Ne troviamo traccia nel cibo, nell’acqua potabile, addirittura nelle nuvole, nella pioggia e delle tracce residue negli organi umani (cervello incluso). Si tratta di microplastiche, silenziose e minuscole (seppur dall’enorme impatto) conseguenze dell’enorme produzione di plastica e simili.
Non è certo un problema nuovo, esiste sin da quando abbiamo iniziato a utilizzare la plastica come strumento nel secolo scorso, eppure basti pensare che tutta la plastica prodotta è stata realizzata solo negli ultimi 15 anni per rendersi conto che c’è una situazione delicata di iper-produzione da gestire.
La produzione è infatti aumentata in modo esponenziale dai 2,3 milioni di tonnellate del 1950 ai 448 milioni di tonnellate del 2015. Si stima oltretutto che il dato dovrebbe raddoppiare a partire dal 2050. Non stupisce se si apprende che, ogni anno, circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica finiscono dalle nazioni costiere negli oceani, trascinate via dalla corrente che le sparge per tutto il mondo.
In merito a questo, proprio in questi giorni a Busan (Corea del Sud) si sta discutendo un Trattato globale sulla plastica proprio con l’obiettivo di affrontare il tema inquinamento, gestendone e limitando la produzione di plastica vergine (cioè nuova e mai riciclata).
Ogni anno si producono infatti 460 milioni di tonnellate di plastica, con solo il 10% riciclato. La maggior parte finisce in discariche, inceneritori o nell’ambiente, con devastanti impatti negativi su ecosistemi e salute degli individui. Davanti a questi dati, più di 900 scienziati a Busan chiedono un Trattato che limiti la produzione di plastica direttamente alla fonte.
L’evento in Corea segue oltretutto la recente COP29, conferenza annuale in cui i Paesi firmatari della Convenzione sul clima si riuniscono per negoziare politiche e impegni volti a ridurre le emissioni di gas serra, adattarsi agli impatti del cambiamento climatico e finanziare la transizione energetica globale.
Caso vuole, tuttavia, che in entrambi gli eventi ci sia, o ci sia stata, una grande pressione da parte di lobby e grandi investitori nei settori citati, temendo un grande danno per i loro business principali.
Dubbi sull’efficacia del trattato: lobbisti e grandi industrie remano contro
Attualmente in Corea del Sud, nell’evento istituito per trovare nuove soluzioni al problema della plastica, ci sono circa 220 rappresentanti di settori come petrolio, chimica, imballaggi, cosmetica e addirittura automotive: tutti settori che guadagnano o sono strettamente legati alla produzione di plastica. Come si spiega questa presenza?
Le lobby del petrolio e quelle legate ai settori che ne gestiscono la produzione rischierebbero di perdere ingenti somme e quote di mercato se vedessero limitata la produzione di plastica. Il fine della presenza di così tanti delegati è ovviamente evitare restrizioni significative.
Anche la politica si schiera, questo sempre per difendere i profitti delle proprie aziende più forti. Schierati per difendere la produzione di plastica vediamo Arabia Saudita, Russia, Iran e Cina. Dall’altra parte sembrano esserci circa 60 nazioni (inclusi alcuni stati europei o in via di sviluppo) che propongono un accordo vincolante contro la plastica monouso.
Eppure la pressione contraria è palpabile, forte e determinata a mantenere alta la produzione e i conseguenti profitti.
Risulta evidente quindi quanto forti e influenti siano le lobby industriali nelle scelte mondiali. Il futuro sembra essere dettato e prescelto dal volere di pochi gruppi dal grande potere economico, non da chi viene eletto (i quali comunque rendono conto ai primi). Quanto ancora accetteremo che siano pochi individui esterni alla realtà del cittadino comune a decidere cosa farne del mondo? Da qui si deduce infatti che la salute dell’ambiente e quella delle future generazioni varranno molto di meno rispetto agli introiti riservati al settore petrolifero, chimico e industriale; questo a meno che non iniziamo a essere consapevoli di quanto accade là fuori.


