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Il Vero Scopo delle Cosiddette “Missioni di Pace”: la testimonianza di un whistleblower italiano 

Guerre - Kosovo
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Crediamo ancora che le guerre vengano fatte per “esportare la democrazia”?

Un problema di cui spesso sentiamo discutere in tutto il mondo riguarda il dilemma tra l’efficacia dell’aiuto fornito da un paese attraverso l’installazione della democrazia e i benefici ottenuti dai paesi esportatori in tali operazioni. Sempre più spesso sembra che queste azioni si trasformino in quello che possiamo definire una “forma di guerra ingannevole”.

Oggi questa parola non ha più il significato di una volta. 

Prima, le guerre erano combattute dai popoli o dai paesi per motivi ideologici o per conquistare nuovi territori. Ma ultimamente le cose stanno cambiando. Una strategia diversa si sta diffondendo: creare disaccordi e poi dichiarare guerra effettiva per fare affari e cambiare la posizione dei popoli sul loro territorio. Posso spiegarlo usando una metafora: è come se volessimo vietare agli eschimesi di coprirsi dal freddo usando pellicce di orso e altri animali. È sicuramente sbagliato uccidere un essere vivente per trarne beneficio, ma prima di imporre il “non farlo”, dovremmo offrire una soluzione alternativa.

Oggi porto la mia personale testimonianza quale militare in servizio nelle Forze dell’Ordine.

Sono cresciuto in un piccolo comune vicino a Napoli negli anni ’80, un periodo difficile per la città e la provincia. C’erano molti omicidi legati al contrabbando di sigarette, armi e droga. Durante la mia adolescenza ho deciso di fare la differenza nella mia comunità. Sapevo già cosa era giusto e sbagliato e ho seguito la strada indicata dai principi e valori che mi sono stati trasmessi dalla mia famiglia, non solo con le parole ma con l’esempio. Mio padre era un modesto idraulico e mia madre una bravissima casalinga. Io e i miei fratelli vivevamo nella legalità e nella giustizia, nonostante i nostri vicini di casa fossero i genitori del capoclan locale, un clan ancora attivo oggi. Un giorno mio padre è stato vittima di un abuso da parte di un membro di quel clan, una forma di estorsione. In quel momento mio padre mi ha dato il miglior insegnamento: di non rispondere, di non reagire, di perdere quella battaglia per limitare i danni e prepararmi a vincere la guerra della vita. Da quel momento in avanti ho giurato di difendere le persone vittime di abusi con la mia stessa vita. A vent’anni ho partecipato al concorso per entrare nell’Esercito Italiano e diventare un Fuciliere Assaltatore Paracadutista, un membro delle “Teste di Cuoio”.

Ho iniziato il mio addestramento con alcune difficoltà, ma alla fine sono arrivato alla Caserma Vannucci a Livorno, dove si trova il 2º Battaglione Tarquinia. Questa caserma era precedentemente la sede del 9º Reggimento Col Moschin e del Iº Reggimento Tuscania. Mi sono fatto subito notare per la mia statura, preparazione e capacità di organizzazione. Di conseguenza, sono stato mandato nell’area di addestramento chiamata “Valle Uguione” per sistemare e migliorare alcuni percorsi di addestramento per i nuovi paracadutisti.

Una mattinata nel marzo 2004, precisamente il 19, mentre salutavo il collega di servizio come piantone nell’androne d’ingresso della 6^ Compagnia GRIFI, della quale facevo parte, il Decano di Compagnia – GRIFO 1 ha chiamato l’adunata, e ci ha informato che il Capitano doveva parlarci subito. All’inizio ho pensato che fosse solo un pretesto per impedirci di raggiungere le nostre famiglie, che nel mio caso erano a 600 km di distanza. Ma non era così. Il Capitano GRIFO, con serietà e preoccupazione, ci ha ordinato di prendere tutto il nostro equipaggiamento personale (zaino, equipaggiamento e armi assegnate) perché c’era un C-130 pronto sulla pista dell’aeroporto di Pisa. Dovevamo imbarcarci per Dakovica, in Kosovo. 

Ricordo quel momento come se fosse ora, mi viene da piangere a ripensare a tutto ciò che è successo da quel momento in poi. La mia vita è cambiata completamente in quell’istante.

Comunque, non ho avuto nemmeno il tempo di avvertire la mia famiglia, sono riuscito a farlo solo 15 giorni dopo. Eravamo stati addestrati e preparati per quel momento, io e i miei compagni, perché stavamo andando a dare supporto ai colleghi che erano già in missione di pace (ma quale pace?). Erano sotto attacco da parte di gruppi albanesi. All’arrivo, ci aspettavano poliziotti dell’UNMIK (la missione di amministrazione temporanea delle Nazioni Unite in Kosovo) e unità di intelligence. Il nostro reparto era l’unico addestrato per gestire i “disordini” nei Balcani in quel periodo. Eravamo il primo reggimento OTHF (Over the Horizon Force) della NATO pronto a intervenire. Siamo arrivati all’aeroporto militare di Djacova, il 20 marzo 2004, e siamo subito entrati in azione per affrontare i disordini. Con l’aiuto dei militari statunitensi e dei loro elicotteri Black Hawk, abbiamo liberato alcuni serbi minacciati dagli albanesi, portandoli via dalle loro case in piccoli villaggi.

L’unica cosa che mi fa male ancora oggi sono i ricordi che mi porto dentro di quei momenti, ancora rivedo gli occhi di quelle persone terrorizzate. 

Fino a quel momento, avevo un’idea diversa sulla missione di pace. Vedevo la situazione in modo diverso da alcuni militari che partecipavano all’operazione per motivi personali, come gli stipendi molto alti pagati dalla NATO. Dopo alcuni giorni dal nostro arrivo in Kosovo, una volta ripristinato l’ordine e usciti dalla zona rossa, abbiamo cominciato a entrare in contatto con la popolazione civile. Alla fine, abbiamo capito che anche le persone di etnia albanese erano molto spaventate. È stato in quel momento che ho realizzato come i governanti, i presidenti, i generali costruiscono il loro potere sfruttando le paure degli altri, qualcosa che mi ricordava la mia adolescenza vissuta in Italia. Lì non si trattava solo di serbi contro albanesi, ma di bande camorristiche in guerra. La storia si ripeteva.

Più passava il tempo, più mi rendevo conto di molti meccanismi. Ho iniziato a pensare che gli interessi personali prevalgono sempre, che si tratti di un generale, un ministro, una società di servizi o gruppi vari.

Devo precisare che noi paracadutisti abbiamo trascorso i primi 15 giorni in sacchi a pelo e tende, nonostante le temperature gelide di marzo. Ma noi siamo paracadutisti per tutta la vita, quindi non c’era problema. Nel frattempo, i colleghi che erano assegnati alle basi fisse potevano godere di ristoranti, negozi di ogni tipo, tutte attività gestite da società italiane con solo pochi dipendenti locali. Non nascondo che ho mangiato il mio primo astice nella mensa dell’aeronautica, e questo era un lusso che non potevo permettermi in Italia, nonostante sia cresciuto in una città di pescatori.

Confrontare tutto ciò con la vita che i civili vivevano fuori mi ha fatto entrare in crisi. Lì ho davvero capito cosa significasse la guerra.

In quel periodo, io e alcuni colleghi, con l’aiuto del nostro capo GRIFO 1, abbiamo iniziato a prendere il cibo dalle mense della caserma per portarlo ai civili. A volte rimanevamo anche noi senza mangiare per dare da mangiare ai bambini, perché noi potevamo resistere anche per più di 24 ore.

C’erano diverse aziende provenienti da vari paesi che fornivano servizi sia a noi militari che ai civili del luogo. Era strano vedere che ogni caserma aveva ditte del loro paese che si occupavano di vari compiti, anche se alcune persone del posto partecipavano alle attività operative, ma non a ruoli di gestione o organizzazione.

Dopo poche settimane, quando la nostra necessità contingente è terminata, siamo tornati in Italia e ho portato con me il peso di quella prima esperienza. È vero che sono cresciuto vedendo corpi di vittime delle faide ai bordi dei marciapiedi durante la mia adolescenza, ma la guerra era qualcosa di molto diverso.

Anche se  comprendevo che i denominatori comuni erano sempre gli stessi: Controllo, Potere e Soldi.

Altra cosa che non posso dimenticare è la calca dei bambini che si avvicinavano ai dispositivi di Check Point, per avere un po’ di buon cibo italiano accompagnato da tanto amore ed affetto che ognuno di noi metteva da cornice. Anche se in quel periodo non ero ancora diventato padre, quei ragazzi li sentivo miei, anzi li sentivamo nostri, come se noi fossimo i responsabili del loro disagio. La linea sottile dell’aiuto che portavamo diventava molto chiara per noi militari, anche se poteva essere facilmente fraintesa da altri. È un dolore profondo che portiamo con noi da un’esperienza del genere, come dimostra il fatto che sia gli americani dopo la guerra del Vietnam, e ora anche noi europei, affrontiamo la Sindrome Post Traumatica.

Ogni tanto, durante le nostre pattuglie, ci accompagnava un maresciallo del 9° Reggimento, originario di Predappio, che ci aiutava umilmente nelle operazioni. Si raccontava che donasse tutto il suo stipendio NATO ai cittadini bisognosi, trattenendo solo quello italiano per sé. Era sempre il primo a mettersi in prima linea, mettendo le mani ovunque, anche se il suo ruolo ufficiale non prevedeva quel tipo di attività. Era uno dei sabotatori e incursori più esperti dell’Esercito Italiano. Ma lui non comandava con ordini, bensì con l’esempio del suo cuore.

L’ottobre successivo, a causa delle elezioni nella regione, siamo stati nuovamente inviati a Gjakova come misura preventiva. In quel caso, sono stato assegnato come scorta al Comandante del Reggimento “FALCO”, un militare rispettato da tutti noi perché era un vero leader che ci ispirava con il suo esempio, non con ordini diretti. Ricordo bene un giorno in particolare. Durante la notte, siamo stati attivati dopo aver ricevuto una comunicazione di allarme dal Comando Interforze NATO di Pristina. Ci hanno informato che eravamo sotto attacco, ma dopo circa 5 ore abbiamo scoperto che era solo un’esercitazione congiunta con altre Forze Militari presenti nella regione. Appena il Comandante ha ricevuto questa conferma, mentre guidavo la macchina con lui come passeggero, ha preso il telefono satellitare e ha chiamato il Dipartimento della Difesa, inoltrando la chiamata fino al Sottosegretario, a cui ha poi chiuso il telefono in faccia. Dopo 5 minuti di silenzio, ha iniziato ad urlare dentro la macchina, chiamando “coglioni” tutti coloro responsabili di quell’attivazione addestrativa. Ricordo ancora le sue parole: “Io, che sono il padre di tutti i miei paracadutisti, so bene di cosa siamo capaci con freddezza e professionalità. Non abbiamo bisogno di dimostrarlo. Siamo addestrati per affrontare operazioni ad alto rischio.” Da quel momento è rimasto in silenzio, forse si è reso conto di aver compromesso la sua carriera da generale. Ma per lui era più importante la dignità, o almeno questo è ciò che ho pensato in quel momento.

Ma con questi esempi di vita, come potevo io essere diverso da quello che sono oggi? 😉

In quel caso, ancora una volta ho capito altre dinamiche. Quella esercitazione era stata organizzata per consumare munizioni durante le attività a fuoco, per poi poterne richiedere altre e consumare carburante per il movimento di mezzi ed elicotteri.

Ho capito per l’ennesima volta che gli interessi della guerra non sono quelli di affermare principalmente la democrazia nei paesi, ma di “fare cassa” con tutti gli strumenti possibili che una guerra può generare. Mi sembra che noi stiamo ancora pagando per le guerre che abbiamo combattuto.

Da questa mia umile esperienza ho dedotto che la vita umana viene scambiata per soldi. Ma quando si ammazzano popoli interi per interessi che vanno al di là del bene che si vuole portare, la cosa mi spezza il cuore.

Guerra in Iraq per avere il controllo del petrolio da parte degli Stati Uniti, guerra in Afghanistan per avere il controllo sull’oppio da parte delle case farmaceutiche statunitensi, guerra in Kosovo per smaltire scorie radioattive (Dio solo sa quanti colleghi ho perso per malattie di cancro. Non ci informavano di nulla, ma vedevo che gli americani prima di rientrare in caserma bonificavano tutto con acido citrico. Mentre noi italiani abbiamo iniziato a farlo solo nell’ultimo periodo della guerra) e annientamento della supremazia Serba. Perché la Nato non interviene nella striscia di Gaza oppure nella guerra tra Russia e Ucraina? Noi Europei perché non tuteliamo il diritto alla vita a prescindere.

Concludo lasciando a voi il beneficio del dubbio, sulla scorta della storia. Ma queste guerre cosa di buono hanno portato alle popolazioni del posto e non?

Molte volte sono tentato di ritornare per cercare di dare una mano ai miei fratelli, alle persone che soffrono, che aspettano qualcuno che li salvi, ma dopo pochi minuti apro gli occhi e sono qua. Lasciando trascorrere la sabbia del mio tempo senza sentirmi utile per qualcuno. Sì, è vero, oggi sono in servizio in un’altra Forza Armata e da fuori sembra tutto perfetto. Sono attivo nel sociale con bassissimo profilo, do una mano all’azienda di famiglia. Provo a migliorare il territorio dove vivo cercando di insegnare i sani principi a ragazzi che non hanno avuto la possibilità di avere una guida, perché gli hanno ammazzato i genitori, oppure peggio, li costringono a vivere a “testa bassa”. 

Cosa voglio oggi? Essere libero di aiutare le persone, non di aiutarle a condizioni che. Ci sono bambini, ragazzi, uomini e donne, nei ghetti del nostro paese, ai margini della società che aspettano qualcuno che li aiuti davvero.

In ogni caso, vorrei solo condividere la mia riflessione su questa breve esperienza di vita. Quando pensavo di lasciare il teatro di guerra in Kosovo e, salendo sull’aereo, mi sono reso conto che la vera guerra era iniziata dentro di me.

Ci vogliono lasciare nell’ignoranza per poterci controllare, come la chiesa che nel medioevo non permetteva di insegnare il latino ai non appartenenti al clero.

Scusatemi del disordine nella scrittura, ma la rabbia è tanta. Una cosa è certa, qui c’è il mio cuore sofferente che parla. Mia mamma mi dice sempre Chi’ Capisc, Patisc (chi conosce, soffre).

Non mi fermerò mai di aiutare chi ha bisogno, questo è il mio scopo di vita.

Un giorno scriverò il libro della mia vita, così mi solleverò dal peso che mi porto dentro, che ora ho  alleggerito con questa scrittura.

Un abbraccio da un Gigante Buono

Enzo

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