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L’Egitto esploderà in una guerra civile?

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In molti si chiedono se l’Egitto oggigiorno sia una meta sicura o se nasconda sotto un ordine apparente qualcosa di pericoloso. 

Partiamo col vedere la strada che questo stato ha fatto negli ultimi 70 anni e potremo trarne delle conclusioni. 

Nel secondo dopoguerra (1952) passa dall’essere un protettorato inglese ad affermare tramite un colpo di stato la propria indipendenza e (teoricamente) la repubblica. 

Vediamo l’affermarsi e l’emergere, a partire da questi anni, di una classe governativa composta da militari, ufficiali e individui di ideali molto lontani da quelli precedenti. Il tutto però funzionò nel garantire all’Egitto una maggiore libertà e autonomia. Deponendo la precedente monarchia filo-anglosassone, il popolo egiziano vide alternarsi alla guida del paese una serie di presidenti che, allungando talvolta il proprio mandato grazie a precise modifiche della legge elettorale, dovettero gestire l’avanzata di Israele verso il Sinai e il canale di Suez (con conseguenti scontri bellici), accompagnate dalle ostilità di Francia e Regno Unito. 

In tutto ciò l’Egitto è si avvicinò molto all’URSS e alla politica russa, garantendosi un’alleanza valida contro l’occidente, il quale fino a qualche ventennio prima era l’effettivo governatore della regione egiziana. Eppure è stato anche il primo stato arabo a far pace con Israele, tanto fa fungere ancora oggi come intermediario tra questo e altri paese arabi in conflitto. 

Arriviamo poi fino a un più recente 2013, dove un secondo colpo di stato sottrae il potere al presidente eletto Mohamed Morsi e lo consegna nelle mani del generale Abdel Fattah Al-Sisi, attuale presidente in carica. 

Al-Sisi ha fatto molto parlare di sé. Con modifiche alla legge elettorale si è assicurato, nel tempo, un posto più saldo alla guida del paese. Le modifiche avvenute nel 2014 rendono infatti molto più complicate le candidature come presidente; questo ha portato ovviamente a critiche vivaci da parte dei partiti oppositori.

Alla guida dell’Egitto si posizionano anche Primo ministro (oggi Mostafa Madbouly) e il Parlamento, quest’ultimo costituito almeno per la metà di ex-militari, vera classe dirigente già dal primo colpo di stato nel 1952. 

Nella gestione del paese e della sua sicurezza, il parlamento si è distinto per aver approvato una bozza della nuova Costituzione nel 2013 (dove però l’opposizione non partecipò al voto) nella quale escludeva la religione dalla politica dei partiti, rinforzava le leggi anti-terrorismo e rinforzava il potere presidenziale in caso di emergenze. Il tutto fondamentalmente per rendere più salda e tranquilla la nazione, rallentando il più possibile gli episodi di terrorismo e i tumulti. Ben note sono infatti le azioni della polizia egiziana, corpo fondamentale utilizzato dal governo per garantire l’ordine e la pace, talvolta sopprimendo in modo poco pacifico eventuali manifestazioni di opposizione. 

Se dovessimo dunque pensare alla situazione dell’Egitto, seppur geograficamente vicino a Israele e Gaza, sembrerebbe stabile. Una situazione delicata è proprio al confine con la striscia di Gaza, chiamato Valico di confine di Rafah. Questa zona sarebbe una perfetta via di fuga per i civili che desiderano rifugiarsi in Egitto; oggi risulta tuttavia chiusa e il governo egiziano non sembra lasciare questa chance ai palestinesi. Che la motivazione sia non fare un torto a Israele, col quale la pace è stata tanto sofferta e risulta oggi un punto di forza per gli egiziani? 

Infine non si può certo dire che l’Egitto sia sicuro al 100%, come ogni nazione del mondo. Ci sono zone vietate ai turisti e che la polizia non tiene strettamente sotto controllo e lì la povertà e le condizioni peggiorano notevolmente. Non è raro, da turisti, essere accerchiati da mendicanti e bambini che chiedono l’elemosina. 

Oppure, al limite, basti pensare al caso Giulio Regeni.

In ultima analisi, la forza militare non può resistere a lungo: ce lo dicono gli ultimi 70 anni dell’Egitto, il quale governo si è alternato tra elezioni sospette e colpi di stato. Gli scontri non sono all’ordine del giorno, ma nemmeno rari. Al-Sisi non avrà sempre la maggioranza della popolazione (votante e non) dalla sua, motivo per il quale potremo aspettarci vari scenari nei prossimi decenni: l’attuale presidente viene deposto da un ulteriore colpo di stato, oppure potrebbe dimettersi come Mubarak a causa delle proteste ininterrotte della popolazione (e nonostante tutti gli sforzi della polizia di sedare le manifestazioni) o potrebbe essere superato da un membro della classe militare ancora più agguerrito e deciso. 

Resta da chiedersi se questa classe militare che compone parlamento e il ceto influente sia davvero l’unico potere che conta o se il coltello dalla parte del manico lo abbia davvero il presidente, con più poteri nelle sue mani di quanto una democrazia dovrebbe permettere.

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Francesco Iavarone

Francesco Iavarone è un autore Pugliese che da anni lavora con le parole. Scrittore, Articolista e Copywriter. La passione per la ricerca e la scrittura nascono sui banchi di scuola per poi diventare una vocazione vera e propria. Dottore in fisica, ama studiare, indagare e scrivere di temi di nicchia, scrivendo con l’intento di far emergere la verità dai fatti presentati e investigati.

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