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La Cina è il Paese leader delle tecnologie del futuro

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Sono lontani i tempi in cui i prodotti cinesi era le pallide copie delle controparti occidentali. Da diversi anni la Cina è una superpotenza a livello commerciale difficilmente pareggiabile, ma recenti studi dimostrano come il gigante asiatico in futuro sia destinato a dominare anche nel campo tecnologico e scientifico.

IL RAPPORTO DELL’ASPI

Partiamo dall’ASPI, che fortunatamente non ha nulla da spartire con Autostrade per l’Italia. L’acronimo sta per Australian Sciences Policy Institute: si tratta di un think tank indipendente fondato nel 2001 a Canberra.

La ricerca dell’ASPI si concentra sulle implicazioni strategiche della scienza e della tecnologia, tra cui intelligenza artificiale, informatica quantistica, sicurezza informatica e spazio, ed è riconosciuta dagli accademici di tutto il mondo.

L’ultimo studio riguarda la corsa tecnologica globale e ha fatto decisamente scalpore. Secondo i ricercatori, la Cina guida con ampio margine la competizione mondiale, piazzandosi davanti agli Stati Uniti in 37 delle 44 tecnologie considerate “critiche” individuate per stilare il rapporto. E se su alcune, come ad esempio il machine learning o l’energia nucleare, il rischio di monopolio cinese è molto basso, lo stesso non si può dire di altre aree altrettanto impattanti come i nanomateriali, le comunicazioni in radiofrequenza, l’energia a idrogeno e, ovviamente, le batterie elettriche. Su questo ultimo punto, i dubbi sono pochi: la Cina nel 2022 ha rappresentato il 60% del mercato mondiale dei veicoli elettrici, forti sicuramente di una popolazione pantagruelica, ma anche della grande scorta delle materie prime necessarie alla produzione.

GLI INVESTIMENTI NEL CAMPO ACCADEMICO

Un tale risultato non può, ovviamente, che andare di pari passo con grandi investimenti nel campo accademico. La Cina investe annualmente 5 miliardi di dollari per la scienza e la tecnologia e recluta anche, a suon di yuan, le menti più brillanti sul panorama internazionale. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: per alcune delle tecnologie in cui è leader, tutti i 10 principali istituti di ricerca del mondo hanno sede in Cina e stanno generando collettivamente nove volte più documenti di ricerca ad alto impatto rispetto al secondo paese classificato – il più delle volte gli Stati Uniti. Quando non è prima, l’Accademia cinese si colloca comunque nei primissimi posti. Secondo l’indice di Nature, che aggrega i dati delle 82 principali riviste scientifiche del mondo, l’Accademia Cinese delle Scienze è addirittura davanti ad Harvard e conta più di 60.000 ricercatori, più del doppio del CNR che è stato per lungo tempo il centro di ricerca leader mondiale. Del resto, la leadership della Cina è il prodotto di un disegno deliberato e di una pianificazione politica a lungo termine, come ripetutamente sottolineato da Xi Jinping e dai suoi predecessori. E sta decisamente dando i suoi frutti.

I RISCHI

Un monopolio è sempre un male, in qualsiasi campo, ma i pericoli aumentano se parliamo di settori sensibili. A maggior ragione se a goderne è un Paese lontano dal poter essere definito democratico.

E il rischio, nel lungo periodo, è proprio quello di lasciare nelle mani della Cina tecnologie che, per via della “riservatezza” che circonda le azioni del partito comunista, sfuggirebbero ai controlli internazionali. Penso, ad esempio, all’industria bellica, ma anche più banalmente alle tecnologie di telecomunicazione o di cybersicurezza.

Anche se le maggiori preoccupazioni riguardano il fatto che con l’eventuale successo commerciale di un prodotto innovativo di cui dispone il monopolio – o quasi -, la Cina potrebbe “aprire i rubinetti” a proprio piacimento per quanto concerne la loro fornitura. Ciò creerebbe disparità sul mercato globale, ma soprattutto consegnerebbe al Paese del Dragone la possibilità di essere l’arbitro supremo per le sorti dello scacchiere internazionale.

LA SOLUZIONE

La soluzione principale risponde al nome di “collaborazione”. La Cina da sola è forte, ma l’unione di intenti tra partner internazionali porterebbe a un vantaggio aggregato in molte aree tecnologiche. E già solo questo ristabilirebbe l’equilibrio.

Tra il dire e il fare, però, c’è di mezzo il mare. In questo caso un Oceano. Se negli Stati Uniti gli investimenti nella ricerca e nello sviluppo dei talenti non sono mai mancati, lo stesso non si può dire di alcune realtà europee, tra cui- mestamente – anche quella italiana. In Italia godiamo di menti straordinarie che talvolta – per mancanza di finanziamenti – sono costrette a portare il loro genio all’estero. E un Paese che non investe sui propri talenti è un Paese senza futuro. Questo a prescindere che ci sia, o meno, la Cina di turno a recitare il ruolo da monopolista.

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