Da quanto abbiamo avuto modo di constatare, la linea politica di Putin non è mai stata morbida o così liberale. Alla luce di ciò, l’Occidente ha spesso bloccato alcuni canali di comunicazione russi in modo da rallentare eventuale propaganda inopportuna. A prescindere dal perché certe notizie vengano stoppate è doveroso anche vagliare la genuinità di quelle, qui in occidente, date per vere. Quanto infatti abbiamo appreso, nella ricerca di notizie veritiere, è di mettere sempre in dubbio la genuinità di quanto viene raccontato, questo non per alimentare chissà quale fantasiosa teoria del complotto ma piuttosto per garantire la fruizione di notizie davvero valide.
Sebbene quella del blocco delle notizie russe sia una strategia guidata da buona volontà, potrebbe accadere che il blocco rallenti anche informazioni utili per noi europei e che le istituzioni centrali desiderino non esporre, agendo dunque non più da protezione ma da censura.
In relazione a ciò, è opportuno almeno sapere a quali informazioni abbiamo accesso in Europa e quali invece siano inaccessibili a causa di un blocco governativo. In particolare, sono state sospese le attività di trasmissione di alcuni media russi quali ad esempio:
- Sputnik: agenzia di stampa e servizio radiofonico internazionale controllato dal governo russo, noto per la diffusione di notizie allineate alle posizioni del Cremlino.
- RIA Novosti: agenzia di stampa statale russa, inclusa nelle sanzioni dell’UE per il suo ruolo nella propaganda governativa.
- Izvestia: quotidiano russo di lunga data, anch’esso soggetto a restrizioni per la diffusione di contenuti propagandistici.
- Rossiyskaya Gazeta, giornale ufficiale del governo russo, utilizzato per promulgare la linea politica del Cremlino.
- Voice of Europe, altro media incluso nelle sanzioni per il suo ruolo nella diffusione di propaganda russa.
- RT (Russia Today), canale televisivo finanziato dallo Stato russo, accusato di diffondere disinformazione e propaganda pro-Cremlino.
Queste misure comportano il divieto di trasmissione e distribuzione dei contenuti di questi media su tutte le piattaforme all’interno dell’UE, inclusi televisione, radio, siti web e social media. Di conseguenza, gli utenti in Europa non possono accedere legalmente ai contenuti prodotti da questi organi di informazione.
È importante notare che l’attuazione di queste sanzioni è responsabilità degli Stati membri dell’UE, e l’efficacia del blocco può variare da un paese all’altro. In generale però l’informazione non circola bene ma viene interrotta dalla Russia all’Europa. Lo stesso Pavel Durov, co-fondatore della piattaforma Telegram, sottolinea duramente in uno dei recenti post su X come sia assurdo che in Russia ci siano canali occidentali accessibili mentre in Europa ci siano tanti blocchi e ostacoli (vedi immagine in evidenza).
Ricordiamo intanto che Telegram, il social creato da Durov e il suo team (incluso il fratello), è stato bloccato e ostacolato nella stessa Russia, madrepatria dei fondatori, e di recente sta attraversando una bufera legale dovuta proprio alle sue norme che tutelano la totale circolazione di informazioni, lasciando spazio dunque anche ad affari illeciti.
Nel particolare, Telegram è stato rallentato, bloccato o limitato in diverse occasioni e in molteplici paesi proprio a causa della totale libertà che garantisce. L’elenco è interminabile:
- Regno Unito. Telegram è stato utilizzato per coordinare rivolte anti-immigrazione e diffondere odio contro i musulmani. Nonostante le critiche, il governo non ha preso azioni concrete contro l’app.
- Spagna. L’app è stata temporaneamente vietata per violazione di copyright dopo denunce da parte di grandi gruppi mediatici, ma la sentenza è stata successivamente annullata.
- Norvegia. Telegram e TikTok sono stati vietati sui dispositivi governativi per motivi di sicurezza nazionale, legati a possibili influenze russe e cinesi tramite disinformazione.
- Germania. Il governo ha considerato un divieto a causa di canali con contenuti antisemiti e di incitamento all’odio. Telegram ha accettato di collaborare e ha rimosso i contenuti illegali dopo una multa di 5 milioni di euro.
- Ucraina. Telegram è cruciale per comunicazioni militari e civili, ma anche per la diffusione di disinformazione. Il governo ha richiesto cambiamenti per limitare contenuti dannosi.
- Russia. È stato vietato dal 2018 al 2020 per non aver fornito informazioni sugli utenti richieste dal governo, ma ha continuato a essere usato ampiamente, anche da enti governativi.
- Cina. L’app è censurata dal 2015, con sospetti che il blocco sia stato causato da un attacco DoS orchestrato dal governo per reprimere avvocati per i diritti umani.
- Iran. Bloccato dal 2018 dopo che il governo lo ha accusato di facilitare proteste antigovernative. Molti utenti aggirano il divieto usando VPN.
- India, Telegram è indagato per attività criminali, inclusa la diffusione di materiale pedo-pornografico, truffe finanziarie e manipolazioni di mercato.
- Thailandia vietato dal 2020 per il suo ruolo nelle proteste antigovernative contro l’ex primo ministro Prayuth Chan-o-cha.
Il sottile confine tra libertà di stampa e censura
Qui sorge quindi una domanda molto delicata e importante: cosa è più utile e benefico tra il garantire una totale circolazione di informazioni (incluse dunque quelle dei canali russi limitati) e il bloccare alcuni canali per timore che diffondano fake news o propagande inopportune? È più saggio chiudere completamente una piattaforma libera come Telegram per timore che favorisca il proliferare di gruppi criminali o lasciare che mantenga una tale libertà di parola?
Identificare il confine tra la limitazione di canali potenzialmente pericolosi e la censura vera e propria è davvero impegnativo.
In realtà non c’è modo di comprendere quale sia il limite tra l’una e l’altra cosa. Dipende! È estremamente relativo. Dipende da quel che viene limitato e censurato così come dalle conseguenze che si avrebbero nella sua diffusione. È con ogni probabilità un bene che non si ascolti la propaganda russa di guerra, ma dobbiamo convenire che sarebbe stato utile conoscere le varie dinamiche di limitazione delle informazioni diffuse in Europa e in occidente, come Boris Johnson (ex ministro britannico) abbia impedito che un negoziato riuscisse in un accordo di pace o di come siano stati gli stessi ucraini a far saltare in aria il Nord Stream nel Mar Baltico. Queste sono notizie non riportate dai media principali ma solo da testate di nicchia, eppure conoscerle farebbe una differenza sostanziale nel posizionarsi contro o a favore del conflitto in corso.
A prescindere dalle notizie in circolazione, ovviamente, optiamo per una soluzione pacifica, per un silenzio definitivo di fucili e cannoni, poiché, come sempre, dai conflitti politici quelli a pagare il conto sono i civili e gli innocenti.



