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ITALIA: da 30 anni salari al minimo, l’unica salvezza dell’economia italiana sarà l’imprenditore che investe in ricerca e formazione

È un fenomeno tutto italiano, tipico quanto pizza e monumenti. Caratterizza l’economia dello stivale, costruita con piccole imprese e da un impasto fatto di politica confusa e leggi svantaggiose.

Negli ultimi 30 anni l’Italia non ha visto un miglioramento dei salari medi dei cittadini, sebbene l’inflazione continuasse a galoppare in positivo – d’altronde non può certo diminuire, come ci dicono le leggi di mercato – generando di conseguenza una forte diminuzione del potere d’acquisto.

“Fino a qualche anno fa con meno di 30€ facevo il pieno, ma adesso…”.

“L’olio a 15€?! È imbottigliato nel cristallo?”.

“Belli i tempi quando la benzina costava a 1€“

“Con 50€ faccio una spesa minima, per mangiar bene in una settimana devo arrivare almeno a 80€”.

Sono frasi comuni e che, dall’italiano medio, sentiamo dire spesso. Ma da dove viene questo divario? Perché l’Italia cresce con tanta lentezza?

I salari fermi e una spesa “povera”

Partiamo dal notare che i salari non sono aumentati di pari passo con l’inflazione nel tempo, ciò ha ovviamente generato un’economia lenta e impacciata. Gli italiani comprano meno, si limitano ad uno scambio locale perché preferiscono non spostarsi a causa degli alti costi e compiono scelte meno azzardate, come ad esempio non aprire un’azienda o avviare un progetto innovativo. Spesso infatti si preferisce migrare verso centri urbanistici che offrono lavori meglio pagati anche se con scarse possibilità di crescita.

Questo è uno degli effetti (e delle cause) della stagnazione dei salari. Tra il 1990 e il 2020, infatti, i salari in Italia sono diminuiti del 2,9%, mentre in Francia e Germania sono aumentati rispettivamente del 31,1% e del 33,7%. Dal 2019 i salari reali sono calati di quasi il 7%, rendendo gli italiani più poveri rispetto a francesi e tedeschi (in media 10.000€ in meno all’anno rispetto ai francesi e 15.000€ in meno rispetto ai tedeschi, qui per approfondire). Oltretutto l’Italia è uno dei pochissimi paesi europei senza un salario minimo stabilito dalla legge.

Se poi guardiamo la classe dei lavoratori, vediamo un aumento dell’età pensionistica, un preoccupante espatrio all’estero della forza lavoro più giovane e un invecchiamento repentino della classe produttiva la quale risulta sempre meno fertile; anche perché con stipendi da fame si è meno invogliati a fare un figlio!

Sembra dunque che tra 50 anni ci troveremo un popolo italiano invecchiato ma meno agiato, questo perché i servizi pubblici e le spese statali saranno sostenuti da un bacino di contribuenti ridotto e meno ricco rispetto a quello di oggi o di 30 anni fa. Conseguenze? Un tenore di vita decisamente più povero in vista.

Lo dimostra anche il fatto che, nel bel paese, più del 45% della popolazione maggiorenne nel 2022 aveva già un contratto di credito rateale attivo. Ciò implica certamente un movimento di capitale e dunque uno stimolo per l’economia, ma anche che quasi la metà della popolazione si trova costretta ad affittare il denaro anche per spese meno impegnative come comprare un’auto, pagarsi il dentista o un computer per lavorare.

Dopotutto la cultura finanziaria punta in quella direzione: tramite comuni servizi finanziari si può rateizzare anche un biglietto del treno da 60€; ciò è un segnale che, al bivio tra il cercare di guadagnare di più o rateizzare un costo che prima si poteva sostenere in un’unica botta, l’italiano medio sceglie le rate, a scapito della ricerca di un miglior guadagno.

Che per comprare una casa serva un mutuo ci sta, ma che il cittadino medio rateizzi anche l’acquisto di un telefono, questo è preoccupante.

Cosa affossa salari e la produttività?

A questo punto si cerca il galeotto responsabile di questo pantano economico. Purtroppo sembra non essere solo uno.

Tanto per iniziare è palese la mancanza di flessibilità e di incentivi per i lavoratori, i quali si trovano costretti ad accettare condizioni non ottimali pur di portare a casa la pagnotta, oppure optano per il lavorare o arrotondare in nero, uscendo dalle statistiche Istat ma rinunciando anche ad una cospicua aggiunta nella pensione (ammesso che ci arrivino).

Sarà colpa degli imprenditori, allora? Nemmeno, data la pressione fiscale alla quale le imprese italiane sono sottoposte, questa è infatti una delle più elevate in Europa.

Una delle cause potrebbe risalire persino all mancanza di investimenti in istruzione: una forza lavoro meno qualificata è, dopotutto, uno dei motivi del rallentamento della produttività.

Ed è proprio sulla produttività che si può puntare per migliorare la situazione. Tramite formazioni specializzate del personale si può arrivare ad aumentarla sensibilmente – nel caso di un manager specializzato, anche del 10% – garantendo dunque un benestare aziendale, una condizione migliore per i dipendenti e una conseguente economia più dinamica. È ovvio: se si guadagna, si spende!

Tuttavia l’assenza di dipendenti, professionisti e imprenditori specializzati in un settore genera posti vacanti e rende più difficile per le aziende crescere. Questo genera un’azienda meno efficace e meno capace di offrire posti di lavoro, creando un circolo vizioso della produttività. Testimone il dato secondo il quale il 95% delle imprese italiane ha meno di 9 addetti, limitando la capacità di investire in nuove tecnologie e di sfruttare le economie di scala.

Certo questa carenza di cervelli e di mani esperte nelle imprese è stato incentivato dal fenomeno della deindustrializzazione, il quale ha portato alla perdita di posti di lavoro e ha abbassato la produttività in Italia. Molte aziende hanno infatti delocalizzato la produzione in paesi con costi del lavoro inferiori, aggravando il problema. Lo hanno fatto per cattiveria? Difficile crederlo, tendenzialmente fare impresa in Italia è impegnativo a causa di sconvenienti gravi fiscali e una burocrazia dannatamente lenta.

Siamo sostanzialmente andati da tutt’altra parte rispetto agli Stati Uniti e alla Cina, i quali incentivano la reindustrializzazione attraverso massicci finanziamenti pubblici (per la Cina ne abbiamo parlato qui) e misure come l’Inflation Reduction Act.

Dove puntare e cosa potrebbe accadere se non lo si fa

Lo scenario potrebbe essere grigio se si guarda solo il problema: pensando ad una soluzione laterale, in effetti, una via d’uscita c’è.

Si tratta di fare impresa in modo diverso, con un pizzico di follia all’italiana ma conservando la professionalità e la qualità latenti nella mentalità dell’imprenditore e del professionista.

Il primo step è sicuramente investire in ricerca e sviluppo, in formazione aziendale – non solo tecnica ma anche nella gestione delle risorse umane e dei team – e in piani di incentivi che permettano alle aziende di rimanere sul territorio piuttosto che spostarsi all’estero; aggiungiamo anche piani di incentivi per i collaboratori, creando una nuova ottica di lavoro basata sulla meritocrazia piuttosto che sulla dipendenza.

Se dovessimo escludere l’aiuto della politica dall’equazione (meglio fare i conti senza) il risvolto positivo potrebbe verificarsi sviluppando aziende capaci di formare, affiancare e far crescere un personale qualificato e soprattutto soddisfatto.

Questa soddisfazione verrà infatti solo da un giusto compenso economico per i collaboratori e i dipendenti, ragionando con proattività e non con un vago “eh ma c’è la crisi, come faccio a dare stipendi più alti?”. Non vale più il discorso del “se vuoi di più, devi pensarci da solo”: è arrivato il momento di offrire possibilità al mondo, piuttosto che pretenderle e basta. Dopotutto i business ci sono, le risorse pure, forse dobbiamo semplicemente tornare a guardare al territorio in cui viviamo con un po’ più di speranza, di affetto e di follia.

Quello che manca è il tempo: o svegliamo l’economia adesso tramite formazione e vendite competitive, oppure nell’arco di 50 anni Cina, India, USA (ammesso che non facciano fesserie nel frattempo) e tante altre economie emergenti o già affermate ci declasseranno ad un’economia secondaria, avendo perso i professionisti – nel frattempo emigrati all’estero – capaci di far funzionare fabbriche, industrie, botteghe e persino l’agricoltura.

Basta scommettere nuovamente sulle imprese italiane, scegliere di formarsi, creare un modo innovativo e competitivo di fare business, per poi generare ricchezza da distribuire a chi fa parte del progetto: dal manager allo stagista, nessuno escluso.

A battere la stasi economica sarà il folle desiderio dell’imprenditore italiano di costruire qualcosa di grande e bello.

Questo sì che è Made in Italy.

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Francesco Iavarone

Francesco Iavarone è un autore Pugliese che da anni lavora con le parole. Scrittore, Articolista e Copywriter. La passione per la ricerca e la scrittura nascono sui banchi di scuola per poi diventare una vocazione vera e propria. Dottore in fisica, ama studiare, indagare e scrivere di temi di nicchia, scrivendo con l’intento di far emergere la verità dai fatti presentati e investigati.

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