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L’ascesa economica della Cina: Ciò di cui dobbiamo avere paura non è quello di cui parlano i Mainstream Media

Sono appena rientrato dalla Cina, che non visitavo da 15 anni. Ho visitato Shanghai, Pechino, Xian e il Tibet e ho intrattenuto, come mio solito, tante relazioni con le persone locali. Sono rimasto impressionato dalla potenza economica, tecnologica e valoriale di questo Paese e me ne sono andato con la netta sensazione che, a livello del Governo (o dell’Unione Europea), abbiamo bisogno di gente davvero in gamba che tratti con queste persone, altrimenti verremo relegati come Paese in una dimensione di irrilevanza economica.    

Ecco i miei appunti. 

Shangai come New York ma più pulita, più sicura, senza homeless e senza obesi

Il viaggio inizia a Shanghai, una metropoli che si potrebbe dire parallela a New York. Un sacco di gru (tante nuove costruzioni), grandi problemi di traffico ma, al contempo, una città pulitissima. Le prime due cose che mi saltano agli occhi della Cina, per me che sono una persona abituata a frequentare le metropoli USA, è che non ci sono homeless (senzatetto), cosa che invece è un problema endemico in ogni città americana, e che non ci sono obesi o sovrappeso. Per giorni li ho cercati: a Shanghai, a Pechino, a Xian e devo dire che in 15 giorni di viaggio, a parte qualche turista americano o europeo, ho incontrato un solo cinese sovrappeso. La cosa mi ha così colpito che ho davvero pensato che ci deve essere sicuramente qualcosa che non funziona nel cibo che viene venduto in occidente, oppure potrebbe essere che i cinesi abbiano una cultura della salute e dell’alimentazione migliore della nostra.  La differenza non può sicuramente essere attribuita a peggiori condizioni economiche dei cinesi: molti di loro hanno un tenore di vita anche migliore degli occidentali. 

Il livello di pulizia della città, quasi maniacale, è un’altra cosa che mi colpisce: Shanghai è una città molto pulita, c’è moltissima attenzione da parte dell’amministrazione della città di trasferire un’immagine eccellente ai molti visitatori cinesi e ai pochi occidentali.

A Shanghai, come in Cina, il 30% delle auto sono elettriche (le riconosci dalla targa verde), così come tutti gli scooter, tutti i taxi e tutti gli autobus. Osservando la cosa mi viene da pensare che una simile misura avremmo dovuto attuarla noi per favorire le nostre aziende locali. Immagina Piaggio e Fiat quanto avrebbero potuto avvantaggiarsene, ma niente, noi siamo indietro.

Gli autobus elettrici sono quasi tutti prodotti da BYD, l’azienda cinese di auto elettriche. Tra gli scooter non ci sono Piaggio ma trovo diversi Peugeot elettrici in forza alla polizia locale. Ci sono anche molte Tesla, che ha anche una fabbrica locale e vende la Model 3 a 30.000 dollari (intorno ai 27.000 euro). 

Esplorando la città visito la via dello shopping, Nanjing Road. Oltre alla pulizia mi accorgo che ci sono pochissimi expat (manager stranieri). Nei 4 giorni totali spesi a visitare questa città ho incontrato al massimo 10 occidentali, molti meno che a Pechino. Gli amici cinesi mi spiegano che durante il Covid molti se ne sono andati e non sono più tornati. Mi faccio però l’idea – che potrebbe anche essere solo una mia impressione – che esista una sorta di razzismo al contrario. Su Nanjing Road, la via più importante di Shanghai che dura due o tre km, a parte i grandi brand, non c’è neanche un negozio di occidentali o che abbia un titolare occidentale, nemmeno un ristorante. Mi faccio l’idea che i cinesi si dividano tra loro le opportunità e non siano così aperti verso le persone che non vengono dal loro Paese. Questo è importante da sapere: tutti amichevoli, tutti desiderosi di fare le fotografie con te, ma quando si tratta di business, loro tirano l’acqua solo al loro mulino. 

I cinesi che parlano inglese sono pochissimi, anche negli alberghi è impossibile farsi capire a meno che non si sia dotati di Google Traduttore e di tanta pazienza. Il motivo non è solo da attribuirsi al fatto che l’insegnamento della lingua a scuola è carente, ma anche al fatto che la maggior parte dei nostri siti web occidentali non è raggiungibile dalla Cina. Per lavoro, oltre alla mia Sim internazionale di Hong Kong, ho dovuto fare una Sim locale e Facebook, Gmail, Youtube, Whatsapp, Instagram, e persino TikTok non sono accessibili. I loro ragazzi non crescono come i nostri seguendo i canali YouTube in inglese, ma solo siti locali. 

Altra cosa che mi colpisce è la sicurezza: anche se è raro incontrare dei poliziotti, Shanghai è una città molto sicura. I motorini e le biciclette non vengono chiuse con le catena, le guide turistiche spesso mi rassicurano sul fatto che posso girare per la città anche di notte senza mai avere alcun rischio. Si percepisce. Chiedo come può essere possibile, visto che vedo poca polizia in giro e i locali mi mostrano le telecamere: “Qui tutto viene ripreso e monitorato costantemente tramite il riconoscimento facciale. Nel momento in cui avvenisse un furto la polizia ci metterebbe 20 minuti a risalire a chi è stato il colpevole, quindi le persone non rubano”. In effetti girando ti rendi conto che la sicurezza è ferrea: si scannerizzano i documenti (e spesso l’immagine facciale) per entrare nei musei, per prendere i treni, gli aerei. Le autorità cinesi sanno sempre dove sei e che cosa stai facendo. Quando riesco a far aprire un po’ le guide locali su questo sistema di sicurezza, una di loro mi dice:

“Noi cinesi non abbiamo pazienza, vogliamo che le cose migliorino in fretta e siamo disposti a dare al nostro governo il potere di fare le cose che servono senza venire a chiederci”. 

Nei momenti liberi, per girare per Shanghai utilizzo Didi, una app per taxi e auto private che funziona come un gioiello. Tutti i pagamenti sono elettronici. Indichi dove vuoi andare, la app scopre dove sei e ti manda un’auto entro 5 minuti. Non serve parlare con il guidatore. Egli sa già dove deve portarti ed è la App che gli indica la strada che deve percorrere. Per pagare le corse Didi si collega ad Alipay, che è un vero e proprio gioiello tecnologico. Tutti i cinesi usano Alipay (o Weixin che è collegata a WeChat) per i loro acquisti. Alipay è collegata alla tua carta di credito e anche la persona con la bancarella della frutta (o addirittura i monaci tibetani per le offerte) scansionano il tuo QR code per il pagamento. Il denaro è completamente elettronico. In due settimane in Cina ho cambiato solo 200 euro, di cui circa 40 li ho spesi in aeroporto e 100 li ho spesi per dei soldi che dovevo rimborsare a una guida. Altro che rivoluzione del Bitcoin o delle Crypto, il denaro elettronico è già qui. Senza Alipay è impossibile vivere in Cina.

Mi colpiscono anche i gusti delle persone. Ai cinesi piacciono i gusti strani: gelati iper-carichi di praline, di frutta, di crema di cioccolato, i the iper-lavorati. Sì, lo so che ho detto che non sono obesi, mi sono chiesto anche io come cavolo facciano a non esserlo. Vi giuro, una delle idee con cui me ne torno è che nel cibo occidentale ci deve essere qualcosa che non va. 

Xi An: La città da dove partiva la Via della Seta 

Xian è una delle vecchie capitali della Cina, anche se ha 10 milioni di abitanti, è più piccola e anche un po’ meno curata di Shanghai. Anche qui si percepisce un’importante spinta di sviluppo. Ci sono dieci linee della metropolitana e, come arrivo, la guida mi racconta orgogliosa che stanno costruendo stazioni dell’alta velocità dappertutto. Ogni città della Cina sta lavorando per unirsi in questa fantastica rete che riduce drasticamente i tempi dei collegamenti.

Stando a Xian, che è piena zeppa di turisti cinesi (anche qui pochissimi occidentali) mi rendo conto che non è poi vero che le condizioni economiche dei cinesi siano molto inferiori alle nostre. Il salario medio per un dipendente entry level a Xian è di 900 dollari USA (820 euro), ma molto rapidamente, in un paio d’anni, se lavora benino, arriva a guadagnarne 2000 al mese (circa 1800 euro). La sanità è privata nel senso che si paga per qualsiasi intervento ospedaliero. Ovviamente non ci sono i costi degli Stati Uniti in quanto molti farmaci e prodotti sono locali. 

Lasciando Xian, Rocky la mia guida mi dice:

“A noi cinesi piace guadagnare soldi. Tanti anni fa abbiamo capito che, se vuoi diventare ricco, devi costruire delle strade. Questo era lo scopo originale della Via della Seta che partiva da qui e arrivava da voi in Italia. Con questa nuova Via della Seta vogliamo affermare la potenza economica della Cina nel mondo”. 

Il Tibet

Non tratterò a fondo la scena del Tibet in questo pezzo in quanto questa regione non è così sviluppata economicamente e ho deciso di scrivere un altro articolo per descrivere la questione politica. Osservando il Tibet quello che colpisce, a parte la bellezza e il fascino del luogo, se si scava un po’ sotto la superficie e si intervistano i locali, si comprende la grande abilità gestionale del Governo centrale cinese che in qualche modo pesa premi e penalità per conquistare i cittadini (ci sarà un altro articolo al riguardo nella sezione Dibattito e Confronto).  

Pechino, la Capitale 

Pur essendo una metropoli decisamente più grande, Pechino mi ha ricordato molto Roma. Si sente la presenza del potere politico e del fatto che è la capitale. Per darvi l’idea delle dimensioni della città basti dire che ci sono dieci tangenziali, o Ring Road come le chiamano loro, che la circondano. Qui ho incontrato molti più europei (la maggior parte turisti ma anche diversi businessmen) e occidentali. L’inglese mi sembra più diffuso e anche negli hotel è facile incontrare persone e camerieri che lo parlano. Ci sono meno auto elettriche rispetto a Shanghai (probabilmente intorno al 20%) ma la sicurezza della città è allo stesso livello. 

Ho percepito grande benessere. Centri commerciali mega – dagli standard molto alti – che offrono tanti servizi, grande assonanza dei cittadini con il potere politico. In molti ricordano e fanno riferimento a Mao come “al Presidente Mao” e lo considerano la persona tutt’oggi la persona che ha traghettano la Cina da potenza di secondo grado a diventare la potenza che è oggi.  

Le mie conclusioni

Me ne rientro da questo viaggio con l’idea che noi non dobbiamo avere paura della Cina per il controllo che esercita sulla popolazione, per il destino dei poveri tibetani o per gli ipotetici (sarà poi vero?) schiavi delle regioni a maggioranza musulmana. 

Io credo che noi occidentali dobbiamo avere paura della Cina perché abbiamo esportato tutta la nostra produzione e il nostro manufacturing in quel Paese. In Italia in due generazioni non avremo più le risorse umane che sanno produrre (i tecnici che costruivano e lavoravano nelle fabbriche saranno andati in pensione) e dall’altra ci troveremo di fronte un colosso organizzato, unito da valori forti, con un’etica del lavoro e dello Stato completamente superiore alla nostra. Questo è un Paese che corre, che non si fa alcun problema a sovvenzionare lo sviluppo di industrie specifiche e che le possono far comodo (hanno dato miliardi e miliardi in sovvenzioni alle industrie dell’auto elettriche e della produzione, con il risultato che hanno spazzato via la maggior parte delle nostre aziende), un Paese che finanzia e costruisce industrie e settori all’avanguardia (nei centri commerciali vicino agli Smart Phone Huaweii vende le stampanti 3D e non è raro trovare negozi di droni e di robot), una capacità informatica di grande livello. E il tutto con una preferenza – che non si può non notare – dei cinesi per portare l’acqua al loro mulino o seguire i propri vantaggi. 

Questi sono i competitor con cui ci confronteremo negli anni a venire. Credo che ci serva gente che sappia trattare con queste persone, che sappia mettere limiti e che ci aiuti a ricostruire, o a mantenere e sostenere una parte del tessuto industriale italiano che sta andando perduto. Se non ci mettiamo a correre verso questi obiettivi cadremo nell’irrilevanza totale, diventano solo un luogo di villeggiatura e non certo una potenza mondiale. 

Partendo dall’aeroporto di Shanghai mi riecheggiavano in testa le parole di una delle guide che mi aveva seguito nei primi giorni del mio viaggio. Indicandomi un palazzo nel centro delle città mi diceva:

“Ecco vedi quel palazzo? È stato costruito nel 1990 e doveva fungere da punto di riferimento per indicare la riscossa e la grande crescita che avrebbe avuto il nostro Paese negli anni a venire…”.

Ascoltando quelle parole e pensando all’Italia mi è venuta una grande tristezza. Quando ritorneremo anche noi a costruire questi grandi landmark? Cose come il Burj Khalifa a Dubai, la Oriental Pearl Tower di Shanghai, lo Shard a Londra? Quando torneremo a costruire aziende, progetti e immobili tipici di una grande nazione? 

Possiamo ancora farcela ma dobbiamo cambiare in fretta. I cinesi non ci staranno certo ad aspettare. 

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Paolo Ruggeri

Paolo A. Ruggeri è un imprenditore che gestisce numerose aziende in diversi paesi nel mondo. Socio fondatore di OSM, società Italiana di consulenza che aiuta gli imprenditori a comunicare con i dipendenti, a far crescere il loro business e ritrovare la motivazione in azienda, con più di quindici sedi distribuite in Europa, Stati Uniti, Canada, Russia e Medio Oriente. Inoltre, dirige o possiede partecipazioni in aziende in svariati altri settori intorno al mondo, dall'immobiliare all'Editoria, dalla consulenza per l'internazionalizzazione d'impresa al marketing e alla ristorazione.

4 thoughts on “L’ascesa economica della Cina: Ciò di cui dobbiamo avere paura non è quello di cui parlano i Mainstream Media”

  1. Sono le 4:40 del mattino, e sono rimasto affascinato da questa testimonianza, grazie Paolo.

  2. Ciao Paolo, bell’articolo. Nessuno viene a dirti queste cose, mi é piaciuto. Mi pare una reale e logica evoluzione di un popolo che ha bisogno di emergere in un contesto mondiale che ho la sensazione di non conoscere da come viene descritto nei nostri media.

  3. Whouu questa testimonianza merita tanta attenzione. Sempre un passo avanti e sguardo dritto dove gli altri non vedono o non vogliono vedere.
    Grazie💖

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