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L’UE tra USA e BRICS, le conseguenze di una cattiva amministrazione

L’Unione Europea sta attraversando un momento complicato della sua storia. Si guardi alla ormai ex locomotiva d’Europa, la Germania, recentemente chiamata alle urne dopo una profonda crisi di governo che ha comportato il ritorno anticipato al voto. Il gigante tedesco deve affrontare una non sottovalutabile crisi industriale che, inevitabilmente, si riflette anche sulle sue politiche e, di conseguenza, fa lo stesso su quelle comunitarie. Negli ultimi 6 anni, Berlino ha perso più del 9% della sua produzione industriale. Certo, ha dovuto fare i conti con la pandemia, come tutto il resto del pianeta, ma ancora oggi non vede una chiara via d’uscita dal pantano nel quale il Covid l’ha condotta.

La UE nello scacchiere geopolitico

Il quadro geopolitico è il principale responsabile di questa complessa situazione. Il costo dell’energia è aumentato, e di molto, negli ultimi anni. Il picco è stato toccato nel 2022, in seguito all’invasione russa dell’Ucraina, che si protrae da ormai oltre 3 anni. In seguito, tale valore non è mai sceso in maniera significativa. Il gas, in Europa, costa oggi quattro volte di più rispetto a quanto lo paghino gli statunitensi. Contemporaneamente, la Cina è sempre meno un mercato privilegiato e sempre più un competitor, capace di produrre da sola molte delle merci che tradizionalmente acquistava. Pensiamo, per esempio, alle automobili. Bruxelles, di fatto, avverte la pressione degli States, su un lato, e dei cosiddetti Paesi BRICS (il raggruppamento delle 5 principali economie mondiali emergenti, composto originariamente da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, ma in continua espansione). 

La UE deve fare attenzione a non farsi schiacciare, sebbene gli ultimi anni della sua amministrazione non facciano esattamente ben sperare, su questo fronte. Commissione e Parlamento non hanno saputo trovare le risposte necessarie agli Stati membri, gettando benzina sul braciere dei già rigogliosi nazionalismi antisistema. 

La produzione europea è in brusca frenata

Il quadro che traspare dai media è quello di una Unione che soffre uniformemente la crisi industriale. In realtà, approfondendo, ci si rende conto di come la contrazione non stia colpendo egualmente tutti gli Stati membri, né con la stessa intensità né nelle stesse modalità. L’area maggiormente in difficoltà è quella occidentale. I Paesi centro-orientali, infatti, sembrano tollerare meglio la pressione. In alcuni, casi stanno facendo meglio rispetto al 2019, l’ultimo anno pre-pandemico. Grazie alla loro prova, il dato unitario resta positivo (+1,8% rispetto al 2019 circa). Polonia, Grecia, Belgio e Paesi Bassi trainano la UE, come facevano in precedenza Germania, Francia e, sebbene in maniera meno incisiva, anche Spagna, Portogallo e Italia. Queste ultime nazioni si trovano, invece, a dover fare i conti con un sensibile calo produttivo.

Le percentuali ce le fornisce l’indice di stress industriale europeo. Si tratta di una scala che include 16 variabili, racchiuse in 6 macro categorie, le quali coprono sfaccettature differenti e indicative, dalla redditività degli investimenti ai livelli di liquidità nazionali. L’indice mostra bene l’indebolimento generale, del quale stanno facendo le spese gli Stati reputati più solidi dal punto di vista finanziario. La loro trazione sui mercati non sparisce, bensì viene rimpiazzata da chi può permettersi di farlo, come gli USA e le economie BRICS.

Una debolezza a livello strutturale

L’attualità mette in evidenza le debolezze strutturali di un modello incompleto come quello dell’unione economica e monetaria tratteggiato dal Trattato di Maastricht. Com’è noto, la gestione e regolamentazione della moneta unica sono di pertinenza della Banca Centrale Europea, mentre le politiche economiche sono affidate ai governi dei singoli Paesi membri. Fatti salvi deboli strumenti di coordinamento preventivo, delegati a Francoforte, e poteri di intervento speciali, concessi quando si supera la soglia di un deficit nazionale eccessivo, ogni membro dirige il proprio corso economico. L’articolo 125 TFUE vieta espressamente all’ente UE, o a un qualsiasi Paese che la compone, di rispondere o farsi carico degli impegni di un’altra delle 27 economie che compongono l’Unione.

Stando così le cose, si corre il rischio di trovarsi, a breve, in una situazione riconducibile, fatte le dovute proporzioni, a quella del periodo pandemico. Potrebbe rendersi necessaria l’adozione di un piano di aiuti finanziari, magari anche consistente, a chi si trovi in maggior difficoltà. Il condizionale resta d’obbligo, perché parliamo di esecutivi che hanno solidità sufficiente per resistere all’attuale pressione. Pare però necessaria la creazione di nuovi strumenti, volti a garantire un maggiore coordinamento della politica monetaria, economica e di bilancio dell’eurozona. Questi tre aspetti sono infatti profondamente interconnessi, ed è difficile affrontarne uno senza avere possibilità di intervento su un altro. Eppure, la BCE si trova molto spesso a dover giocare questo ruolo.

Quella di uno scollegamento tra la Banca Centrale e le vicende riguardanti i singoli paesi membri è una inefficienza endemica di Bruxelles, risalente alla nascita della Comunità Economica Europea, antenata della UE. In periodi tumultuosi sui mercati, come quello che stiamo attraversando, tale squilibrio si nota. Il ritardo con cui l’Unione riesce a rispondere alle flessioni economiche provenienti dall’esterno dipende dal fatto di rappresentare un consesso di 27 paesi con idee ed esigenze diverse, talvolta diametralmente opposte.

Lo spauracchio dei dazi

Fresco di seconda nomina, il presidente americano Donald Trump ha minacciato l’UE di dazi, sostenendo che Bruxelles non sia equa nei rapporti commerciali sull’Atlantico, ostacolando l’operato dell’alleato. Constatato ciò, Trump ha sottolineato come l’unico modo per ottenere giustizia sia l’imposizione di dazi sulle importazioni dal vecchio continente. La risposta del commissario europeo all’economia, Valdis Dombrovskis, è stata immediata:

“La UE difenderà i suoi interessi. Siamo pronti a rispondere in modo proporzionato, se sarà necessario, come abbiamo fatto durante la prima amministrazione Trump. Gli USA sono e restano un importante partner strategico, ma è chiaro che siamo pronti a difenderci.”

Sulla stessa linea si è posto il premier polacco Donald Tusk, politico di lungo corso nelle istituzioni europee, secondo il quale il futuro dell’Europa è nelle mani di chi abita il vecchio continente, non in quelle degli USA e neppure nelle cinesi. 

L’immediato futuro economico della UE appare complesso e la pressione delle due superpotenze rivali corre il rischio di schiacciare Bruxelles. Come sempre accade, però, è nei momenti di maggiore difficoltà che si trovano le migliori opportunità di rilancio. L’Europa deve essere pronta a sfruttarle. 
L’elezione di Friedrich Merz a cancelliere tedesco potrebbe aprire una nuova fase per la Germania, e di conseguenza per l’UE, restituendo a Bruxelles un pilastro solido come quello sorretto a lungo da Angela Merkel, esponente dello stesso partito del neo eletto premier. La stabilità di Berlino inciderà su quella di Bruxelles. Naturalmente, in Europa tifano tutti per un quinquennio senza crisi, all’ombra della Porta di Brandeburgo.  

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