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L’eredità delle bombe a grappolo: una pioggia di morte che ancora miete vittime

bombe a grappolo
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Il fine giustifica i mezzi, o quantomeno questa sembra essere l’elegante via d’uscita che politici e potenti usano per dare un colore diverso alle loro scelte. Scelte che talvolta non riguardano la salvaguardia del bene della nazione, ma il suo coinvolgimento in un conflitto.

Dall’alba dei tempi l’ingegno umano ha trovato massima espressione nella creazione di congegni via via sempre più sofisticati per combattere i propri nemici. Un’attività tanto creativa quanto distruttiva.

Di fatto, quando sui banchi di scuola studiavamo i popoli antichi, per capirne la storia leggevamo e studiavamo principalmente tre cose: come facessero l’arte, come facessero la politica e come facessero la guerra.

Ogni popolo fa la guerra a modo suo. E, come se si leggesse una carta di identità, da qui si può ricostruire i pensieri e la storia di uno stato. Dopotutto ognuno di noi ha un lato oscuro e uno più illuminato, basti pensare ad un abile Leonardo Da Vinci, il quale fu capace di creare sia opere d’arte che opere di morte.

Oggi abbiamo una vasta gamma di questi strumenti che, talvolta, funzionano male (o anche troppo bene). Uno di questi è il meccanismo delle bombe a grappolo.

Il funzionamento è abbastanza semplice. La pancia di un involucro metallico e con forma aerodinamica è riempito con bombe di più piccola stazza, le cosiddette “bombette”. Una volta lanciata, la bomba è programmata per aprirsi e lasciar cadere le bombe più piccole, talvolta rallentate da piccoli paracaduti, in modo da dare il tempo agli ordigni di armarsi e all’aereo che li ha lanciati di allontanarsi in sicurezza.

Le piccole bombe disperse nell’aria planano coprendo un raggio di esplosione più vasto di una bomba più grande e magari costruita con più materiale. l vantaggi sono nel materiale utilizzato, nella possibilità di penetrare meglio il territorio e di coprire un vasto raggio d’azione.
La storia però racconta una versione diversa. Una conseguenza dell’utilizzo di questi dispositivi è nel rilasciare su un vasto territorio ordigni che spesso non esplodono, ma rimangono attivati e alla portata di agenti atmosferici e civili che con la guerra non hanno nulla a che fare.

Le bombe a grappolo riescono infatti a coprire un raggio d’azione fino a fino a 30000 metri quadrati, un’aera davvero vasta. Testimonianze recenti attestano però che fino al 25% delle “bombette” rilasciate resta inesploso, trasformando l’area colpita in un vero e proprio campo minato, il quale minaccia numerosi innocenti anche dopo la fine del conflitto.

Basti pensare che in Afghanistan, dalla fine dell’invasione sovietica, il territorio non è ancora stato totalmente ripulito dalle bombe russe inesplose, così come in Iraq o Vietnam. Oppure al fatto che queste vengano utilizzate tutt’ora nel conflitto in Ucraina.

Ciò fa comprendere come tali strumenti siano capaci di creare un danno veramente grande, non solo nello spazio ma soprattutto nel tempo, nel nostro futuro.

Numerose nazioni hanno ormai vietato la produzione e lo stoccaggio di questi dispositivi, tra i quali l’Italia, ma questo non ne cancella i danni dai territori in passato colpiti. Eppure questo ci porta ad una riflessione importante.

Nel secolo scorso abbiamo assistito allo sviluppo di armi davvero pericolose, come il gas letale usato nelle trincee della prima guerra mondiale o lo Zyklon B nei campi di concentramento. L’utilizzo di gas letali per combattere una guerra è stato successivamente vietato perché davvero tanto distruttivo, ma questo porta forse alla creazione di una “Etica della guerra”?. Risulta essere un ossimoro, come può l’uccisione o la creazione di un conflitto risultare comunque etico?

Forse il fatto che il nemico possa morire in modo veloce e con “poco dolore” è sufficiente per definire l’uccisione etica, magari secondo dei parametri decisi da un gruppo di politici? Ma quale dignità ha un proiettile in più rispetto ad un gas nocivo o ad un ordigno esplosivo?

Dovremmo quindi introdurre un’assurda scala del dolore per poter legittimare alcune armi ed escluderne altre? Dovremmo davvero arrivare a dire frasi come: “quella no perché fa troppo male, quella sì perché li fa fuori subito”?

Sicuramente la limitazione delle bombe a grappolo è una scelta sensata, ma è necessario fare attenzione per non cadere in un tranello logico più grande. Vietare un tipo di armi significa legittimarne un altro, laddove il vero divieto dovrebbe essere sulla guerra.

Siamo nel secolo della scarsità delle risorse, dell’inquinamento, del sovrappopolamento, delle pandemie, dell’esplorazione spaziale, dei disastri naturali e della gestione delle risorse idriche: giocare a chi ha l’arma più potente è davvero la scelta più saggia?

Dopotutto ce lo insegna anche la matematica con la Teoria dei giochi, teoria matematica sviluppata dal genio John Nash e riassunta qui in sintesi: in un sistema competitivo (che sia economico, sociale, o in questo caso politico), c’è un maggior guadagno per due concorrenti se questi collaborano assieme piuttosto che dalla vittoria di uno e dalla sottomissione dell’altro.

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Francesco Iavarone

Francesco Iavarone è un autore Pugliese che da anni lavora con le parole. Scrittore, Articolista e Copywriter. La passione per la ricerca e la scrittura nascono sui banchi di scuola per poi diventare una vocazione vera e propria. Dottore in fisica, ama studiare, indagare e scrivere di temi di nicchia, scrivendo con l’intento di far emergere la verità dai fatti presentati e investigati.

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