La risposta è sì.
La politica ha molti volti, primo fra tutti quello della competizione. L’America si avvicina al voto: il 5 novembre si sceglierà un nuovo presidente e sembra essere una campagna elettorale davvero accesa e combattuta.
L’egemonia mondiale dell’America è riflessa nelle relazioni mondiali che i propri leader intrattengono col resto del globo e queste, molto spesso, influenzano in modo predominante la reputazione e la popolarità dei presidenti e dei candidati.
Nell’ultimo anno abbiamo assistito allo sviluppo di due sanguinosi conflitti, i quali hanno profondamente segnato questa prima metà del XXI secolo e che, con ogni probabilità, influenzeranno gli anni avvenire.
Lo scontro in Ucraina e la faida in medio oriente sembrano solo l’inizio di conflitti molto più grandi, i quali per essere confinati e prevenuti vedranno l’intervento anche di nazioni diverse dagli USA. Questi ultimi hanno evidentemente altro a cui pensare, le prossime elezioni presidenziali sono infatti di grande importanza: si chiederà agli americani di scegliere una guida del paese in condizioni davvero delicate, da Trump sotto accusa a Biden che perde consensi. Fondamentalmente la scelta è tra due casi molto delicati e due politiche completamente differenti.
L’ulteriore perdita di consensi da parte del democratico in carica è dovuta in modo evidente, negli ultimi giorni, agli scontri tra studenti, manifestanti pro-Palestina e la polizia che fa irruzione nelle università. Sono infatti più di trenta le università dove sono stati fermati e arrestati dei manifestanti, dando in pasto ai social spettacoli di caos e violenza.
L’attuale presidente si trova dunque in una situazione altamente conflittuale che, seppur poggiando ancora su poco più del 42% dei consensi, vede vacillare la sua stabilità. Trump si trova infatti al 43,17%, dovendosela vedere comunque con candidati democratici come Marianne Williamson, Jason Palmer, e con gli indipendenti Robert F. Kennedy Jr., Cornel West e Jill Stein.
Tutto ciò perché gli USA appoggiano l’operato di Benjamin Netanyahu (premier israeliano) in Palestina, anche se gli scontri delle ultime settimane la raccontano diversamente. Così facendo Biden perde l’appoggio non solo dell’Europa che inizia a chiedersi quale sia il reale interesse dell’alleanza USA-Israele, ma anche di quella fascia di giovani elettori ai quali dovrà dar conto di numerose scelte politiche e che sembra prendere sempre più le distanze dall’attuale governo.
Ma questa politica ormai non è più un affare solo americano, le scelte dei presidenti USA sono e saranno determinanti per la pace e il benessere dell’Occidente.
Tuttavia c’è un’osservazione da fare: quella americana è una scena condivisa da più nazioni, più governi non rispecchiano infatti il volere popolare. E ciò può voler dire solo una cosa: instabilità.
Motivo per il quale la scelta del futuro presidente degli Stati Uniti non influirà solo sul gigante statunitense ma, grazie alla politica che seguirà queste elezioni, determinerà gli umori e gli equilibri mondiali. Non ci resta che seguire queste elezioni con estrema attenzione, così come i conflitti e le politiche mondiali.
Comportarsi come stati singoli non ha più alcun vantaggio, l’equilibrio si raggiungerà solo se reciprocamente scelto e condiviso.



