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L’europarlamentare Benifei ci spiega il Regolamento sull’IA

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Dopo i numerosi allarmi lanciati dagli esperti del settore, l’Unione europea ha risposto presente: sarà il primo continente ad adottare una normativa per regolamentare l’intelligenza artificiale. Il Regolamento, noto come AI Act, è stato approvato dalla seduta plenaria di giugno del Parlamento europeo con una maggioranza schiacciante: 499 voti a favore, solo 28 contrari e 93 astenuti.

Una “percentuale bulgara” che sottolinea l’importanza del tema, anche se non mancano gli interrogativi. Su tutti, il fatto che l’evoluzione tecnologica galoppa a una tale velocità che ci si chiede se il testo possa reggere sul medio-lungo periodo, o se possa diventare obsoleto nel giro di pochi anni.

L’approccio scelto dai legislatori non è rivolto a una mera classificazione degli algoritmi, quanto a una valutazione dell’intensità del rischio relativo al loro utilizzo. Una strada che, almeno in linea teorica, dovrebbe scongiurare la violazione dei diritti fondamentali delle persone.

Il via libera del Parlamento europeo non è ancora la pietra tombale sul provvedimento: parte ora il dialogo interistituzionale con Commissione e Consiglio, e la vera sfida sarà soprattutto trovare il giusto compromesso con i diversi Paesi membri che, come sempre, mirano a tutelare i propri interessi. Stando alle promesse, però, l’iter legislativo dovrebbe essere breve e concludersi entro il 2023, per l’entrata in vigore del Regolamento prevista per il 2024.

La Commissione sta già provvedendo alla stesura di alcune linee guida per tutte le aziende che operano in Europa nel campo delle intelligenze artificiali.

È evidente che un simile provvedimento sia sì importante, ma non decisivo se non trova sponda anche nel resto del mondo. Se un dialogo con gli Stati Uniti è già in corso, il discorso si fa più problematico se pensiamo a Paesi meno legati al mondo occidentale come Cina, India, Brasile e altri colossi che reciteranno un ruolo rilevante in questa sfida.

La parola d’ordine dell’AI Act sembra comunque essere: “innovazione sì, ma responsabile”. E per entrare nel merito del Regolamento, abbiamo il piacere di ospitare sulle nostre pagine Brando Benifei, capo delegazione del Partito Democratico al Parlamento europeo e co-relatore di questo importantissimo dossier.

Buongiorno Onorevole e grazie per avere accettato il nostro invito. Entriamo subito nel vivo della questione: quali sono gli obiettivi principali del Regolamento e come si prevede che questo influenzi lo sviluppo e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale in Europa?

Gli obiettivi principali del Regolamento sono ridurre i rischi associati all’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella società e aumentare la fiducia delle istituzioni, dei consumatori, dei cittadini, delle imprese e dei lavoratori nell’adozione dei sistemi di intelligenza artificiale nella vita quotidiana. Ciò sarà realizzato mediante la classificazione accurata dei diversi livelli di rischio dei sistemi, in modo da applicare meno restrizioni ai sistemi a basso rischio per la salute, la sicurezza e i diritti fondamentali, e introdurre invece maggiori vincoli per gli sviluppatori dei sistemi ad alto rischio che riguardano ambiti più sensibili, come il lavoro, la democrazia, l’accesso all’istruzione o le infrastrutture critiche. Inoltre, il Regolamento prevede il divieto di alcune pratiche considerate pericolose, come il riconoscimento biometrico in tempo reale negli spazi pubblici, il riconoscimento emotivo nei luoghi di lavoro e nelle scuole, nonché l’uso della polizia predittiva per prevenire crimini, pratica che si è dimostrata inefficace e ha portato a discriminazioni e “falsi positivi” coinvolgendo persone innocenti in procedimenti giudiziari. L’obiettivo finale del Regolamento è quindi costruire fiducia riducendo i rischi associati all’intelligenza artificiale e fornendo maggiore certezza alle imprese e alle istituzioni che utilizzano tali tecnologie, anche acquistandole da terzi, per scongiurare l’utilizzo di strumenti dannosi o problematici. Gli sviluppatori dei sistemi ad alto rischio sono soggetti a una serie di obblighi e verifiche per garantire che gli utenti, inclusi gli utenti intermedi come le imprese e le istituzioni, dispongano di sistemi a rischio minimo sia nella loro progettazione, che nella fase di “allenamento”. Ci tengo, comunque, a sottolineare che Il Parlamento europeo ha proposto una serie di regole molto stringenti esclusivamente per le grandi aziende, che sono in grado di garantire la conformità senza particolari sforzi. Per le piccole e medie imprese e alle startup abbiamo previsto varie facilitazioni per ridurre i costi e rendere più semplice rispettare queste regole, mentre gli utenti non professionali non sono coperti dal Regolamento. Gli obblighi che introduciamo sono imposti per proteggere le stesse imprese che utilizzano l’intelligenza artificiale. Inoltre, sono state previste regole per il sostegno alle startup attraverso strumenti come il “sandbox”, che permette di agevolare la conformità normativa per le realtà più piccole con l’obiettivo di evitare squilibri competitivi con le grandi realtà.

Come il Regolamento affronta le preoccupazioni relative all’etica e alla responsabilità nell’uso dell’intelligenza artificiale?

Il Regolamento affronta le preoccupazioni relative all’etica e alla responsabilità nell’uso dell’intelligenza artificiale adottando un approccio che pone l’essere umano al centro dello sviluppo tecnologico. Si tiene in considerazione l’utilità dell’intelligenza artificiale in relazione alla prospettiva e all’impatto sulle persone. Anche per i sistemi a minor rischio, vengono identificati principi generali di buon sviluppo e di buon utilizzo che si basano su principi etici fondamentali. Questo approccio è supportato anche da risoluzioni politiche e posizioni precedenti del Parlamento europeo che affrontano specificamente il tema dell’etica. La protezione dei diritti fondamentali e la compatibilità dell’innovazione tecnologica con i valori democratici sono al centro dei nostri sforzi, poiché l’innovazione così rivoluzionaria introdotta dall’intelligenza artificiale richiede un’attenzione particolare a tali aspetti.

Come prevede che il Regolamento influenzerà lo sviluppo delle politiche sull’IA in altre regioni del mondo?

Prima e durante la stesura del Regolamento, ho avuto l’opportunità di confrontarmi con organizzazioni internazionali come l’OCSE e l’ONU, nonché con governi e parlamenti di diverse parti del mondo, tra cui alcuni Paesi del G7 come gli Stati Uniti, il Giappone e il Canada. Ho dialogato anche con rappresentanti di Paesi importanti ma con contesti diversi, come il Brasile, e persino con realtà non democratiche come la Cina. Ho quindi avuto modo di affrontare la questione con una varietà di prospettive. Certamente esiste un linguaggio comune, soprattutto all’interno delle democrazie, riguardo all’obiettivo di creare sistemi che mirino a contenere i rischi. La differenza principale è che l’Unione europea ha scelto di adottare una legislazione vincolante, mentre in altre parti del mondo si sta ancora lavorando principalmente su schemi volontari, accordi e raccomandazioni che coinvolgono le imprese, ma senza una base legale-legislativa. L’approccio scelto dall’Unione europea, basato su una legislazione più rigorosa, è all’avanguardia e, a giudicare dalle testimonianze dirette che ho raccolto, la questione di adottare o meno una legislazione reale è un dibattito che si sta sviluppando anche in altre parti del mondo. Pertanto, penso che nei prossimi anni potremmo assistere a un impegno simile anche in altre regioni. È comunque molto importante che ci sia un allineamento globale su determinati temi. Nel nostro Regolamento abbiamo adottato la definizione di intelligenza artificiale dell’OCSE, il che ci consente di avere un linguaggio comune con tutti i Paesi membri dell’OCSE. Va anche sottolineato un aspetto importante, che riguarda l’intelligenza artificiale più avanzata, come quella generativa utilizzata da ChatGPT. Ad esempio, la Commissione europea sta lavorando a un codice di condotta globale per l’intelligenza artificiale generativa, al fine di stabilire regole di base comuni, su scala internazionale, a prescindere dagli obblighi specifici previsti dall’AI Act. Questo codice potrebbe contribuire, ad esempio, a contrastare la disinformazione online causata dalla potenza dei deepfake, che potrebbero avere effetti distorsivi massivi nei confronti delle nostre democrazie. Riconosciamo e sosteniamo gli sforzi della Commissione europea nel creare una base di condivisione e regolamentazione che coinvolga quantomeno i Paesi che presentano una forte integrazione di mercato, con l’obiettivo di promuovere un contesto competitivo il più unitario possibile.

Su quali punti pensa che possa esserci discordanza nei negoziati interistituzionali che seguiranno?

Ci sono diversi punti di potenziale discordia nei negoziati interistituzionali che seguiranno, ma vorrei evidenziarne due che sono particolarmente rilevanti e che richiederanno un’attenta analisi delle posizioni dei governi. Il primo riguarda le regole per l’intelligenza artificiale generativa, che includono gli obblighi di trasparenza per rendere riconoscibili i contenuti prodotti dall’IA rispetto ad altri, il contrasto ai deepfake e ai contenuti illegali e la protezione del copyright per gli autori creativi. Attualmente, i grandi modelli di IA generativa vengono allenati con materiali di ogni tipo, compresi contenuti creati da autori umani, per produrre poi a loro volta contenuti creativi che nascono, quindi, senza alcuna forma di compenso o di trasparenza per gli autori umani. Questo non è per niente un punto banale. I temi dell’intelligenza artificiale generativa rappresentano un’area di innovazione del Parlamento europeo, ma sono abbastanza fiducioso che il Consiglio possa in gran parte sostenere questa visione. Tuttavia, abbiamo maggiori certezze riguardo a posizioni contrastanti con il Consiglio in materia di divieti. Il Parlamento europeo ha proposto un divieto rigoroso, con limitate eccezioni per l’uso non in tempo reale, per i sistemi di identificazione biometrica negli spazi pubblici. Inoltre, come accennato in precedenza, siamo contrari alla polizia predittiva e al riconoscimento emotivo sul posto di lavoro o a scuola, così come a un suo utilizzo nei contesti migratori o nel contrasto al crimine. Abbiamo scelto di vietare tutte quelle pratiche che riteniamo possano ledere la dignità e la privacy, in opposizione all’idea di sorveglianza di massa che potrebbe essere realizzata attraverso un uso eccessivamente facile di tali strumenti. Su questo punto, sappiamo che alcuni governi, spinti dai loro ministri degli interni, hanno posizioni diverse e vorrebbero avere maggiore margine di manovra. Inizierà quindi un negoziato complesso ma non ci faremo cogliere impreparati.

Grazie mille onorevole per questa esaustiva panoramica su un Regolamento che impatterà notevolmente sulla nostra società.

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