In Italia esiste la censura?
Ormai la si può dire più come un’affermazione che come una domanda.
Lo notiamo da una serie di piccoli eventi: indizi lasciati sul sentiero come Pollicino fa con le molliche di pane.
Abbiamo iniziato a parlare di censura quando è scoppiato il caso Scurati, il cui discorso preparato in occasione del 25 Aprile è stato messo da parte dalla RAI e del quale si è tanto parlato.
L’evento ha sollevato non poche polemiche verso l’attuale governo e la rete mediatica RAI, evidenziando come certe notizie vengano diffuse al grande pubblico mentre altre vengano silenziate e messe in secondo piano, spesso perché fastidiose e dissonanti con la narrazione desiderata invece dal potere.
Forse siamo abituati a pensare alla censura come qualcosa di non appartenente al nostro mondo, ma soltanto a quelle realtà distopiche e passate come nei regimi dittatoriali o di fantasia come 1984. Tuttavia negli ultimi anni risulta essere una dinamica molto più frequente, comune e utilizzata anche nei nostri comuni mezzi di comunicazione.
Può esserne testimonianza lo sciopero in RAI tenuto poco dopo lo scoppio del caso Scurati, dove l’intervento di Enrica Agostini – giornalista RAI specializzata nel politico – ha scosso la sala per la sincerità e la forza col quale è stato pronunciato.
“In 20 anni mai subite pressioni e censure come in questo periodo. Non abbiamo dato la notizia di Lollobirgida in treno o di Giambruno se non dopo molte ore.
Non diamo notizie. Mentre invece quello che sicuramente dobbiamo fare è parlare di Giorgia Meloni di cui il Telegraph dice essere una grande statista: una notizia di 5 giorni prima […].
Questo è quello che sta succedendo in RAI. Se questo accade in RAI, la più grande azienda di culturale in Italia, succederà a cascata in tutti gli altri posti.
Purtroppo ormai la politica non vuole più il confronto con le domande. Noi non facciamo più domande, mandiamo dei video autoprodotti di pura propaganda […].
È un fatto oggettivo di quello che sta succedendo.
È questo che dobbiamo riprenderci, la nostra dignità che in rai è tante volte venuta meno.
La mattina arrivo a Montecitorio e devo contrattare le parole da mettere nel pezzo […]”.
Enrica Agostini, RAI
Eppure questa testimonianza non è l’unica. Altre simili sono emerse durante lo sciopero citato prima.
Così come risulta assurdo il silenzio mediatico riservato ai morti a Gaza e alla pioggia di piombo che Israele ha riservato sui civili delle aree limitrofe. Nessuno ne parla e chi ci prova viene accusato di antisemitismo, come se cronaca e odio razziale fossero la stessa cosa.
Potremmo andare avanti per un bel po’:
- I giornalisti di Repubblica hanno sfiduciato il direttore Molinari per censura
- TikTok sta di nuovo censurando i contenuti de “L’Indipendente”
- Meta censura il massacro israeliano e licenzia chi si oppone: la denuncia di un dipendente
Un’ultima notizia arriva direttamente dagli uffici della RAI, dove la vicedirettrice di RAI News 24 Ida Baldi si è dimessa a seguito del silenzio riservato alle elezioni francesi: mentre gli altri canali mandavano la cronaca della sconfitta degli alleati del governo Meloni, la RAI mandava un festival.
Dobbiamo fare i conti con la realtà, anche se chi governa desidera che la narrazione non sia questa.
Serve riconoscere, infatti, che c’è un’influenza statunitense che tiene a bada l’Europa e che tutela Israele dalle conseguenze del sangue civile versato. Chi siede nella stanza dei bottoni non può apparire per quel che è, va mascherato e ben presentato, in modo che, almeno il cittadino medio, lo veda come il salvatore della patria.
La censura, quindi, non è roba da 1984.
La censura è filtrare quello che accade là fuori, in modo che la realtà sembri un po’ più edulcorata rispetto a quanto in verità è. Se la definizione è dunque questa, ci tocca anche riconoscere che l’informazione ha subito seri danni in nome del potere e del denaro.
Ma soprattutto dobbiamo ammettere che l’informazione in Italia, oggi, non è libera. Dobbiamo riconoscere che l’informazione è decisa e tarata in base a quello che dicono i vincitori, non i vinti, e soprattutto veicolata tramite telegiornali e grandi testate, prima ancora di ricevere supporto dal pilotaggio dei social network.
La soluzione? Alimentare la libera informazione. Quella che non si vende, che non si scambia e che si sostiene grazie agli utenti (e non ai potenti).
Noi ci posizioniamo in questa, rifiutando di seguire i diktat di una politica sempre più posticcia.
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