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Il Metaverso non decolla, ma…

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Buco nell’acqua o tecnologia ancora non matura?

La scommessa di Zuckerberg

Se dovessimo affidarci solamente ai numeri, il Metaverso sarebbe la prima scommessa persa di Mark Zuckerberg. Quello che per il creatore di Facebook è la piattaforma informatica del futuro, ad oggi è soprattutto un macigno sui conti di Meta e dei suoi azionisti. In soli quattro anni le perdite registrate da Reality Labs, la divisione aziendale che si occupa del progetto, ammontano a oltre 35 miliardi e tutto lascia presagire che siano destinate ad aumentare nel breve-medio periodo.

Sul lungo, però, Zuckerberg è sicuro di essere tra i principali promotori di una rivoluzione copernicana. Gli investimenti dell’americano nel campo partono da lontano e affondano le proprie radici nel marzo del 2014, quando Facebook investì 2 miliardi di dollari per inglobare nella propria famiglia Oculus, ai tempi azienda leader nella tecnologia della realtà virtuale. Quello che era nato come un dispositivo destinato essenzialmente all’intrattenimento, in particolare ai videogiochi, era così pronto al salto verso il mondo della comunicazione e, di riflesso, a quello dell’imprenditoria.

Le recenti presentazioni in pompa magna del Metaverso di Meta hanno evidenziato tutte le potenzialità della tecnologia senza, tuttavia, convincere appieno il grande pubblico, la cui risposta è stata, per usare un eufemismo, piuttosto tiepida.

Le criticità

A mio modesto modo di vedere, rilevo tre criticità di non facile risoluzione. La prima è di natura pratica: per quanto gli ultimi modelli di visori stiano puntando molto anche sulla comodità di fruizione, il comfort viene decisamente meno in caso di sessioni prolungate. La seconda riguarda il risultato visivo: straordinario, se paragonato ai primi esperimenti embrionali a due colori degli anni ‘90, ma ancora lontano dal potersi sostituire alla “vera” realtà senza dover scendere a compromessi. La terza è parzialmente legata alla seconda: in un ambiente virtuale “ci si muove” attraverso degli avatar, che le vecchie generazioni possono sentire “molto lontani” dal proprio concetto di serietà lavorativa; una questione di mentalità che verosimilmente, col passare degli anni, si annacquerà, data l’abitudine dei giovani di interfacciarsi attraverso ricostruzioni del proprio ego, ma che oggi può rappresentare un ostacolo, soprattutto negli ambienti più ingessati.

Le potenzialità

Sarebbe sbagliato, però, bocciare sonoramente una tecnologia che, con i dovuti accorgimenti, potrebbe stravolgere la nostra comunicazione e il modo di fare impresa. È ormai assodato che il futuro di internet, il cosiddetto “web 3.0”, sia fondato su interazioni sempre più realistiche e coinvolgenti, e la parola d’ordine del Metaverso è proprio “immersività”.

Ecco, allora, che un’azienda potrebbe approfittare delle vie infinite dell’etere per realizzare campagne di marketing che possano fare vivere al cliente esperienze uniche, in cui può addirittura recitare il ruolo del protagonista. Abituati a essere bombardati – e annoiati – dagli spot pubblicitari, non sarebbe per nulla banale una simile inversione di paradigma.

Lo stesso schema si potrebbe ripetere nella vendita al dettaglio: immaginatevi un market virtuale in cui poter vedere da vicino e da ogni angolazione un prodotto. È evidente il cambio di passo rispetto alla staticità degli attuali store online, oppure la comodità di poter acquistare beni su cui abbiamo una completa panoramica direttamente dal proprio divano, senza doversi necessariamente recare di persona al centro commerciale. Non può, ovviamente, sostituire in tutto e per tutto la “concretezza” di un oggetto tangibile, ma sarebbe sicuramente un’opzione in più che un’azienda potrebbe mettere a disposizione del consumatore.

Sono già stati esplorati, pur con fortune alterne, gli eventi virtuali: conferenze, fiere, spettacoli e concerti senza barriere, se non quella dell’accesso alla tecnologia. Diventa molto difficile ricreare l’atmosfera di un evento live, ma giocando con gli elementi più “sensazionalistici” il risultato può essere comunque appagante, seppur diverso.

Personalmente resto ammagliato dal fatto di poter offrire le proprie competenze, anche le più settoriali, a distanza: penso al caso del dottor Gouveia che con l’ausilio di occhiali di realtà aumentata effettua operazioni salvavita a distanza di centinaia di chilometri come se fosse presente, in carne e ossa, nella sala operatoria del paziente. Se tutto questo è già realtà in un campo cruciale come quello della sanità, immaginatevi gli utilizzi che potrebbero nascere in tutti quei settori in cui si è costretti a ricorrere a personale esterno iper-specializzato: si potrebbero risparmiare i costi delle trasferte e ottenere/offrire il servizio praticamente in tempo reale.

Meta, nella sua promozione ufficiale, punta molto anche sulla rinnovata vita aziendale: a parte la creazione di banali spazi di lavoro virtuali in cui poter condividere idee e progetti, è secondo me molto più interessante il suo utilizzo nella formazione dei dipendenti, che potrebbero essere messi al centro di un ambiente “realistico” e il più possibile vicino alle mansioni che saranno poi chiamati a svolgere.

Un’opportunità da non lasciarsi scappare

Insomma, per parafrasare un celebre proverbio, “le vie del Metaverso sono infinite”. Quello che ad oggi dovrebbe essere considerato come una semplice opzione complementare alle strategie di business di un’azienda, in futuro potrebbe essere la base su cui costruire il proprio brand. Ecco perché è fondamentale non farsi cogliere impreparati.

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