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La psicologia dei gen Z: intervista a Gerry Grassi

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Gerry Grassi è uno psicologo che ha la missione di aiutare le persone a migliorare la propria vita in tempi brevi. Ho voluto parlare con Gerry della generazione Z, per avere spiegazioni sempre più “interne” e psicologiche riguardo i comportamenti di questi ragazzi.

Come descriveresti la generazione Z? Cosa pensi che la renda diversa dalle altre generazioni?

La generazione Z è molto digitalizzata essendo nata proprio dentro ad Internet, a differenza delle altre generazioni che se lo sono trovate “tra capo e collo” quando già erano più grandi.

Credo che questo sia l’elemento differenziante. Allo stesso tempo, però, ho notato con stupore che tanti giovani cercano di distaccarsi dal continuo essere online.

non hanno social network. Poco tempo fa ho fatto il cammino di Santiago (un percorso a piedi di circa 900km) e ho conosciuto diversi ragazzi senza alcun social. Mi è sembrato strano che dei giovani, nativi digitali, fossero più scollegati dal mondo dei social rispetto a molte persone più grandi. Erano più i cinquantenni a stare al cellulare senza godersi il momento.

Penso ci sia stata una sorta di inversione di marcia riguardo l’uso dei social e questo mi ha incuriosito: non me lo aspettavo. Mi è sembrato un buon segnale, non perché i social network sono il male, tutti li utilizziamo per lavoro o per altro. Probabilmente, però, c’è stato un uso eccessivo che, ad un certo punto, ci ha fatto perdere il senso dello stare online. Essendo la generazione Z nata online, è positivo che ci sia un tentativo di distaccarsi da questo ed è bello che i giovani cerchino di più la presenza, non limitandosi al digitale.

Quali sono i punti di incontro tra la generazione Z e i più grandi? Su cosa un adulto deve lavorare per poter trovare un punto di incontro con un ragazzo e viceversa?

Da quanto ho potuto osservare, anche durante quest’ultima esperienza del cammino di Santiago, la capacità di trovare un punto di incontro appartiene più ai giovani che agli adulti. Questi ultimi tendono ad irrigidirsi nel loro ruolo, un po’ come se la loro generazione fosse migliore delle altre.

Il fatto di pensare che la propria generazione sia meglio di quelle venute dopo è qualcosa che c’è sempre stato e sempre ci sarà nel mondo. In realtà io non ne sono molto convinto, perché noi, più grandi, possiamo imparare dai giovani tanti approcci nuovi che magari ai ragazzi vengono spontanei essendoci cresciuti dentro. Prendo banalmente l’esempio di Internet e del cellulare: più una persona è grande e più sarà goffa nell’approcciarsi a questo mondo; quindi, in realtà, sono i più anziani che dovrebbero imparare dai giovani e cercare di trovare un punto di incontro con loro.

È sempre stato così, l’unica vera grande differenza è, appunto, quella di Internet, che è stata una rivoluzione enorme dal punto di vista globale. Da lì in poi non si può tornare indietro, al pre-Internet, non c’è un’alternativa. Per questo motivo tutte le persone più grandi dovrebbero mettersi l’animo in pace, capire che nel mondo ci sarà sempre un’evoluzione e che devono essere loro ad adattarsi a questa e non il contrario.

Il punto di incontro sta proprio nella voglia, da parte delle scorse generazioni, di trovare un punto di incontro. Se io, a 45 anni, cerco un punto di incontro con una persona di 20, sarò io a doverlo cercare, a dovermi ammorbidire, a capire come vive un ragazzo oggi, come ragiona, cosa pensa… Ci dev’essere uno sforzo da parte di chi si sta irrigidendo di più nel cercare di comprendere quella che è la realtà di oggi.

Ci sono degli esercizi pratici che chi gestisce i ragazzi può fare quando sente che qualcosa del loro comportamento lo fa arrabbiare?

Il rapporto genitori-figli porta per forza, ad un certo punto, a scontri più o meno grandi. Succede a tutti e fa parte della crescita. Dunque, il primo passo è accettare serenamente che arriverà un momento in cui ci sarà un po’ da battersi per capire come gestire le cose.

Dall’altra parte, deve esserci anche comprensione e voglia di capire ed entrare davvero nel mondo dell’altra persona. Ci sarà sempre uno scontro col figlio se il genitore rimane ancorato a modalità, regole e approcci dei suoi tempi. Sarebbe come proibire ad un giovane, al giorno d’oggi, di avere un cellulare: in altri tempi i ragazzi non lo avevamo, ma ora non puoi stare senza cellulare, è qualcosa di surreale. Questo anche perché poi, il figlio, andrà a scuola e lì tutti lo avranno.

Un genitore si deve chiedere: “Cosa posso fare io che mi permetta di passare certi valori ai miei figli pur senza dover, per forza, mettere loro un divieto (che porterebbe sempre di più a uno scontro)?”

 L’esercizio pratico che un genitore deve fare consiste, ancora una volta, nell’esercitare la flessibilità: meglio farsi certe domande piuttosto che dare in maniera rigida altre risposte. È bene quindi fermarsi quando ci si arrabbia e dirsi: “Normalmente mi verrebbe da imporre il mio pensiero e le mie regole, ma cosa posso fare in maniera indiretta per far sì che tutto questo possa essere più fluido e armonico?”; “Cosa posso fare io, genitore, per far sì che mio figlio possa apprendere una determinata cosa senza farlo arrabbiare?”.

Continuando a fare sempre le stesse cose, l’effetto ottenuto sarà sempre lo stesso: se litighi con tuo figlio e lui si arrabbia, tu litighi e lui si arrabbia, questa dinamica non finirà mai e non porterà da nessuna parte. È necessario uscire fuori da questo schema e utilizzare un approccio diverso: invece di ripetere i medesimi comportamenti, che non porteranno a nulla, ogni volta, è meglio cercare una via alternativa, quella della flessibilità.

Pensi che i social influiscano su certe problematiche? Per esempio, mi vengono in mente i disturbi del comportamento alimentare, pensi possano dipendere in qualche modo dall’uso dei social?   

Sicuramente i social hanno un ruolo innegabile sulla percezione di noi stessi, la percezione degli altri, il confronto con gli altri… A meno che non ti tolga volontariamente dal mondo online, nel momento in cui ci sei in mezzo non puoi non subire l’influenza del messaggio che trasmettono.

Quello che un ragazzo può fare è capire in che modo i social lo influenzano, come lo limitano, in che modo è vincolato da ciò che vede e che sente e, infine, decidere se farne uso oppure no.

Ti faccio un esempio personale che non c’entra molto coi social, però la dinamica è la stessa: io non sono solito guardare la televisione, ma un giorno l’ho accesa e mi sono trovato a guardare un programma che nemmeno mi piace. La cosa strana è che sono rimasto per un’ora a guardarlo perché poi, mentre guardavo, mi ero quasi appassionato a quello che stavo vedendo. Mi sono detto: “Ecco, ho perso un’ora della mia vita per una cosa che non mi piace” e, da quel momento, ho sempre tenuto spenta la televisione così da evitare di rimanerne intrappolato e di perdere tempo in quel modo.

Devi fare tu uno sforzo volontario per tirarti fuori da certi meccanismi, magari dandoti delle limitazioni oppure eliminando proprio i social, come quei ragazzi del cammino di cui parlavo all’inizio. In questo modo eviterai di passare tempo a guardare il nulla e, magari, anche di essere influenzati negativamente.

Se non ti autolimiti da solo l’istinto sarà sempre quello di tornare sui social, anche per motivi biologici: da un punto di vista chimico scattano dei meccanismi legati al piacere, come in una dipendenza, che fanno sì che tu abbia spesso voglia di guardare i social. Sei tu, però, a doverti disintossicare, non puoi aspettarti che lo faccia il sistema!

Secondo te è qualcosa che deve venire da te come persona o deve essere anche il genitore a negare/limitare l’uso dei social?

Non c’è niente di più attraente di infrangere un divieto; quindi, se il genitore dice al ragazzo di non fare qualcosa, il figlio avrà sicuramente ancora più voglia di farlo. In ogni proibizione c’è sempre il rischio che la persona dall’altra parte tenda a fare ciò che le viene negato. Quindi, ancora una volta, la strada migliore è quella indiretta, cioè fare in modo che il ragazzo, invece di stare sui social, abbia voglia di farsi una passeggiata, piuttosto che leggere un libro, fare un bagno al mare o un viaggio… È estremamente importante creargli delle voglie diverse da quella di stare sul cellulare a guardare il nulla

Rispetto alle scorse generazioni c’è un grande cambio di visione. I millennials, per esempio, sono stati educati sull’onda dello sforzo e del sacrifico. Le generazioni di oggi non hanno intenzione di sacrificare tutta la propria vita e i propri rapporti per il lavoro. Sono più inclini a fare delle rinunce per raggiungere un traguardo prefissato, ma non per tutta la vita solo per la gloria. Secondo te cosa ha portato a questo cambio di visione? 

È tutto legato ad un’accelerazione del tempo di reazione. I nostri nonni, per esempio, erano abituati a ragionare in termini molto lunghi: avevano l’idea di fare qualcosa oggi e dedicare a quello tutta la vita.

È chiaro che ora è difficile ragionare in questo modo perché abbiamo visto, per esempio col covid, che tutto può cambiare, che i tempi si sono accorciati, che le persone cambiano molti lavori nel giro di poco tempo. Per questo per un giovane è anche più difficile immaginarsi un futuro e sacrificarsi oggi per qualcosa che poi farà forse tra 30 anni. Non riesce neanche a visualizzarlo, io stesso faccio fatica, non immagino le nuove generazioni.

Da una parte è naturale che ci sia questo tipo di meccanismo per il quale sei più abituato a fare qualcosa di veloce e che dia un risultato entro poco tempo. D’altra parte, questo meccanismo non ti permette di costruire cose che richiedono una progressione medio-lunga nel tempo.

Se, per esempio, vuoi diventare un atleta olimpionico, probabilmente ti dovrai allenare per anni e anni, non puoi immaginare di farlo solo per un inverno e, poi, di vincere le gare. Quindi, se una persona ha grandi obiettivi deve essere disposta anche a sacrificare più tempo nel lungo termine. Ad oggi questo è faticoso, perché tutto è accelerato rispetto al passato e vi è un bisogno repentino di avere risposte positive riguardo ciò che si è fatto. Anche da un punto di vista professionale, chi vuole costruire delle possibilità per ragazzi, anche sul lungo termine, deve comunque dare loro delle gratificazioni sul breve periodo, perché altrimenti i giovani si stancano e non portano avanti i progetti.

Dall’intervista a Gerry traspare che, tutto sommato, ciò che accade nel mondo oggi accadeva anche anni fa. Il meccanismo è sempre lo stesso, non ci sono grandi differenze, come nel rapporto tra i giovani e i più grandi. A mutare è invece il contesto, ovvero ciò che circonda queste dinamiche, e, nel caso dei giovani oggi, è proprio la digitalizzazione, l’uso sempre maggiore di Internet. L’errore delle vecchie generazioni è quello di pensare che il contesto sia qualcosa di irrilevante.

È un po’ come se i meccanismi che si ripetono da anni siano il quadro e il contesto sia la cornice. Le persone più grandi, per avere un buon rapporto con i ragazzi, devono accettare il fatto che, ogni tanto, la cornice dev’essere sostituita. Non va cambiata perché non va più bene, ma, semplicemente, per far splendere il quadro ancora di più.

Con questo voglio dire che è molto importante che ci sia una flessibilità da parte delle scorse generazioni, che devono essere sempre pronte ad accogliere qualsiasi tipo di novità e a mettere una nuova cornice. Questo perché il nostro mondo è in costante evoluzione e ogni giorno accade qualcosa di diverso e mai visto, soprattutto con noi gen z…non ci si può mai annoiare!

Sito web di Gerry Grassi

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