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La guerra in Siria: le vere ragioni del conflitto

Siria
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Le fonti d’informazione occidentali, alle quali l’Italia fa riferimento, ci hanno abituato a immaginare il conflitto in Siria come il triste epilogo di una fallimentare insurrezione popolare che avrebbe dovuto portare alla tanto agognata “democrazia” in Siria: la Primavera Araba. Nel caos che è seguito alla fallita deposizione di Bashar Al-Assad, hanno quindi, sempre secondo la narrativa occidentale, trovato spazio una serie di conflitti ideologici, culturali, regionali, e nazionali, che marinavano da tempo sotto il tessuto sociale Siriano. Curdi e Turchi, Sciiti e Sunniti, Russi e Americani, Israeliani e Iraniani, hanno quindi colto la palla al balzo per scambiarsi diplomazia al tritolo nel deserto Siriaco, e qualcuno giura di aver visto anche Guelfi e Ghibellini dalle parti di Aleppo.

Forse per questo è stato facile dimenticare che già nel 2007, in tempi non sospetti, il New Yorker riportava come, all’interno di una più ampia operazione anti-Iraniana, gli Stati Uniti avessero finanziato gruppi estremisti Sunniti in Siria, attraverso il passaggio di fondi attraverso l’Arabia Saudita, per minare la minoranza Sciita al potere in Siria. Le testate giornalistiche europee ed atlantiche avrebbero poi soprannominato questi stessi gruppi, a distanza di pochi anni, come “Islamic State of Iraq and Syria”, o ISIS

Questo non sorprende soprattutto se si pensa che già a fronte dell’invasione di Afghanistan e Iraq, seguita agli attacchi terroristici dell’11 settembre, gli Stati Uniti avessero valutato un’invasione anche della stessa Siria, bloccata però dalle necessità elettorali di George W. Bush, che doveva già spiegare all’opinione pubblica americana un doppio impegno bellico nei due paesi mediorientali, e non poteva permettersi un terzo coinvolgimento in Siria, pena la sconfitta alle elezioni che si approssimavano. Lo stesso Generale Wesley Clark, nel 2007, ha d’altronde ricordato come nelle settimane successive all’11 settembre i piani di invasione americani sembravano rivolgersi non solo ad Afghanistan ed Iraq, ma anche a Siria, Libia, Libano, Somalia, Sudan e Iran.

I piani Statunitensi per la Siria, così come dei suoi alleati strategici, quali Gran Bretagna e Francia, avevano quindi già mosso i primi passi molto prima del 2011, anno della Primavera Araba, come ricorda anche l’ex ministro degli esteri francese Roland Dumas, che riferisce di un incontro con ufficiali britannici che nel 2009 riferivano di stare “preparando qualcosa” in Siria.

Ricordiamo la siccità e la scarsità di elettricità del 2011 in Siria come la scintilla che ha fatto scoppiare le manifestazioni di rivolta nel paese. Hanno quindi fornito un ottimo pretesto per portare a compimento il sabotaggio del governo Siriano e questo emerge chiaramente da alcune email trapelate tra l’agenzia di intelligence privata Stratfor e il Pentagono. In queste e-mail si evince come agli inizi del 2011 gli Stati Uniti e la Gran Bretagna stessero addestrando le forze di opposizione Siriane, nel tentativo di provocare un collasso del governo dall’interno.

Tutti questi sforzi fatti per minare Siria e Iran, però, che scopo servono, quindi?

Con quasi certezza, a controllare la geopolitica dei gasdotti. 

Nel 2009 – lo stesso anno in cui l’ex ministro degli Esteri francese Dumas afferma che i britannici hanno iniziato a pianificare operazioni in Siria – Assad ha rifiutato di firmare un accordo proposto con il Qatar che prevedeva la costruzione di un gasdotto dal North Fields (una regione ricca di petrolio) di quest’ultimo, contiguo al campo di South Pars dell’Iran, attraverso l’Arabia Saudita, la Giordania, la Siria e la Turchia, con l’obiettivo di rifornire i mercati europei – bypassando crucialmente la Russia. Un rapporto dell’Agence France-Presse sosteneva che la motivazione di Assad era “proteggere gli interessi del suo alleato russo, che è il principale fornitore di gas naturale dell’Europa“.

Invece, l’anno successivo, Assad ha intrapreso negoziati per un piano alternativo da 10 miliardi di dollari di un gasdotto con l’Iran, attraverso l’Iraq fino alla Siria, che potenzialmente avrebbe permesso anche all’Iran di fornire gas all’Europa dal suo campo di South Pars, condiviso in parte con il Qatar. Il Memorandum d’Intesa (MdI) per il progetto è stato firmato nel luglio 2012 – proprio mentre la guerra civile in Siria si stava diffondendo a Damasco e ad Aleppo – e all’inizio del 2013 l’Iraq ha firmato un accordo quadro per la costruzione dei gasdotti.

Il piano del gasdotto Iran-Iraq-Siria è stato un “schiaffo diretto” ai piani del Qatar. Non sorprende che il principe saudita Bandar bin Sultan, in un tentativo fallito di corrompere la Russia a cambiare schieramento, abbia detto al presidente Vladimir Putin che “qualsiasi regime verrà dopo” Assad, sarà “completamente” nelle mani dell’Arabia Saudita e “non firmerà alcun accordo che permetta a qualsiasi paese del Golfo di trasportare il suo gas attraverso la Siria verso l’Europa e competere con le esportazioni di gas russe“, secondo fonti diplomatiche. Quando Putin ha rifiutato, il principe ha minacciato azioni militari.

Sembra che interessi petroliferi contraddittori e egoistici di Arabia Saudita e Qatar stiano manovrando le fila di una politica statunitense altrettanto egoistica focalizzata sul petrolio in Siria, se non nell’intera regione. È questo – il problema di stabilire al potere in Siria un’opposizione malleabile che giochi a favore degli interessi di USA e alleati in ottica di gasdotti, in una Siria post-Assad – che determinerà la natura di qualsiasi intervento futuro: non una decantata lotta per la democrazia nel Medio Oriente.

Alla base del conflitto in Siria c’è quindi l’approvvigionamento di petrolio e gas all’Europa, ora fin troppo dipendente dalle risorse Russe, che gli Stati Uniti cercano di portare in proprio favore, e la contesa di questa fornitura tra Qatar, Arabia Saudita, e Iran. 

Inevitabilmente, la Siria, paese in cui dovrà passare l’oleodotto qualunque fosse il fornitore di petrolio e gas, è al centro del conflitto, e di conseguenza il campo di battaglia di interessi internazionali. 

Il tutto, da molto prima che scoppiasse la Primavera Araba.

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