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I “nonni” al potere

I "nonni" al potere
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I “nonni” al potere. È l’attuale scenario che vede otto “anziani” alla guida dei 10 paesi più popolosi della Terra. Tradotto: metà della popolazione mondiale è nelle mani di figure con più di 70 anni e in alcuni casi con più di 80. La domanda sorge spontanea: persone nate in un’altra epoca possono guidare il mondo nel XXI secolo, il secolo che sta velocemente ridefinendo l’ordine mondiale e cambiando la società tramite una tecnologia (quasi) fantascientifica?

I “nonni” al potere

I “nonni” al potere. Dieci anni fa solo l’India era in mano a un ultrasettantenne. Oggi ci sono il Brasile di Luiz Inácio Lula da Silva (78 anni), il Bangladesh di Sheikh HasinaWazed (76 anni), l’India dove il premier uscente Narendra Modi (73 anni), la Russia di Vladimir Putin, la Cina Xi Jinping, la Nigeria di Bola Ahmed Tinubu e il Messico di Andrés Manuel López Obrador: tutti 71 anni nel 2024. E poi l’America: Joe Biden, 82 anni, è il presidente uscente, Donald Trump, 77, l’unico sfidante e attualmente favorito per la vittoria di novembre. Un particolare: molti di questi Stati, domani, possono sganciare una bomba atomica nel caso si sentissero minacciati o fossero attaccati… Come mai si è creato questo scenario? Secondo il Wall Street Journal, la situazione è correlata al rafforzamento dei dittatori, che rimangono al potere molto più a lungo. Putin è diventato presidente per la prima volta a 47 anni, ma sono ormai 25 anni che guida la Russia. Nel 2022, anche il presidente Xi Jinping ha rotto con le convenzioni ed è entrato in carica per la terza volta all’età di 69 anni. Nei Paesi democratici, come sono il Brasile di Lula e il Messico di López Obrador, sono aumentate le barriere all’ingresso e la quantità di risorse necessarie a sostenere la campagna elettorale, tutto a vantaggio dei politici più anziani e navigati. Per questo motivo Kevin Munger, professore di scienze politiche della Pennsylvania State University, sostiene che «la situazione cambierà solo quando questi uomini saranno innegabilmente troppo vecchi, cioè tra 10 o 15 anni».

Pro e contro della situazione

I “nonni” al potere sostengono che la loro età è invece una risorsa «in una fase storica segnata dalle guerre in Ucraina e a Gaza e dalla rivalità tra Stati Uniti e Cina. Aggiungono – fa notare Jon Emont sul Wall Street Journal – che la diplomazia mondiale ha bisogno di gente esperta». Talmente tanto esperta – risponde qualcun altro – che il mondo non è mai stato così vicino a un conflitto su scala globale dal 1945. Secondo il politologo svedese Aksel Sundström, i leader anziani stanno allontanando sempre di più i giovani dalla politica, determinando un ciclo di alienazione. «Candidati che hanno l’età dei loro nonni, allontanano i giovani dalle urne – scrive il Wall Street Journal -. Ma questo certo non stimola i politici anziani a concentrarsi sui timori delle nuove generazioni, dalle ingerenza dell’Intelligenza Artificiale ai cambiamenti climatici». La minestra riscaldata non piace a nessuno, in mancanza d’altro mica si può scegliere di “morire” di fame. Alcune ricerche indicano che i leader giovani ci sono. Per esempio in Europa: 14 leader hanno meno di 50 anni e all’inizio del 2023 l’età media di un capo di Governo europeo era di 53 anni, secondo l’analisi di Euronews. Nella lista ci sono tra gli altri Giorgia Meloni, diventata Presidente del Consiglio a 45 anni, il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky (46 anni), il leader di San Marino, Alessandro Cardelli (39 anni), il Premier britannico Rishi Sunak (43 anni), l’irlandese Leo Varadkar (45 anni) e l’islandese Katrín Jakobsdóttir (41 anni).

Non è solo una questione d’età…

I politologi spostano l’attenzione dalla carta d’identità soprattutto ai temi affrontati. Possono ultrasettantenni occuparsi dell’emergenza climatica, dell’intelligenza artificiale e parlare ai giovani tramite i social network? Perché questi ultimi sono un passaggio cruciale: se in America il senatore Bernie Sanders (82 anni) e l’ex leader laburista Jerem Corbyn (74) parlano alla generazione Z di ambiente e AI su Instagram, in Europa i “leader ragazzini” utilizzano i social per fare propaganda di elezione in elezione (guardate quanto succede, in queste settimane, in Italia). Insomma: sono gli argomenti alla base del futuro. Alcune ricerche indicano che i leader locali più giovani s’impegnano sulle questioni che riguardano la popolazione non anziana, stanziando più risorse in determinati settori. Un esempio: i comuni giapponesi guidati da sindaci con meno di 50 anni – come ha fatto notare Charles McClean dell’Università di Yale – dedicano più risorse alle problema delle liste d’attesa negli asili nido pubblici. 

La grande frattura

Una simile situazione non è riscontrabile nell’immediato passato. Sicuramente la politica cozza con quanto succede, per esempio, nel mondo dell’imprenditoria. In Italia (e non solo), per esempio, sempre più giovani iniziano la scalata in aziende con fatturati ragguardevoli. Come se fosse un altro pianeta, insomma. Com’è possibile che si stia creando una simile frattura fra mondo reale e palazzi del potere?

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Matteo Gardelli

Compagno di Annalisa, tifoso dell'Inter e dei Boston Celtics. A tempo perso giornalista professionista e scrittore.

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