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L’AI ci ruberà il lavoro? La verità che ogni giovane deve sapere – intervista a Nico Nuzzi

AI

L’intelligenza artificiale ci ruberà il lavoro? 

Se siamo giovani, dobbiamo preoccuparci di questo?

Se oggi sono un ragazzo che vuole costruirsi un futuro, come dovrei muovermi di fronte a questa rivoluzione? Quali sono i primi passi per comprendere l’AI e, soprattutto, per imparare a usarla invece di farmi usare da lei? Su cosa dovrei concentrarmi per garantirmi un futuro solido?

Le domande che circondano l’AI sono tante, così come i dubbi sul futuro del lavoro. Alcuni la vedono come una minaccia, altri come un’opportunità senza precedenti.

Per fare chiarezza su questi temi, ho intervistato Nico Nuzzi, CEO di Eli Z Group, un’azienda che utilizza strategie avanzate di e-commerce e intelligenza artificiale per vendere prodotti di nicchia in tutto il mondo. 

Nico è un imprenditore con una grandissima carica, un entusiasta visionario con una grande curiosità e passione per la tecnologia e l’innovazione. Per lui, ogni novità è un’opportunità da cogliere. Ciò che lo guida è l’amore per la sua azienda e per le persone che lo circondano.

Durante l’intervista, mi sono resa conto che, nonostante i suoi straordinari risultati, Nico è una persona di un’umiltà sorprendente. Racconta i suoi successi con una naturalezza disarmante, quasi come se fossero la cosa più normale del mondo! Ed è proprio questo che lo contraddistingue: la combinazione tra una mentalità come la sua e una grande semplicità, caratteristiche di un forte imprenditore.

Oggi Nico ci racconterà perché l’AI è una competenza fondamentale per i giovani, come iniziare a utilizzarla e quali sono le migliori strategie per rimanere competitivi nel mondo del lavoro del futuro.

Prima di tutto Nico raccontaci la tua storia. Com’è nata la tua azienda e come sei arrivato fin qui?

Ho sempre amato la tecnologia e l’innovazione, tanto che la prima volta che ho approcciato il mondo dei computer è stato a 8 anni, per poi creare il mio primo sito web a 16, mentre lavoravo in un negozio di informatica. 

Ho un background da Product Designer, ho studiato al Politecnico di Milano. Nel 2010 ho lanciato un’agenzia pubblicitaria in Puglia che si occupava di attività di digital marketing (Facebook Ads, Google Ads, strategie online…). Tuttavia, il territorio non era ancora molto pronto per queste innovazioni e, dopo tre anni, ho deciso di chiudere l’agenzia, seppur avessi avuto modo di sperimentare molte cose. Ho iniziato poi a dedicarmi ad offrire dei servizi di digital marketing a performance, dove i miei guadagni erano legati ai risultati ottenuti.

Tutte queste esperienze mi hanno aiutato ad osservare e a capire che c’era un grande gap nel mercato: esistevano prodotti di alta qualità (soprattutto in Cina) che faticavano a entrare nel mercato globale, mentre in paesi come gli Stati Uniti c’era una forte domanda e una grande apertura verso l’advertising online, ma un’offerta limitata.

Così ho iniziato a collaborare con rivenditori locali in Cina e, da lì, ho cominciato a spedire negli Stati Uniti, poi in Canada e Australia. Dunque, in sostanza, importavo dei prodotti dalla Cina, e sfruttavo il digital marketing per portare questi articoli sul mercato globale, soprattutto negli Stati Uniti.  

Ho quindi deciso di combinare la mia passione per il digital marketing con i miei studi di design del prodotto industriale e, nel 2016, ho fondato Eli Z Group, un’azienda che individua gemme nascoste, ovvero prodotti di nicchia che possono avere un potenziale a livello globale, crea uno store attorno al prodotto e cerca di raggiungere quanti più potenziali clienti in giro per tutto il mondo.

Questo mi ha portato nel tempo a gestire investimenti pubblicitari di diversi milioni di euro all’anno su Facebook/Google, ad avere store che fatturano anche più di dieci milioni di euro e a ricevere numerosi premi da Shopify, oltre a partecipare a meeting nelle sedi di Facebook e Google, fino a essere invitato nella sede centrale di Meta, nella Silicon Valley (un’esperienza riservata a pochissimi, tanto che neanche alcuni collaboratori interni hanno mai avuto l’opportunità di visitarla), che è anche il luogo dove, ogni venerdì, Mark Zuckerberg incontra il team per un confronto diretto. Insomma, una grande soddisfazione!

Oggi, in Eli Z Group, siamo un team di 50 persone e operiamo completamente da remoto. Il nostro obiettivo attuale è quello di creare, scalare e poi vendere store, tutti di nostra proprietà. 

Come mai ti sei interessato all’uso dell’AI in azienda?

Negli anni, con la crescita dell’azienda, mi sono spesso ritrovato ad avere collaboratori impegnati in attività ripetitive, ridondanti e poco stimolanti. Mi chiedevo: “Perché quel collaboratore che è così in gamba sta perdendo tempo ad occuparsi di qualcosa che una macchina potrebbe fare al suo posto?”

Così ho chiesto al mio CTO, Roberto Tacconelli (un vero genio della tecnologia e dell’informatica, nonché mio amico d’infanzia), di cercare un modo per supportare il team e permettere ai collaboratori di concentrarsi su attività più creative e strategiche, invece di lavori di semplice “copia-incolla”.

Già nel 2018, Roberto aveva iniziato a sviluppare strumenti per automatizzare e delegare alle macchine il lavoro più manuale e ripetitivo. Da allora, abbiamo sviluppato più di 40 piattaforme interne all’azienda che ci permettono di automatizzare i processi. Ad esempio, possiamo allocare automaticamente le richieste che riceviamo di customer service ai collaboratori più adatti o gestire i budget pubblicitari in modo autonomo tramite una piattaforma.

Nel 2018 non si parlava ancora di intelligenza artificiale: gli strumenti che utilizzavamo erano più che altro delle automazioni. Abbiamo iniziato a integrare l’AI dal 2020/2021, con le prime versioni di ChatGPT. Non era ancora così intelligente come lo è oggi, era abbastanza banale e molto semplice, soprattutto in lingua italiana, però riusciva comunque a gestire alcune task a cui noi non riuscivamo ancora a trovare una soluzione. 

Non era più solo un’automazione che seguiva logiche preimpostate del tipo “se succede X, fai Y”, bensì era una macchina che riusciva a prendere anche delle decisioni da sé e a effettuare delle task in maniera semi-intelligente.

Questo mi ha affascinato molto e mi ha spinto, insieme a Roberto, ad approfondire sempre di più il mondo dell’AI, fino a sviluppare soluzioni sempre più avanzate per il nostro business.

Secondo te, l’AI potrà mai sostituirci nei lavori del futuro? Quali settori verranno maggiormente trasformati?

Questa è sicuramente una domanda molto importante. Io personalmente non vedo l’intelligenza artificiale come una tecnologia che ruberà il lavoro, bensì come uno strumento che lo trasformerà, proprio come è successo con le precedenti rivoluzioni tecnologiche. Alcune professioni cambieranno, alcune scompariranno, ma sicuramente ne nasceranno anche di nuove.

Ciò che ho osservato in azienda, e che penso avverrà a livello globale in tutti i settori, è che i lavori puramente ripetitivi saranno automatizzati: mi aspetto che una persona non eseguirà più lo stesso compito meccanico ogni giorno per tutta la vita. Al contrario, i ruoli che richiedono creatività, pensiero critico, empatia e capacità decisionali più complesse resteranno nelle mani degli esseri umani. In più, nasceranno nuove professioni che oggi nemmeno possiamo immaginare.

Credo quindi che la maggior parte dei lavori non sparirà, ma si evolverà integrando l’AI come strumento, proprio come abbiamo fatto con l’arrivo di Internet o degli smartphone. Perciò credo che la vera chiave sia prepararsi al cambiamento, sviluppare competenze che l’intelligenza artificiale non può replicare, imparare a utilizzarla come un alleato e, soprattutto, mantenere un atteggiamento flessibile e pronto all’adattamento.

La nostra azienda, ad esempio, è completamente liquida (lavoriamo tutti da remoto) e riesce ad adattarsi rapidamente ai cambiamenti. Quindi quello che consiglio a ogni giovane è di investire sulle soft skills come la creatività, il problem solving o la capacità di lavorare in team.

Alla fine, non è l’AI a rappresentare una minaccia per il nostro lavoro, ma piuttosto la nostra incapacità di prepararci e adattarci al cambiamento.

E questo non vale solo per i giovani, ma anche per gli imprenditori. Piuttosto che dire ai ragazzi di “non usare ChatGPT”, dovrebbero incoraggiarli a sperimentare e imparare a usare l’AI in modo consapevole, ovviamente senza abusarne.

Il ruolo dell’imprenditore in questo contesto, infatti, è fondamentale, perché può essere un ponte tra i giovani e l’intelligenza artificiale. Come? Per esempio offrendo stage e percorsi di apprendistato incentrati sull’AI, magari anche collaborando con scuole e università per sviluppare programmi di formazione e, più in generale, portando l’innovazione nella pratica (anche semplicemente nella propria azienda).

Quanto è importante secondo te per i giovani oggi acquisire competenze legate all’AI e quali sono i primi passi che dovrebbero fare per iniziare a comprenderla e usarla?

È molto importante. Per lavorare con l’AI, oltre alle competenze tecniche, penso che i giovani dovrebbero sviluppare qualità come la curiosità, la voglia di sperimentare, l’apertura mentale e la consapevolezza. Non basta limitarsi a usare l’AI in modo passivo: serve tanto pensiero critico e capacità di problem solving per valutare gli output e i risultati. Spesso vedo un approccio all’AI troppo superficiale, dove si scrive un prompt e si copia-incolla la risposta senza nemmeno leggerla, ma non è così che si ottiene valore con l’AI. Bisogna saper interpretare e migliorare le risposte della macchina e non prenderle subito come oro colato.

Anche avere delle basi di programmazione può essere un ottimo punto di partenza per sviluppare piccoli tool con l’aiuto dell’AI stessa. 

Alla fine, credo che la cosa più importante sia non avere paura di questa tecnologia. Si può partire da zero, esattamente come quando impari ad andare in bicicletta: l’importante è iniziare e imparare passo per passo.

Si può cominciare con strumenti già disponibili sul mercato, come ChatGPT o Claude, e imparare gradualmente a comunicare con questi tool sperimentando con diversi prompt, migliorandosi costantemente. Con l’AI, infatti, la qualità della domanda è più importante della risposta in sé, perché un prompt ben formulato può davvero fare la differenza tra un risultato banale e uno realmente utile.

Poi online esistono molti corsi gratuiti e piattaforme di formazione, ma il modo migliore per imparare è sperimentare concretamente. Ad esempio, fai pratica automatizzando un’attività quotidiana o risolvendo un tuo problema specifico. Ti ritrovi a ripetere un’operazione ogni giorno? Pensa a come potresti automatizzarla. Apri ChatGPT, descrivigli il problema e inizia a conversare con l’AI per trovare una soluzione.

Quello che però ci tengo a far capire è che l’intelligenza artificiale non sostituirà mai le nostre capacità umane, ma le amplificherà, permettendoci di lavorare in modo più efficiente e creativo. Il segreto è saperla usare nel modo giusto.

Ci sono risorse, corsi online o piattaforme che consiglieresti a chi vuole imparare le basi dell’AI?

Ci sono diverse risorse online molto valide. Piattaforme come Coursera, Udacity o lo stesso YouTube hanno corsi introduttivi sull’intelligenza artificiale, spesso gratuiti o a basso costo. Un’altra risorsa interessante è AI Play, una piattaforma ben strutturata che esplora diversi ambiti di applicazione dell’AI, tra cui l’educational e il settore sanitario, e offre una base solida per chi vuole approfondire.

Un corso invece che ho trovato particolarmente utile è “Prompt Chi Parla”, realizzato da due ragazzi molto in gamba, che insegna a scrivere prompt efficaci e a usare tool come MidJourney, Claude e ChatGPT in modo più strategico.

Poi, come anticipavo in precedenza, per chi vuole iniziare a sperimentare direttamente con l’AI, quindi mettendo proprio le mani in pasta, consiglio di partire con ChatGPT o Claude, strumenti molto simili tra loro, oppure Perplexity, un motore di ricerca che sfrutta l’AI per dare risposte più contestualizzate.

Infine, avere delle basi di programmazione può fare la differenza. Imparare un minimo di Python (che è il linguaggio di programmazione più accessibile) ti permette di creare piccoli tool personalizzati. Io stesso, pur non essendo uno sviluppatore, ho iniziato a studiare Python un anno fa grazie a ChatGPT e sono riuscito a creare degli strumenti interni per analizzare grandi moli di documenti, risparmiando così tantissimo tempo. ChatGPT mi ha guidato passo dopo passo nell’uso di Python e nella creazione di questi tool in modo molto semplice.

Come Eli Z Group utilizza l’intelligenza artificiale per migliorare l’esperienza del cliente? Puoi darci un esempio pratico?

In Eli Z Group abbiamo sviluppato circa 40 tool basati sull’intelligenza artificiale, ognuno pensato per ottimizzare diverse aree.

Uno dei primi utilizzi è stato nella gestione intelligente del budget pubblicitario. Immagina di investire 2-3 mila euro al giorno in advertising: di notte, mentre la macchina sta spendendo, i nostri tool monitorano in tempo reale la spesa pubblicitaria e intervengono automaticamente per evitare sprechi nel momento in cui il ritorno sull’investimento non è positivo.

Abbiamo poi integrato l’AI anche nel customer care e nella gestione dello stock. Ad esempio, per il settore fashion, l’AI analizza i dati di vendita e ci suggerisce quali prodotti acquistare, di quali taglie e colori, ottimizzando gli ordini in base alla domanda.

Un altro strumento è quello che utilizziamo per gestire e sintetizzare le nostre riunioni aziendali. Le classiche call tra manager o collaboratori vengono automaticamente trascritte e sintetizzate dall’AI, che ne estrae i punti chiave, evidenzia i prossimi step e assegna in automatico le task ai nostri collaboratori. Così ogni collaboratore, finita la riunione, sa direttamente cosa deve fare durante la settimana. 

Un progetto ancora più avanzato su cui stiamo lavorando è un’AI che funge da assistente virtuale per l’azienda. Si collega a tutta la conoscenza aziendale e risponde come se fosse l’imprenditore stesso, attingendo informazioni non solo dai nostri documenti interni (come i mansionari), ma anche da piattaforme come Facebook, Instagram, podcast, Google e Shopify. Questo permette ai collaboratori di ottenere risposte immediate senza dover interrompere il flusso di lavoro o dipendere direttamente dall’imprenditore stesso.

Company Chat è progettato per integrarsi con qualsiasi piattaforma di comunicazione (WhatsApp, Telegram, Slack) e può persino rispondere con messaggi vocali riproducendo la voce dell’imprenditore o utilizzando un tono che lo imita fedelmente. Le aziende che lo hanno testato stanno ottenendo grandi risultati e lo rilasceremo presto come soluzione indipendente, con possibili applicazioni anche nel customer service. Se volete testare la soluzione in azione, visitate il sito www.ciaociccichat.com per iniziare a comunicare con il clone digitale dell’imprenditore Andrea Febbraio.

Come si può intuire, l’intelligenza artificiale per noi non è solo un supporto operativo, ma un potenziatore delle capacità umane che ci permette di lavorare in modo molto più strategico.

In che modo pensi che l’AI possa cambiare il mondo del lavoro nei prossimi 5-10 anni?

Alcuni sono spaventati dall’evoluzione dell’AI, ma io credo che, con la giusta mentalità, sia un’opportunità incredibile per automatizzare i processi e accrescere il potenziale umano. In futuro non ci sarà una competizione tra esseri umani e intelligenza artificiale, ma una collaborazione sempre più stretta: l’AI diventerà uno strumento onnipresente, come oggi lo sono Internet e il digitale.

Nei prossimi 5-10 anni, l’intelligenza artificiale sarà integrata ovunque: dai frigoriferi alle auto, fino agli elettrodomestici di uso quotidiano e diventerà una presenza così naturale da risultare scontata. Anche i governi stanno puntando in questa direzione: ad esempio, Trump ha annunciato un investimento di 500 miliardi di dollari nell’AI, confermando che il futuro dell’innovazione passerà da qui.

Ma cosa cambierà nel mondo del lavoro?

Non ci sarà una perdita di posti di lavoro, ma una trasformazione. Ci saranno nuove figure professionali, come i Prompt Engineer (ovvero esperti nella scrittura di prompt), gli AI Trainer (professionisti che “addestrano” l’intelligenza artificiale per rispondere alle esigenze specifiche delle aziende), gli AI Ethics (esperti che si occuperanno degli aspetti etici e dell’impatto dell’intelligenza artificiale sulla società).

Insomma, l’AI non sostituirà il lavoro umano, ma permetterà di eliminare compiti ripetitivi e ridondanti, lasciando agli esseri umani ciò in cui eccellono davvero: creatività, empatia, pensiero critico e capacità decisionali.

Le aziende dovranno imparare a mantenere l’unicità e il valore della creatività umana, mentre l’AI potrà occuparsi della parte più analitica.


Nico ci ha fatto capire che l’AI non è solo “roba da informatici”. Quello che ha spinto Nico a integrarla in azienda non è stata la voglia di sostituire le persone, ma l’amore per il talento umano e la convinzione che i suoi collaboratori possano dare molto di più se liberati dai lavori ripetitivi per concentrarsi su attività più importanti.

Questo dimostra che l’AI non è qualcosa di freddo e distante dall’umanità, anzi. È uno strumento che può nascere proprio dall’attenzione di un imprenditore per la sua azienda e per le persone che la rendono viva. Non è qui per rubarci il lavoro o per trasformare tutto in un mondo automatizzato senza emozioni, ma per aiutarci a tirare fuori il meglio di noi, valorizzando la nostra creatività e il nostro pensiero critico.
Se impariamo ad usarla nel modo giusto, invece di temerla, può davvero migliorare il mondo del lavoro, rendendolo più efficiente, stimolante e, paradossalmente, persino più umano!

Clicca qui per accedere al profilo LinkedIn di Nico e contattarlo per domande, approfondimenti o per esplorare la possibilità di testare l’agente AI nella tua azienda.

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