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Le Università in Italia: dati shock

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Le Università in Italia: dati shock. Sono al passo coi tempi? Non è un titolo clickbait. È quanto emerge dall’ultimo report sugli atenei tricolori. Una sentenza (quasi) inappellabile. I testi non sono aggiornati, i docenti sono anziani e faticano a tenere il passo con le ultime novità. C’è una dispersione studentesca che neanche la diaspora ebraica. Infine anziché investire per recuperare terreno, l’Italia ha le braccina corte. 

Le Università in Italia: dati shock

Le Università in Italia: dati shock. Sono al passo coi tempi? Il primo pilastro d’argilla, su cui si basano i nostri Atenei, è la risorsa economica messa a disposizione. L’Italia spende 12.663 dollari per ogni studente full time contro i 18.880 della Francia e i 20.760 della Germania. Fa meglio di noi pure la Spagna – 14.631 euro – così come l’intera media dei paesi dell’Unione Europea (17.578 euro). Se decliniamo queste cifre sul Prodotto Interno Lordo, il quadro è agghiacciante: 28,9% per l’Italia contro 37,3% della Ue e 38,9% dei Paesi Ocse. Da questo ne deriva l’età del corpo docente sotto accusa per i contratti “eterni” che non permettono il cambio generazionale. E poi: il ricorso a contratti a termine che non lega professore e studente nel percorso formativo. La quota dei docenti Under 40 in Italia è solo del 15,1% contro il 19,7% della Spagna, il 30,5% della Francia e il 52,1% della Germania. Il dato è ulteriormente scoraggiante – il 56% del corpo docente ha almeno 50 anni – se lo rapportiamo al ritmo dell’innovazione di questi anni. Senza dimenticare: la diffusione delle nuove tecnologie e i progressi velocissimi del sapere scientifico. 

Una perdita da mezzo miliardo di euro

Mezzo miliardo di euro. È quanto rischiano di non incassare le università italiane, al 2041, a causa del disposto tra calo demografico e scarsa attrattività nei confronti degli studenti stranieri. «Il depauperamento della popolazione universitaria è atteso – si legge nel report di Mediobanca – con maggiore evidenza nel Mezzogiorno. Sono previste flessioni superiori al 30% in Molise, Basilicata, Puglia e Sardegna. Il Sud può avere un calo complessivo del 27,6%. Sempre con le stesse simulazioni, più contenuto è il calo al Nord che segnerebbe comunque -18,6% e al Centro -19,5 per cento». A incidere sul potenziale mezzo miliardo di mancati incassi c’è la questione immobiliare. Tradotto: le case per gli studenti. Non è un caso che il Piano nazionale ripresa resilienza contenga l’obiettivo di finanziamento di 970 milioni per portare i posti “fuorisede” a oltre 100.000 entro il 2026 rispetto alle attuali 40.000 unità stimato nei documenti ministeriali. Si va da 89,4 studenti/posti dell’Abruzzo al 18,1 dell’Emilia-Romagna, al 10,3 del Veneto e al confortante 7,5 della Lombardia. La domanda di locazione studentesca inevasa alimenta il mercato privato degli affitti. «L’effetto che la carenza di studentati ha sulla mobilità sociale è facilmente intuibile: come se lo Stato si scansasse e il successo dipendesse – si legge in un articolo del Corriere della Sera – solamente dalle risorse della famiglia di origine dello studente». Come a dire: se mamma e papà hanno un budget, lo studente può andare a studiare fuori sede. In caso contrario…

Quanto andrebbe investito per colmare il gap?

Il report non ha dubbi: «Convivono nel sistema universitario europeo tre principali modelli: quello napoleonico che vede negli atenei un’emanazione dell’apparato statale, quello anglosassone che li interpreta come derivazione dell’iniziativa della società civile e quello tedesco-humboltdiano in cui convivono ispirazione statale e comunitaria. Quello che è certo – è la sentenza che (pare) inappellabile – è che l’Italia resta fuori dai radar e così parte dagli scarsi fondi pubblici il primo grande svantaggio competitivo dei nostri atenei». Secondo le stime dell’Area Studi Mediobanca occorre una spesa aggiuntiva di 5,3 miliardi di euro per raggiungere la media Ue e di 8,8 miliardi, invece, per allinearsi alla media Ocse.

I consigli degli esperti

Cosa devono fare, allora, i giovani italiani che si affacciano al mondo del lavoro o che sono in fase di scelta del proprio percorso di studi universitari? Secondo molti esperti, i ragazzi devono rimanere flessibili e aperti all’apprendimento continuo. Il mercato del lavoro sta cambiando a ritmi da Formula 1 anche solo per quanto riguarda l’intelligenza artificiale. «Scegliere un percorso di studi che offra una solida base di conoscenze, ma che allo stesso tempo permetta di acquisire competenze trasversali e specifiche, sarà un asset prezioso per il futuro» è quanto riferiscono più report. Per le aziende, l’attenzione dovrebbe essere posta non solo sulle competenze tecniche quando si tratta di assumere nuovi talenti e sulla loro capacità di adattarsi e crescere. Le competenze possono essere insegnate. Gli imprenditori e i responsabili delle risorse umane «dovrebbero – sono i principali consigli – cercare candidati che dimostrano una mentalità aperta, curiosa e flessibile. In un mercato in continua evoluzione, la capacità di adattarsi rapidamente ai nuovi scenari è forse la più preziosa delle competenze».

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Matteo Gardelli

Compagno di Annalisa, tifoso dell'Inter e dei Boston Celtics. A tempo perso giornalista professionista e scrittore.

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