Mario Draghi, ex premier italiano ed ex presidente della Banca Centrale Europea, è una personalità tra le più stimate nel mondo dell’alta finanza. Non deve stupire. La sua dedizione e le sue competenze lo rendono autorevole e la sua serietà ne fa un manager affidabile ed empatico. Se la sua carriera recente è nota ai più, almeno fin da quando ha rivestito l’incarico di Governatore della Banca d’Italia (2006-2011) in avanti, lo stesso non può dirsi relativamente a quello di cui Draghi si sia occupato prima di questo ventennio di esposizione pubblica.
Negli anni in cui si avvicinava deciso ai vertici di Bankitalia, Draghi era presidente del Financial Stability Forum e poi – in seguito al cambio di nome – del Financial Stability Board, o FSB. Tale organismo svolge principalmente una funzione di controllo. Si occupa di monitorare l’andamento dei mercati finanziari e valutare se sussistano eventuali rischi sistemici. Il ruolo di supervisore di questo board è piuttosto prestigioso nel mondo della finanza. Come ci arrivò Draghi? Indubbiamente per i suoi innegabili meriti nel settore ma, probabilmente, approfittò anche del suo ruolo di primo piano in Goldman Sachs, di cui tra il 2002 e il 2005 è stato advisor, managing director e vicepresidente.
La galassia Goldman Sachs
Goldman Sachs è una delle più grandi banche d’affari al mondo.
Il suo fatturato supera i 35 miliardi di dollari e si stima che gestisca un patrimonio complessivo che ammonta a duemila miliardi di dollari. Non sempre opera in completa trasparenza, tanto che è già stata multata per frode, in passato, e il fatto che assuma spesso nomi coinvolti o vicini alla politica (non solo Draghi, ma anche Robert Rubin, il sottosegretario al Tesoro di Bill Clinton, e Henry Paulson, il quale ha ricoperto lo stesso incarico quando alla casa Bianca sedeva George Bush Jr., soltanto per citare un paio di nomi) fa pensare che abbia un certo interesse a mantenersi vicina alle stanze dei bottoni, come peraltro fanno anche alcune delle sue dirette concorrenti.
La banca e l’Europa
Se ci concentriamo sulla nostra Europa, ci accorgiamo che Romano Prodi è stato consulente per l’istituto di credito. Lo stesso ha fatto José Manuel Durão Barroso, subito dopo la conclusione del suo mandato da Presidente della Commissione Europea. E che dire di Mario Monti, ex international advisor per Goldman? Potrebbe sorgere spontanea una domanda, a questo punto. Goldman Sachs è un prolifico vivaio di statisti oppure si tratta di qualcos’altro? Questa fucina governativa per antonomasia è per caso desiderosa di avere a che fare con personalità dotate di indubbia leadership e a conoscenza di interessanti segreti? Il lettore è libero di dare la propria risposta.
Il potenziale conflitto di interessi di un politico che finisca impiegato presso un istituto privato di tale magnitudine non deve distrarci dal fatto che tutti i citati sono uomini provenienti dal mondo accademico, firmatari di produzioni scientifiche più che valide e possessori di curricula inappuntabili. D’altra parte, però, bisogna prendere atto del fatto che chi è legato a questa banca riesce molto spesso ad accedere ai vertici della politica mondiale, o viceversa.
Mario Draghi, un punto fermo
Nonostante gli incarichi che lo hanno reso celebre siano abbastanza recenti, Mario Draghi rappresenta un elemento di continuità nella politica economica italiana fin dagli anni ’90. Tra il 1991 e il 2001, in un decennio in cui si alternano svariati Ministri dell’Economia, come da tradizione della nostra politica, il direttore generale del Tesoro resta sempre lui, continuamente riconfermato. In quella stagione, e anche in seguito, Draghi si interfaccia di frequente con il Parlamento, in conversazioni franche e dirette. Di fatto, pone le basi di quella che sarà la sua strategia comunicativa alla BCE. In seguito alla nomina a Francoforte, diventerà noto in tutta Europa.
La principale peculiarità di Mario Draghi è la sua impeccabile capacità organizzativa. Parliamo di un manager in grado di comunicare competenza e professionalità e dotato di eccezionali capacità di esecuzione. Quando le mette al servizio della cosa pubblica, è in grado di ottenere risultati brillanti. Si pensi, per esempio, alla sua azione politica da premier e a quanto sia riuscito a ottenere nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
Caratteristiche di questo tipo hanno naturalmente avuto una certa presa sull’imprenditore prestato alla politica per eccellenza, Silvio Berlusconi. Egli ha sottolineato di essere stato colui il quale abbia posto Draghi nei suoi ruoli più importanti, sia quello a Palazzo Koch (dove ha sede la Banca d’Italia) sia quello all’Eurotower di Francoforte, quartier generale della BCE. Non si pensi però che all’economista sia stato regalato nulla. Non stiamo scrivendo di un alieno, nominato per caso, bensì di uno scafato uomo delle istituzioni. Il celebrato economista si è mostrato capace di affrontare e portare a termine negoziati politici anche molto complessi.
L’uomo delle élite?
La lunga carriera di Mario Draghi, tra istituzioni pubbliche e banche private tra cui quella cui abbiamo dedicato tanto spazio in questo articolo, è costellata da numerosi successi. Così li ha definiti la stampa, di ogni schieramento e colore, osservandoli dal punto di vista del mondo della finanza e delle classi dominanti.
Draghi gioca un ruolo di primo piano a Maastricht, nel 1992, ove si firma il Trattato sull’Unione Europea; poi nell’introduzione della moneta unica. In seguito, riorganizza il corpus legislativo italiano in materia finanziaria; cura numerose privatizzazioni (subendo svariati attacchi, tra cui quello secondo il quale sarebbe il liquidatore dell’industria italiana) e quota ENI ed ENEL a partecipazione pubblica nel contesto di questa importante azione.
Come ben sappiamo, a cavallo tra il primo e il secondo decennio degli anni 2000 arriva una profonda crisi economico-finanziaria. A innescarla saranni alcuni attori importanti del panorama globale, tra cui Goldman Sachs, una delle principali speculatrici sulle collateralized debt obligations. Per arginare la crisi dei debiti sovrani si procederà a chiudere le voragini di bilancio delle banche con soldi pubblici, con l’avallo della BCE e del suo Presidente.
Di fronte ai rischi corsi dall’euro durante una tale tempesta e, di conseguenza, dalla UE nella sua interezza, Bruxelles affermerà che si sono vissuti troppi anni al di sopra delle effettive possibilità del sistema, sottolineando come la moneta unica vada salvata se si desidera tutelare l’Europa. A questo stimolo, Draghi risponderà con la sua esclamazione più famosa, quel Whatever it takes! Riferito a quanto la BCE fosse disposta a fare pur di proteggere l’euro.
Politica e finanza
Anche durante la fase pandemica e quella immediatamente successiva, caratterizzate dalla sua ascesa, seppur breve, al potere politico, Mario Draghi continuerà a mostrarsi dalla parte delle banche e delle élite. Gli aggiustamenti di portafoglio e il debito buono, per citare i concetti che Draghi difese a spada tratta allora, e di cui parla ancora oggi, hanno portato nuova liquidità alle imprese.
Bruxelles e i governi nazionali scelsero di ridorre l’esposizione debitoria degli imprenditori nei confronti delle banche, ma gli Stati membri non furono aiutati atti a ripianare il loro debito con la BCE. L’azione dell’economista seduto a Palazzo Chigi sembrò voler curare gli interessi dell’organismo di Francoforte, anche prima di quelli di Roma, sebbene non ne fosse più coordinatore.



