Se non sai chi sono gli Hikikomori, prima di raccontarti questa storia è bene che io ti dica qualcosa in più.
Il termine è originario del Giappone, descrive giovani (principalmente adolescenti) che scelgono di isolarsi completamente dal mondo esterno. Questo fenomeno, che una volta sembrava limitato alla cultura giapponese, ha trovato terreno fertile anche nelle società occidentali.
Ma quali sono le cause e le sfide che questa cosa presenta, in particolare per i genitori?
Per parlare di questo tema ho deciso di raccontare una storia vera, la storia di mio fratello che ha smesso di esserci da tanti anni e di chiedere a mia mamma come vive questa situazione, per poter aiutare altri genitori che stanno affrontando un dolore simile.
Tra segnali silenziosi e cammini deviati: la storia di un fratello perso
Quando guardo indietro, al tempo in cui mio fratello era solo un adolescente, mi rendo conto che i segnali erano sempre stati lì, solo che noi non siamo stati in grado di vederli. Era sempre stato un po’ riservato, un po’ silenzioso, ma nessuno avrebbe potuto prevedere la piega che avrebbe preso la sua vita.
Tutto è iniziato con un tradimento, uno di quelli che ti lasciano un segno indelebile. Gli amici, o almeno quelli che lui riteneva tali, gli hanno voltato le spalle. Questo episodio è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso e ha innescato il suo percorso di ritiro progressivo dalla realtà.
All’inizio, era solo una riluttanza ad uscire con gli amici. Poi, ha iniziato a saltare anche le cene in famiglia, preferendo a tutto il computer e la solitudine della sua stanza.
La scuola è stata una lotta costante, e pur avendo conseguito il diploma, sia l’università sia il lavoro si sono rivelati degli ostacoli insormontabili per lui. Ogni tentativo di affrontare la realtà esterna finiva in un fallimento.
I miei genitori, preoccupati, hanno cercato aiuto professionale. Uno psicologo gli ha suggerito di iniziare per primi una terapia, sperando di creare un ponte tra la solitudine di mio fratello e il mondo esterno. Ma le dinamiche familiari hanno complicato ulteriormente le cose. Mio padre non riusciva a comprendere il problema e ha rifiutato l’idea, mentre mia madre, pur volendo aiutare suo figlio, si sentiva troppo sopraffatta per intraprendere un percorso del genere da sola.
Con il passare degli anni, mio fratello si è chiuso ancora di più in sé stesso e mia madre è diventata il suo unico punto di riferimento. La loro relazione ha assunto una dinamica dolorosamente simbiotica, con lei che funge da spalla, da curatrice, da amica. Mio fratello, nonostante la sua età adulta, è diventato dipendente da lei come un bambino. Oggi rifiuta qualsiasi forma di autonomia e affronta il mondo esterno solo se lei lo accompagna.
Ma cosa significa tutto ciò per mia madre, Gaetana Lo Faso, e come può un genitore rendersi conto del problema prima che sia troppo tardi? Ho deciso di porre direttamente a lei alcune domande per comprendere meglio il suo punto di vista.
Interrogativi di cuore: una madre davanti al dilemma dell’Hikikomori
- Come ti senti riguardo alla situazione di tuo figlio e cosa pensi abbia innescato il suo ritiro dalla società?
Di fronte alla situazione di mio figlio mi sento impotente e preoccupata.
Impotente perché nonostante tutti gli sforzi che io possa fare so che non potremo andare oltre un certo limite di autonomia e che la sua vita e la sua sopravvivenza sono legate indissolubilmente alla mia.
Guardare tuo figlio chiudersi lentamente al mondo esterno è come assistere a una lunga eclissi, pregando che la luce ritorni.
Non so se c’è stato un unico evento che ha scatenato il suo ritiro dalla società, in quanto credo sia stato un lento cammino iniziato dall’infanzia che ha trovato il suo culmine con l’addio agli amici e con il passaggio alla scuola superiore, ambiente chiuso e poi all’università, ambiente in cui devi creare tu delle relazioni.
- Come è cambiata la tua vita da quando tuo figlio è diventato un hikikomori?
In realtà la mia vita non è cambiata nel momento in cui lui si è chiuso in una stanza, perché essendo io uno struzzo ho nascosto la gravità della situazione anche a me stessa per molto tempo.
Provavo anche uno sbagliato senso di vergogna, che mi ha portato per tanti anni a tacere con gli altri di questa situazione drammatica di mio figlio. Vergogna sì, perché il disagio psicologico è più difficile da affrontare rispetto ad una malattia fisica, sia per il famoso senso di colpa sia per il senso di impotenza che subentra.
E poi all’epoca mi sentivo immortale, non mi ponevo il problema di invecchiare o di una mia malattia o del dopo di me. Pensavo stupidamente quasi di proteggerlo e forse non avevo nemmeno la forza necessaria per affrontare quella situazione.
Facevo dei tentativi: gli ho cercato il lavoro che è durato poco o niente, l’ho convinto ad iscriversi all’università dove faceva finta di andare, ma poi mi sono arresa. Anche cercare aiuto con psicologi e psichiatri è stato inutile…. doveva essere lui a decidere di curarsi!
La mia vita è cambiata quando purtroppo questa volontaria reclusione gli ha causato delle psicosi. A quel punto non era più lui che decideva di stare da solo in una stanza, ma era una questione di sopravvivenza fisica e mentale.
Finalmente uno psichiatra mi ha aiutato con dei farmaci e lui piano piano ha iniziato ad aprirsi con me.
A quel punto la mia vita è veramente cambiata.
Perché se prima stavo fuori casa due giorni, sapevo che per lui non sarebbe cambiato nulla. Ora, invece, sono consapevole che mancare due giorni da casa significa rimetterlo agli arresti domiciliari volontari per quel periodo. Oltre alla preoccupazione degli imprevisti che non so se sarebbe in grado di affrontare.
La mia vita è cambiata anche per i grandi sensi di colpa provati per entrambi i miei figli.
Perché per dare all’anello più debole, ho sicuramente fatto mancare qualcosa a quello che sembra l’anello più forte.
- Quali sono le tue speranze e paure per il futuro?
Speranze poche o per meglio dire non credo più nel miracolo. Oggi so che ho perso del tempo prezioso e per questo consiglio ai genitori di agire subito. Io spero solo che l’equilibrio in cui ci muoviamo con attenzione duri a lungo.
Paure tante, soprattutto che lo stato psichico possa peggiorare. Ogni volta che sento alla televisione notizie di figli che uccidono mamme, fratelli che uccidono sorelle, io lo capisco cosa passa nelle menti di quei ragazzi, la rabbia e il dolore che provano, e ho i brividi.
- Come gestisci il tuo benessere mentale ed emotivo in mezzo a tutto ciò?
Apprezzo il tuo ottimismo che ti porta a chiedermi della gestione del mio benessere e non di come vivo il mio malessere.
Non è semplice parlare di benessere avendo convissuto con grandi sensi di colpa e con un forte senso di impotenza. Anche il pensiero del futuro, della vecchiaia, del non poter essere più di sostegno per i miei figli, questo mi ha causato non poche notti insonni.
Poi però cerco di pensare al qui ed ora ed è tutto ok, io ci sono per i miei figli e loro ci sono per me.
Riflessioni finali
La storia di mio fratello serve come un promemoria inquietante delle sfide che affrontiamo nella società contemporanea. Le condizioni degli Hikikomori, spesso misconosciute o sottovalutate, sono una chiara manifestazione di un disagio profondo e generalizzato.
In un’era dove l’agenda piena e l’incessante richiesta di performance dominano le nostre vite, specialmente per chi svolge ruoli di responsabilità come gli imprenditori, è facile distogliere lo sguardo dai mutamenti silenziosi dei nostri cari.
Ma, proprio come la marea che lentamente erode la costa, questi cambiamenti possono, nel tempo, alterare profondamente il paesaggio delle nostre vite.
Ho visto in prima persona le ramificazioni di questa assenza e posso assicurarvi che le ferite causate sono profonde, non solo per l’individuo coinvolto, ma per l’intero nucleo familiare.
Pertanto, un invito sincero a tutti i genitori: non considerate i momenti di silenzio e ritiro come fasi passeggere. Esplorate, chiedete, e soprattutto, ascoltate. La distanza tra la normalità e l’abisso dell’isolamento potrebbe essere molto più breve di quanto immaginiamo.
La vostra attenzione, il vostro amore e il vostro tempo potrebbero essere il ponte che impedisce ad una persona cara di cadere in quel precipizio.




Ti capisco
Grazie Crescenzo 🙂