le donne sono state cresciute per gestire, organizzare e pensare a tutto, sono delle imprenditrici nate, ma a volte lo dimenticano. Riusciamo a incastrare di tutto: dal doposcuola alle lezioni di pianoforte, lo sport, le visite mediche, i pasti per i nostri figli o per i nostri cari. Poi però quando dobbiamo pensare ad ‘incastrare’ impegni che riguardano il nostro benessere personale o la nostra crescita individuale ci diciamo che non abbiamo abbastanza tempo. Che per noi è veramente difficile riuscire a fare di tutto.”

Quanto sei prioritaria per te stessa?

Il fatto è che il tempo è sempre lo stesso, solo che ognuno di noi riesce a ricavare il giusto tempo solo per le cose che reputa prioritarie. Ed ecco qui il punto: quanto sei prioritaria per te stessa? 

“A volte ricado anche io in questa trappola se penso che quando c’è mia figlia mi impegno per cucinare buoni manicaretti che possono farla felice e mi siedo a tavola accanto a lei per mangiare. Ma se sono da sola, mangio uno yogurt in piedi velocemente e via…. Perché?

Come se tutta la nostra energia, le nostre capacità organizzative e gestionali fossero costantemente incanalate in qualcosa di diverso da noi, in qualcun altro che non siamo noi. E io questo l’ho capito bene a un certo punto della mia vita, quando mi sono ritrovata con l’acqua alla gola”.

La storia di Clarissa Pozzoli 

“Ricordo come fosse ieri. Una mattina in cui mi stavo preparando per andare al lavoro. Sentii suonare il campanello e corsi ad aprire la porta: è stato come quando una giornata di sole iniziano ad arrivare le prime nubi e tutto si incupisce… Poi ad un tratto il temporale.

Era l’ufficiale giudiziario con l’ennesimo avviso di pignoramento, mia figlia era poco distante da me e ho cercato di trattenere le lacrime per non farle pesare la mia sofferenza. 

Mi resi conto in quel momento che se non avessi cambiato nulla della mia vita, se non avessi cambiato alcuni miei paradigmi mentali al più presto, mi sarei ritrovata tra 10 anni nella stessa situazione. Senza un soldo e senza tempo, completamente infelice e impegnata a realizzare i sogni di qualcun altro. Di tutti gli altri, tranne che i miei. 

“La mia rivincita”

“È così che ho deciso di buttarmi a capofitto nell’attività di networking. Dapprima pensando di avere la chance di costruirmi una piccola entrata extra per poter mantenere me e mia figlia. Mai avrei pensato che sarebbe diventata la mia fonte di reddito principale, nonché un mezzo straordinario per la mia realizzazione personale e professionale. 

Poi, vedendo i miei risultati, ho iniziato a capire che ero brava, che potevo farcela davvero, che non mi mancava niente per riuscire a risollevarmi da una situazione che ormai da tempo mi preoccupava e logorava. Per la prima volta mi sono detta che avrei potuto fare qualcosa di grande, che avrei potuto sistemare tutto e guadagnare denaro ,non solo per sopravvivere, o per ‘arrotondare’, ma per garantire a me e mia figlia una vita dignitosa. Per di più aiutando tantissime altre persone a stare meglio attraverso i prodotti di Olife.”

Scegli di diventare una farfalla

“Noi donne abbiamo una forza incredibile, un’energia dal potenziale inarrestabile che spesso teniamo rintanata in un bozzolo. E più teniamo sacrificata questa energia dentro di noi o la usiamo per realizzare i sogni degli altri, più facciamo fatica a diventare delle vere proprie farfalle. 

Eppure come tante altre di noi sono andata via di casa a 19 anni ed essendo stata sempre una testa calda ho sempre cercato di prendere scelte in autonomia sapendo di poter contare soltanto su di me. C’è voluto tempo però prima di capire quanto questa realtà fosse così reale e potente per la costruzione del mio futuro.”

Essere – fare – contribuire

“Quando ho iniziato il mio lavoro di networker non ero brava a far crescere gli altri, ho fatto un sacco di errori. Sono diventata brava a fare rete e a far sì che gli altri conquistassero ottimi risultati solo quando ho introiettato dentro di me la mia forza. Solo quando ho compreso che potevo vincere e che avevo tutte le capacità del caso per far vincere anche gli altri.

Come afferma Andrea Condello nel suo libro Be Free esistono dei passaggi nella crescita personale e professionale di una persona che ambisce a costruire qualcosa di grande:

1) forte desiderio di cambiare la propria condizione

2) forte desiderio di dimostrare qualcosa a qualcuno

3) forte desiderio di dimostrare qualcosa se stessi

Quando si arriva al terzo livello si passa da uno stato di dipendenza nei confronti degli altri a uno stato di interdipendenza  (come direbbe Covey). Ed è così che mano a mano aiutare gli altri non diventa più un obbligo o una costrizione o una condizione a cui noi donne siamo completamente soggiogate per questioni sociali.”

Verso l’abbondanza 

“Aiutare gli altri diventa una conseguenza naturale del fatto che noi abbiamo già dimostrato e noi stesse di essere persone in gamba pienamente autosufficienti, in grado di costruire grandi risultati PER NOI.

È in questo passaggio che finisce l’esigenza di essere viste e riconosciute per i propri meriti perché noi stesse guardando lo specchio abbiamo capito di valere tanto. Aiutare gli altri a realizzare i propri sogni allora diventa naturale e gratificante, diventa un’estensione naturale di noi stessi che ci fa entrare in uno stato di abbondanza per cui non abbiamo più l’esigenza di metterci in fondo alla lista delle cose di cui preoccuparci.

Proprio perché siamo state la nostra più grande priorità fino a quel momento, oggi tutto quello che facciamo avrà un impatto formidabile anche sulla vita degli altri. E tutti i sacrifici che mettiamo in campo per far crescere altre persone o per farle sentire realizzate e felici sarà un atto del dare senza per forza sentirsi in diritto di ricevere. Senza più andare alla stressante ricerca di conferme dall’esterno per sentirci qualcuno di importante. 

Quando dai in questo modo i risultati arrivano e con il cuore in pace continuerà inarrestabile anche la tua personale crescita, sia al lavoro che nella tua vita privata. 

Prima vinci tu, poi riuscirai a far vincere anche tutti gli altri.”

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Claudia Bosi

Editor e Ghost Writer per Engage Editore. Dopo anni di studi di Filosofia sono approdata nel mondo del lavoro e sono riuscita a fare di un dono la mia professione, grazie al contributo di persone illuminate capaci di vedere oltre un semplice curriculum. Io amo le storie delle persone, indago fra sogni ed esperienze vissute. Penso che la scrittura e la lettura siano armi potentissime che l'essere umano ha a disposizione. Le cose essenziali per crescere, comunicare, apprendere e ricordare. In quest'arte c'è la vita e il senso di ogni grande sviluppo e scoperta, è lo specchio dell'anima che riflette l'umanità tutta. Con le parole scritte si rivoluziona il mondo, ci si apre agli altri, si scopre qualcosa di sé, si lascia una traccia indelebile da qui all'eternità.

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Una delle cose che mette al proprio posto il nostro Ego è l’attività di gestire e far crescere collaboratori sotto la nostra guida. Per riuscire in questo intento, infatti, bisogna essere pronti a dedicare una grande quantità di tempo, cure ed energie ad altre persone in modo totalmente disinteressato. Bisogna essere coscienti di star piantando dei semi in azienda, i cui frutti, probabilmente non riusciremo a vedere. Semi che però faranno la grande differenza nel futuro delle nostre organizzazioni. 

Coloro che pensano di far vincere le proprie persone mettendo avanti se stessi, puntando ad un immediato tornaconto, difficilmente ottengono risultati straordinari. Difficilmente riescono a godere di una vera e propria leadership tra i propri collaboratori. Questo perché l’autorevolezza è qualcosa che ti viene riconosciuta dal basso, non ha a che fare con il ruolo o la targhetta che si trova alla porta del tuo ufficio. E quando abbiamo la responsabilità di far vincere qualcuno, si sente, se in verità ciò che puntiamo a far crescere è il nostro potere o il nostro stipendio.

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Lo dice anche la stessa etimologia della parola “abito”. Dal latino habitus questo termine è profondamente connesso alle nostre abitudini e alla nostra disposizione d’animo, ossia il nostro carattere.

“Abito” quindi è una parola che ha che fare con i nostri comportamenti, le nostre inclinazioni e personalità. Ben più di un outfit da acquistare per un’occasione particolare, ben più di una serie di indumenti da impilare nel nostro armadio.

L’abito nel suo significato più profondo si intreccia dunque con l’etica, con la ricerca costante della propria felicità e della propria realizzazione. Non è un caso che quando ci sentiamo perfettamente allineate con i nostri valori attraverso i nostri comportamenti ci sentiamo “a casa”, abitiamo il nostro vero io.

Tutto questo lo ha colto molto bene Arianna Rubin, la nostra intervistata di oggi. Una ragazza di quasi trent’anni, un’imprenditrice e un’influencer, che da tempo lavora duramente non solo per realizzare il suo sogno, ma per far sì che ogni donna possa realizzare il suo.

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Non ho mai avuto dubbi rispetto al fatto che un giorno avrei portato avanti il progetto di mia madre, prendendo le redini della scuola, assicurandomi che continuasse a crescere ed espandersi.

Mai, però, avrei pensato di doverlo fare all’improvviso, nel giro di pochi mesi, in un rapido aggravarsi della sua malattia. Fu un periodo davvero duro. Vivevo momenti di sconforto, rabbia e tristezza che però sapevo di non poter mostrare fino in fondo. 

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