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Il presidente cinese afferma che gli USA stanno provocando un conflitto con Taiwan – Un’altra guerra in arrivo?

Come combattere una guerra senza perdere nessun soldato, spendendo poco e guadagnando una fortuna sulla fetta di mercato conquistata arginando gli stati in guerra? 

Ormai la tecnica è brevettata e a prova di pacifista. 

Passo uno. Usare tutte le risorse a disposizione per far dipendere dai tuoi aiuti uno stato A in via di sviluppo o meno equipaggiato di te. 

Passo due. Influenza con scelte strategiche la sua politica fino a indurre la guerra con una nazione B che ti rompe le scatole o che rallenta i tuoi interessi. 

Passo tre. Mentre provochi indirettamente una guerra, rifornisci di armi lo stato A e alimenta il conflitto finché non avrai raggiunto l’obiettivo principale:  mettere ko il tuo nemico principale – la nazione B – senza intervenire direttamente o dichiarare apertamente guerra. 

Passo quattro. Isola economicamente lo stato B, usando i media per raccontare la storia dello stato-canaglia che invade senza motivo. Laddove però il conflitto è stato ovviamente provocato e non è apparso magicamente come la pentola d’oro alla fine dell’arcobaleno. 

Aggiungendo però che la pentola d’oro, non la prenderanno né A né B, ma chi ha fomentato il conflitto. 

Suona familiare? 

È un meccanismo vecchio quanto la storia e spesso utilizzato per indebolire grandi nazioni, in modo da avere un pretesto per osteggiarne l’economia, aumentare le sanzioni, magari anche eliminare personaggi scomodi e inserire un governo fantoccio, come ad esempio accade in Iraq. 

Lo schema riemerge da una dichiarazione di Xi Jinping, presidente cinese, fatta a Ursula von der Leyen e diffusa dal FINANCIAL TIMES secondo la quale gli Stati Uniti abbiano cercato di ingannare la Cina affinché invadesse Taiwan, ma che lui non avrebbe abboccato, evitando perciò il conflitto.

A sostegno di questa affermazione, l’ambasciata cinese a Washington non ha replicato al commento di Xi Jinping, ma ha ammesso che gli Stati Uniti stavano vendendo armi a Taiwan e sostenendo le forze separatiste indipendentiste sull’isola.

Le tensioni

Le tensioni tra Cina e Taiwan risalgono alla guerra civile cinese (1927-1949) a seguito della quale Taiwan rimase sotto un governo diverso da quello centrale, generando così due posizioni: quella cinese che vede Taiwan come una provincia ribelle e quella “ribelle”, la quale si vede come un’entità sovrana de facto, con il suo governo, economia e forze armate. 

Inutile dire che, con questi presupposti, il conflitto armato per l’indipendenza o l’annessione del Taiwan è sempre stato dietro l’angolo, specie se si pensa che gli USA – sebbene riconoscano la RPC come il governo legittimo della Cina – abbiano preso l’impegno di difendere Taiwan in caso di attacco e di supportarlo con armamenti e risorse (Taiwan Relations Act del 1979).

Ma sebbene Washington abbia l’obbligo di difendere e sostenere Taiwan, l’amministrazione Biden ha a spesso dichiarato che non ne sostiene l’indipendenza e che si oppone ai cambiamenti unilaterali dello status quo. 

Qualcosa non torna.

Ma perché gli Stati Uniti vorrebbero una guerra a Taiwan? 

Come spiegato inizialmente, si potrebbe applicare il modus operandi dell’Ucraina alla Cina: sanzioni massive che tentano di recidere le relazioni tra la Cina e l’Occidente, la confisca delle riserve cinesi in dollari, combattere la Cina senza ingenti perdite se non per i taiwanesi.  

Fondamentalmente sarebbe un conflitto “a basso costo” che permetterebbe di eliminare un concorrente nel dominio economico e politico dell’Occidente. 

Così come il conflitto ucraino permette di fare nei confronti della Russia, rimandando la pace a data da destinarsi e infliggendo più danni possibili sia ad un fronte che all’altro, che ne pagano direttamente le conseguenze.

Xi Jinping ha aggiunto che, un conflitto con gli Stati Uniti (anche se indiretto), distruggerebbe molti dei traguardi raggiunti dalla Cina e comprometterebbe il suo obiettivo di raggiungere una “grande rinascita” della nazione.

In tutto ciò la Casa Bianca non ha risposto né commentato. 

Preoccupa la narrazione mediatica della situazione 

La notizia della dichiarazione di Xi Jinping è emersa da una veloce e unica fonte, segno del fatto che il controllo mediatico principale non appartiene all’Oriente, ma agli avversari.

Ciò torna utile nel momento in cui una guerra si dovesse verificare per davvero, in modo da raccontarla come uno scontro ingiustificato e perpetrato dagli interessi espansionistici cinesi. 

Il tutto per rendere più accettabile il fatto che si va (ancora) in guerra.

Quando poi, se al pubblico fosse fornita una valutazione equilibrata e veritiera di ciò che sta accadendo, questo insisterebbe senza dubbio per una risoluzione pacifica. 

Anche qui: sempre lo stesso schema.

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Francesco Iavarone

Francesco Iavarone è un autore Pugliese che da anni lavora con le parole. Scrittore, Articolista e Copywriter. La passione per la ricerca e la scrittura nascono sui banchi di scuola per poi diventare una vocazione vera e propria. Dottore in fisica, ama studiare, indagare e scrivere di temi di nicchia, scrivendo con l’intento di far emergere la verità dai fatti presentati e investigati.

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