Dalla Fabriano, storica azienda italiana produttrice di carta, arriva recentemente la notizia dello stop alla produzione, in particolare le famose risme Fabriano Copy 2. L’ultima bobina è stata prodotta l’11 dicembre 2024, segnando la fine di quasi cinquant’anni di attività in questo settore.
Questa decisione è stata presa dal Gruppo Fedrigoni, proprietario del marchio, che ha annunciato l’uscita dal business della carta per ufficio a causa dei bassi margini di profitto e della domanda in calo. La società Giano, responsabile di questa produzione, cesserà ogni attività dal 1º gennaio 2025. A rischio 195 posti di lavoro, con tanto di intervento del Ministero delle Imprese.
Eppure non è una sorpresa: spostare, delocalizzare, chiudere, sono dinamiche che spesso abbiamo sentito negli ultimi anni parlando di piccole e medie imprese.
Le sfide delle PMI italiane
In Italia, le Piccole e Medie Imprese (PMI) rappresentano una componente fondamentale del tessuto economico. Secondo i dati ISTAT, le imprese con meno di 250 dipendenti costituiscono la quasi totalità delle aziende italiane, con una percentuale del 99,9%. Queste imprese impiegano circa il 76,5% degli occupati e generano quasi il 65% del valore aggiunto al costo dei fattori.
Proprio questa fondamentale categoria si è trovata con le spalle al muro nell’arco degli ultimi 15 anni. Frequenti sono i ricorsi alle casse integrazione e ai licenziamenti: abbiamo avuto il recente esempio di Stellantis e dell’Ilva nel pugliese. Così come un notevole aumento delle liquidazioni giudiziarie, aumentate del 12,5% nel secondo trimestre del 2024.
Un’altra delle conseguenze che le imprese italiane si intravede nella sempre più comune delocalizzazione, il trasferimento cioè della produzione, degli stabilimenti e dell’attività all’estero così da usufruire di un clima economico più favorevole e conveniente. Questo genera, nel tempo, un grande impoverimento sia della forza lavoro (che ovviamente perde grandi opportunità di arricchimento) che del paese in generale, perché impoverendo la classe lavoratrice si hanno meno famiglie, meno acquisti, meno gettito fiscale e molto altro.
Tra le aziende che hanno delocalizzato abbiamo grandi nomi come Fiat Chrysler Automobiles (trasferendo parte della produzione in paesi come Polonia, Serbia, Russia, Brasile e Argentina), Benetton (ha spostato la produzione in Cina e Bangladesh per ridurre i costi), Indesit (gran parte della produzione in paesi dell’Europa dell’Est, come la Polonia), Parmalat (Francia e Spagna), Bialetti (ha spostato la produzione in Cina), OMSA (ha trasferito lo stabilimento in Serbia, cassa integrazione per 320 lavoratrici italiane) e Geox (Serbia anche lei).
Ma quali sono le cause di questa dinamica?
Tra le cause di questa reazione a catena si possono identificare alcuni svantaggi comuni che spesso vivono imprese (piccole, medie e grandi, senza esclusione di categorie).
Come disincentivo principale nel fare impresa in Italia c’è, come spesso è naturale pensare, la pressione fiscale. Secondo il rapporto “Paying Taxes 2020” (rilasciato nel 2019) della Banca Mondiale e PwC, il carico fiscale complessivo sulle imprese italiane è pari al 59,1% dei profitti commerciali, in aumento rispetto al 53,1% dell’anno precedente e posizionandosi tra i più alti in Europa. Questo dato colloca l’Italia al 128º posto su 190 paesi per quanto riguarda la facilità di pagamento delle tasse.
Per dare un’idea concreta dei dati, le imprese italiane impiegano una media di 238 ore lavorative per adempiere agli obblighi fiscali, contro la media europea che si aggira attorno alle 161.
In ultima analisi, la seconda importante causa della fatica che gli imprenditori fanno per mandare avanti il sistema industriale e produttivo italiano è il sistema burocratico lento e ingarbugliato. Secondo un rapporto dell’Università di Oxford, l’Italia si posiziona al di sotto della media dei Paesi avanzati in termini di efficienza della pubblica amministrazione. Preso il numero 100 come la frontiera tecnologica di una burocrazia efficiente, l’Italia si attesta sul 20, mentre la media dei Paesi avanzati è 60.
Insomma, siamo lentini.
Si stima che le procedure amministrative costino alle imprese circa 103 miliardi di euro all’anno, di cui 80 miliardi gravano solo sulle PMI. Siamo tutti testimoni dei tempi infiniti dei procedimenti amministrativi. Un processo civile in Italia può durare in media otto anni, attraversando i tre gradi di giudizio. Infine, solo il 22% degli italiani considera buoni i servizi pubblici offerti, rispetto a una media europea del 46%.
Ma c’è speranza e dipende anche da noi…
In tutto ciò c’è da chiedersi: perché invece che finanziare il ponte sullo stretto non puntiamo un po’ sull’innovare treni, infrastrutture e per accelerare tutto il sistema pubblico? Magari anche lavorando ad una riforma fiscale che non soffochi le PMI?
Questo desiderio, purtroppo, cede davanti ai voleri della politica (deviata e tossica come non mai).
La speranza arriva da altrove. Gli incentivi del Piano Transizione 4.0, con investimenti che superano i 29 miliardi di euro, stanno fornendo alle aziende strumenti concreti per innovare, digitalizzare e affrontare la competizione globale. In parallelo, l’atteggiamento delle imprese italiane evidenzia una resilienza sorprendente. Secondo il rapporto di Forbes, il 76% delle aziende prevede una crescita nei prossimi cinque anni, dimostrando una determinazione nel superare le difficoltà e cogliere le opportunità offerte da nuove tecnologie, mercati emergenti e strategie sostenibili.
Possiamo dunque dire che la svolta imprenditoriale della nazione non verrà sicuramente dalla politica, ma da un gruppo allineato di imprenditori che non retrocedono davanti le pressioni esterne, ma cercano al contrario le opportunità per farsi le ossa ed emergere. In questi casi è utile armarsi con strategie fiscali efficienti, affidarsi a professionisti capaci di far risparmiare, innovazioni e politiche del lavoro che stimolino la produzione e che trattengano i talenti in azienda. Se non ci assumiamo noi la responsabilità di far andar bene le nostre attività, chi altri lo farà?
La soluzione non è caduta e non cadrà mai dal cielo, figuriamoci dai parlamenti. Spetta a noi.



