La Corte Penale Internazionale, della quale stiamo sentendo parlare in questi giorni, è un tribunale con sede a L’Aia, nei Paesi Bassi, il quale si occupa di giudicare i crimini più gravi a livello globale come crimini di guerra, contro l’umanità o genocidi. Questa Corte interviene solo in modo complementare rispetto ai tribunali nazionali, ovvero può agire solo se uno Stato non è in grado o non vuole perseguire i responsabili di tali crimini.
Pur avendo sede a L’Aia, la Corte Penale Internazionale non fa parte delle Nazioni Unite, a differenza della Corte Internazionale di Giustizia, che invece è un organo dell’ONU. Tuttavia, esistono collegamenti tra la CPI e le Nazioni Unite, poiché il Consiglio di Sicurezza ONU ha il potere di segnalare alla Corte determinate situazioni che altrimenti non ricadrebbero sotto la sua giurisdizione.
Di recente, dopo che Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che impone sanzioni alla Corte Penale Internazionale (CPI), l’Italia ha scelto di allinearsi con gli Stati Uniti invece di aderire alla posizione del blocco europeo. Subito dopo l’annuncio, 79 Paesi membri della CPI hanno rilasciato una dichiarazione congiunta per ribadire il loro sostegno all’indipendenza della Corte e condannare la decisione americana. La maggior parte dei Paesi europei, tra i quali Germania, Francia, Regno Unito e Spagna, ha firmato la dichiarazione, mentre sui social sono subito fioccate le critiche all’azione di Trump.
I sospetti della scelta italiana ricadono sulle tensioni con la CPI legate al caso Almasri, in merito al quale il governo non ha ancora rilasciato una posizione ufficiale sulla vicenda. Ma c’è di più.
In questo scenario l’Italia fiancheggia la linea americana, appoggia apertamente le scelte del neo-presidente, mostrandosi amica più che mai del colosso statunitense. È un po’ come se, in un gioco globale tra potenze sempre più isolate, l’Italia stesse scegliendo una fazione. Se non vengono infatti presi provvedimenti più seri e drastici dal resto dei membri della UE, è quello che ci aspettiamo accada anche in tutte le altre nazioni.
Abbiamo già descritto la curiosa divisione che si sta delineando all’alba di questo terzo millennio. Da un parte abbiamo i paesi BRICS, nei quali spiccano le potenze di Cina e Russia, seguite dalle economie emergenti del Medio Oriente; dall’altra la posizione ora più conservatrice e meno delicata (non che lo sia mai stata) dell’America. Al centro, schiacciata tra incudine e martello, la piccina Europa, asservita al potere occidentale e che viene strozzata da burocrazia e politiche meno trasparenti di quel che pubblicizza.
Cosa significa tutto ciò? Che la scelta ora ricadrà tra il cercare una via economica che non dipenda direttamente dagli USA o il dipendere totalmente e definitivamente dalle risorse da questi vendute, diventando una colonia indiretta del gigante d’oltreoceano. È palese che non sia una questione politica, ma del tutto economica. Petrolio, commercio, gas naturale, risorse di ogni genere: più arginiamo i contatti con l’est e più avremo bisogno (forzatamente) di rivolgerci ad Ovest. Forse l’Italia ha già scelto, in modo da battere gli altri sul tempo, ma è pur vero che questa scelta non è stata dettata tanto dal libero arbitrio di cittadini e governi liberi.


