Negli ultimi tempi, Papa Francesco è stato spesso al centro delle cronache. Per sua sfortuna, ciò non è stato dovuto al suo ministero, bensì alla sua salute. Soltanto nel corso del passato fine settimana, il Vescovo di Roma ha potuto lasciare il policlinico Gemelli, presso il quale era ricoverato da febbraio a causa di un’infezione polimicrobica delle vie respiratorie. Ora il Pontefice è atteso da due mesi di convalescenza. Li trascorrerà a Santa Marta, limitandosi a ricevere un numero di visite ristretto e quanto più contingentato possibile. Il tempismo della sua patologia, se si alzano gli occhi al contesto geopolitico, non poteva essere peggiore.
Francesco è a tutti gli effetti un capo di Stato (oltre che guida della Chiesa Cristiana Cattolica). Sebbene la Nazione che amministri sia di ampiezza risibile, il suo ruolo è di tale importanza che è spesso chiamato a incontrare politici di primo piano. Il Pontefice è un attore importante sullo scacchiere internazionale. Egli tiene infatti conversazioni riservate con leader europei e mondiali e può indirizzarne l’operato o, quantomeno, tentare di farlo. Nonostante il ministro argentino abbia 88 anni, e soffra da tempo di complicazioni respiratorie, la sua rilevanza non è intaccabile. Ciò è particolarmente vero in un momento di incertezza e confusione come quello che stiamo attraversando.
La necessità di una guida come Papa Francesco
Prendiamo in considerazione soltanto le tematiche geopolitiche più scottanti. Abbiamo assistito a un vertice nel quale il Presidente degli Stati Uniti d’America ha dato del dittatore al suo collega ucraino. Quest’ultimo si è visto additato come il responsabile dell’invasione russa. Per tal motivo, non ha avuto modo di ribattere a un Trump che, giorno dopo giorno, appare sempre più vicino a Vladimir Putin. Ad altre latitudini, abbiamo Israele. Questa nazione ha subito un attacco terroristico vile e ingiustificabile ma ha risposto con una prova di forza spropositata, della quale stanno pagando il prezzo soprattutto gli innocenti.
E che dire dei bracieri della guerra siriana, che tornano a essere alimentati in un quadrante che non conosce pace e stabilità da così tanto tempo? Mentre tutto ciò avveniva, Papa Francesco era su un letto d’ospedale. Ora, non passi il messaggio che il Pontefice sia uno statista di caratura tale da poter risolvere tutte queste questioni. A quanto abbiamo visto finora, le posizioni geopolitiche del Vescovo di Roma sono tendenzialmente più dettate da reazioni umorali che da una ben precisa strategia. La gestione del potere di Papa Francesco è spesso apparsa imprevedibile. In questo, è piuttosto simile a Donald Trump, pur tenendo posizioni decisamente lontane da quelle del tycoon.
C’è chi sostiene che, proprio per questo motivo, il Papa rappresenti un ottimo interlocutore per il miliardario. Nelle migliori condizioni fisiche e mentali, Francesco possiede, secondo i sostenitori di questa tesi, le caratteristiche per tenere testa a Trump. Tale forma mentis potrebbe generare spiragli inattesi. Al Papa non sono richiesti particolari risultati in termini diplomatici ma, dato il suo ruolo, si guarda a lui per generare conversazioni e confronti produttivi, tanto sul piano umano quanto su quello etico.
Il Papa e la guerra
Quando scoppiò la guerra in Ucraina, nel febbraio 2022, il Papa si dimostrò molto vicino alla popolazione locale. Lo choc in Europa fu grande e tutti i capi di Stato si schierarono apertamente al fianco di Volodymyr Zelens’kyj. Francesco, durante la Via Crucis, portò in processione una famiglia ucraina, dimostrando tutto il suo affetto per quel popolo martoriato, come lo ha spesso definito, e stimolando la cristianità a prendere posizione. Accanto a questa, ne sfilò anche una russa, per sottolineare come Cristo sia sempre dalla parte della pace e non sia corretto incolpare il popolo delle dissennate decsioni prese dai suoi leader.
A questo gesto, seguirono numerose altre prese di posizione. Nel maggio 2022, il capo spirituale della Chiesa Ortodossa, il patriarca Kirill, fu definito da Papa Francesco come il chierichetto di Putin. La motivazione data a questa forte esternazione fu quella che il ministro non era che un tassello del potere del Cremlino, abbassatosi a fare propaganda per Mosca. Kirill, a detta di Francesco, aveva trasformato una violenta guerra di aggressione in una crociata in difesa dei valori ancestrali della Russia. Non solo, aveva anche stravolto la realtà, descrivendo la cosiddetta operazione militare speciale come un atto dovuto e necessario per reagire all’assedio della modernità occidentale.
Simultaneamente, il Pontefice aveva attaccato anche la NATO, accusandola di soffiare sui venti di guerra a causa della pressione portata alle porte della Russia, la quale non poteva che suscitare una reazione in un politico come Putin. Il Papa ha ricevuto più volte Zelens’kyj in Vaticano, ma non ha mai interlocuito direttamente con la Russia. A questo ruolo ha delegato il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana. La sua mediazione non è però servita a molto. Neppure lo stesso Pontefice ha ottenuto alcun risultato davvero degni di nota.
Una strategia presente, seppure poco visibile
Prendendo in esame l’azione diplomatica di Papa Francesco nei confronti della guerra in Ucraina emergono una considerevole inconsistenza, nonché l’assenza di una strategia chiara e coerente. Al profano, potrebbe sembrare che il Pontefice e la sua diplomazia si siano limitati a scambiare qualche parola con le due parti in contesa, raccomandando la pace tra inconcludenti strette di mano. Vi sono però figure vicine al Vaticano e all’opera del Papa che hanno analizzato in maniera diversa la situazione, riportandone un quadro coerente.
Antonio Spadaro, gesuita e autore del libro L’Atlante di Francesco, sostiene che, invece, esista una dinamica ben precisa nell’operato del Papa argentino. E che essa sia pure evidente. A suo dire, Francesco ritiene che il compito della Chiesa non sia quello di adattarsi alle dinamiche del mondo, della politica, della società. Il Papa non aderirebbe a un’accettazione passiva dell’attualità, irrimediabilmente proiettata verso l’Apocalisse. Egli non vuole eliminare il male, per così dire, poiché sa bene che non gli sarebbe possibile, bensì cerca di neutralizzarlo. Secondo Spadaro, è proprio qui che sta l’intera dialettica dell’azione bergogliana.
Che significa tutto ciò? Non è semplice da intendere. Deliberatamente, Papa Francesco non possiederebbe una visione strategica univoca. Egli non avrebbe alcuna intenzione di portare il Vaticano a schierarsi con qualcuno. Quando ha incontrato Zelens’kyj si è accertato che Zuppi vedesse i portavoce di Putin. Il Papa parteggia con la pace, non con l’Ucraina. Non è contro gli Stati Uniti. Non sta con alcuni pezzi di Europa e, certamente, non si schiera contro altri. Il Pontefice tiene un approccio differente. È meno collaterale all’azione dei governi con cui interagisce e si mantiene sempre quanto più collaborativo possibile, con qualunque interlocutore.
Papa Francesco nel nuovo (dis)ordine mondiale
Le scelte di Papa Francesco, almeno quelle intraprese fino a qui, hanno contribuito a consolidare la consapevolezza che, in questo nuovo (dis)ordine mondiale dove sembra si gareggi a uralre più di tutti e a portare quanta più acqua possibile al proprio mulino – incuranti del fatto che così facendo si rischi di prosciugare il fiume da cui tutti attingiamo – nessuno è in grado di determinare, da solo, la traiettoria degli eventi. Ciò dovrebbe far riflettere innanzitutto chi siede nelle stanze dei bottoni. Volenti o nolenti, la globalizzazione ci lega tutti.
Quanto appena scritto è valido per ogni leader. I vari Vladimir Putin, Donald Trump e Benjamin Netanyahu, solo per citare coloro i quali sembrano governare in maniera più prepotente, difficilmente possono pensare di conseguire il bene comune agendo nella maniera che ci stanno mostrando. Anche lo stesso Francesco, pur essendo formalmente uno degli ultimi sovrani dal potere quasi assoluto e dall’influenza trasversale, non rivolta ai soli cattolici, deve prendere atto della necessità di collaborare su scala globale.
Per riappianare lo scacchiere geopolitico è necessario remare tutti nella stessa direzione. Oggi, i capi di Stato sembrano invece prediligere strategie di speronamento nei confronti delle imbarcazioni che battono una bandiera diversa.


