Da oltre un decennio, la Siria è teatro di un conflitto complesso che ha visto il coinvolgimento di più attori regionali e internazionali. Dopo lo scoppio della guerra civile nel 2011, il Paese è diventato un mosaico di fazioni rivali, tra le quali il governo di Damasco, gruppi ribelli, forze curde e organizzazioni jihadiste. Insomma, un calderone in ebollizione.
Sullo sfondo, potenze esterne come Russia, Iran, Turchia e Stati Uniti hanno sostenuto diverse parti in gioco, rendendo il conflitto ancora più intricato. Israele, dal canto suo, ha mantenuto una politica di intervento mirata, concentrandosi soprattutto sulla sicurezza dei propri confini e sulla lotta all’influenza iraniana nella regione.
Negli ultimi mesi, con la progressiva riorganizzazione del governo siriano e il tentativo di stabilizzazione del Paese, Israele ha colto la palla al balzo e intensificato le sue operazioni militari, cercando di “prevenire qualsiasi minaccia emergente lungo il confine settentrionale”, approfittando tuttavia della situazione.
L’ultima serie di attacchi aerei e incursioni di terra sembra inserirsi in questa strategia più ampia, volta a creare, più che una zona cuscinetto oltre le Alture del Golan, una Siria più debole, facile da controllare e… perché no, anche un po’ occupata.
L’offensiva israeliana e i suoi obiettivi
Proprio ieri Israele ha nuovamente colpito la Siria con una serie di raid aerei, prendendo di mira diverse aree nei pressi di Damasco e nel sud del Paese. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha giustificato l’operazione affermando che Israele non permetterà alla Siria meridionale di trasformarsi in un nuovo Libano del Sud, cioè un’area sotto il controllo di gruppi armati filo-palestinesi come Hezbollah. Parallelamente agli attacchi aerei, le forze di terra israeliane hanno avanzato la loro posizione nei pressi della capitale siriana, avvertendo l’esercito siriano di non spostarsi ulteriormente a sud.
Mentre il governo siriano denuncia l’escalation e le proteste contro l’occupazione israeliana si diffondono nel Paese, Tel Aviv sembra puntare su una strategia chiara: ottenere il controllo del sud della Siria attraverso la smilitarizzazione e il sostegno alla minoranza drusa. L’obiettivo sarebbe quindi quello di creare una “zona cuscinetto” che estenda la sicurezza israeliana oltre le Alture del Golan, territorio siriano occupato da Israele dal 1967.
Il tempismo degli attacchi è però significativo: arrivano proprio mentre in Siria si è appena conclusa una conferenza nazionale che ha condannato la presenza militare israeliana nel Paese.
Curiose coincidenze.
Inoltre, il governo siriano guidato da Ahmad Al Shaara aveva inizialmente cercato un approccio più moderato con Israele, lasciando intendere una possibile cooperazione. Tuttavia, Tel Aviv sembra preferire un’opzione più radicale, sfruttando l’instabilità della Siria per consolidare la propria presenza.
Dietro i nuovi attacchi in Siria c’è una strategia più ampia di controllo del territorio e ridefinizione degli equilibri regionali, un disegno subdolo che potrebbe avere conseguenze profonde sulla stabilità dell’intera area.
Questa politica di espansione, tuttavia, solleva molte critiche a livello internazionale. L’occupazione delle Alture del Golan è già stata condannata più volte dall’ONU, e le recenti operazioni militari israeliane appaiono come un’ulteriore violazione del diritto internazionale. Tuttavia, Israele continua a godere di un ampio margine di manovra, forte del sostegno politico e militare degli Stati Uniti.
Come stiamo sempre più constatando, l’Europa e le organizzazioni internazionali hanno sempre meno voce in capitolo, incapaci di far valere la propria voce.



