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Generazione Z in azienda: I giovani non cercano un capo, cercano un mentore – Intervista a Giada Melis

Risorse Umane: perché “sviluppare” è meglio che “gestire”!

Si parla spesso di Generazione Z e, quasi sempre, il dibattito si concentra su ciò che i giovani non fanno: non hanno voglia di lavorare, cambiano azienda velocemente, sono poco pazienti e faticano ad accettare le regole.

Ma siamo sicuri che il problema siano loro?

Secondo Giada Melis, imprenditrice, autrice del libro “Il potenziale umano“, partner OSM in Sardegna e titolare insieme al marito Andrea Podda, della Mab&Co, la domanda da porsi è un’altra: le aziende sono davvero pronte ad accogliere le nuove generazioni?

Con un gruppo cresciuto in pochi anni da cinque a venticinque persone e un’esperienza quotidiana a contatto con imprenditori e PMI, Giada ha sviluppato una convinzione molto precisa: i giovani vanno coinvolti all’interno di un progetto capace di farli crescere.

Abbiamo parlato con lei di leadership, cultura aziendale e di come trasformare la Generazione Z in una delle più grandi risorse per le imprese.

Giada, molte aziende faticano ad attrarre e trattenere i giovani. Da dove bisogna partire?

Da una cosa che può sembrare banale, ma che in realtà è fondamentale: avere una visione chiara. I ragazzi giovani hanno bisogno di sapere dove stanno andando. Se un imprenditore non ha chiaro il futuro della propria azienda, difficilmente riuscirà a trasmettere entusiasmo agli altri.

La Generazione Z non si accontenta di un lavoro. Vuole sentirsi parte di un progetto. Un giovane deve percepire immediatamente l’identità dell’azienda, la direzione che sta prendendo e il ruolo che lui potrà avere all’interno di questo percorso.

C’è poi un altro aspetto che reputo fondamentale: il piano di crescita.

I ragazzi hanno una soglia di sopportazione molto bassa nei confronti della staticità. Se hanno la percezione di trovarsi in una situazione che non evolve, iniziano rapidamente a disinvestire emotivamente.

Per questo, già durante l’inserimento, bisogna mostrare loro un percorso concreto. Devono capire che non sono arrivati per occupare una posizione immutabile, ma che esiste un sistema meritocratico fatto di responsabilità, formazione e possibilità di crescita.

È una differenza enorme, perché un ragazzo pensa: “Oggi parto da qui, ma se porto risultati posso arrivare lì”. Ed è questo che li motiva.

Tu parli spesso dell’importanza del mix generazionale. Perché è così strategico?

Perché è uno degli ingredienti che fanno prosperare un gruppo di lavoro.

Nel mio team convivono persone di età molto diverse e ho imparato che questa è una grande ricchezza. Ogni generazione porta con sé competenze differenti.

I ragazzi più giovani sono velocissimi dal punto di vista tecnologico, hanno familiarità con strumenti digitali che per altre generazioni richiedono molto più tempo di apprendimento. Dall’altra parte, chi ha maggiore esperienza trasferisce capacità relazionali, sensibilità commerciale e competenze che si costruiscono negli anni.

La vera forza nasce quando queste competenze iniziano a dialogare tra loro e questo scambio è preziosissimo.

C’è poi un altro aspetto da considerare: se un’azienda è composta esclusivamente da persone molto più grandi, un ragazzo di vent’anni potrebbe percepirla come distante da sé.

Sono dinamiche che spesso sottovalutiamo, ma che i giovani vivono davvero. Si chiedono: “Mi sentirò a mio agio? Avrò qualcuno con cui confrontarmi? Mi sentirò parte del gruppo?”.

Creare una squadra intergenerazionale significa anche creare un ambiente in cui le persone riescono a riconoscersi.

Molti imprenditori pensano che servano più regole e più controllo. È davvero così?

In realtà no. Le regole sono fondamentali, ma non possono diventare l’unico strumento di gestione. I ragazzi di oggi non hanno bisogno di un’altra figura genitoriale. Se iniziamo a fare paragoni del tipo “alla tua età io facevo questo”, rischiamo di ottenere l’effetto opposto.

Loro non cercano un capo e non cercano nemmeno un amico. Cercano un mentore.

Hanno bisogno di qualcuno da cui imparare, di una figura autorevole, coerente e capace di rappresentare un modello a cui aspirare. Per questo motivo invito sempre gli imprenditori a porsi una domanda molto semplice: sei la persona che i tuoi collaboratori vorrebbero diventare tra qualche anno?

La verità è che la leadership non si impone, si conquista nel tempo. E non basta essere competenti nel proprio lavoro. Oggi bisogna costruire ambienti in cui le persone si sentano ascoltate e valorizzate.

Le riunioni, ad esempio, non devono essere soltanto momenti organizzativi. Devono diventare occasioni di confronto. I ragazzi devono avere la possibilità di esprimere le proprie idee e di sentirsi parte attiva del progetto.

Dobbiamo disinstallare un vecchio software mentale: pensare che, siccome sono giovani, le loro opinioni abbiano meno valore. Non è così. Anzi, spesso il confronto con loro rappresenta una straordinaria occasione di crescita anche per noi.

Se dovessi lasciare un messaggio agli imprenditori che ci leggono, quale sarebbe?

Direi di ricordarsi una frase che amo molto: non mettere uova vive sotto galline morte.

A volte noi imprenditori siamo i primi ad aver perso entusiasmo. Siamo talmente assorbiti dalla routine quotidiana da aver dimenticato le ragioni che ci hanno fatto iniziare questo percorso.

Eppure pretendiamo che i giovani arrivino pieni di energia e che restino motivati nel tempo. Non funziona così.

Prima di tutto dobbiamo tornare a essere appassionati noi, perché il vero motore di tutto è la passione. I giovani hanno bisogno di appassionarsi a qualcosa. Se non trovano questa energia in azienda, la cercheranno altrove: nello sport, nei social, in altri gruppi di appartenenza.

Il nostro compito è trasformare l’azienda in un luogo dove possano crescere, esprimere il proprio talento e sviluppare il loro potenziale. Per riuscirci dobbiamo conoscerli davvero. Dobbiamo sapere quali sono i loro sogni, cosa li entusiasma e quali obiettivi desiderano raggiungere.

Non possiamo limitarci a correggere gli errori senza aver mai dedicato del tempo a capire chi abbiamo davanti.

Alla fine, la vera sfida non è trattenere i giovani in azienda. La vera sfida è creare un ambiente talmente stimolante che possano dire: “Da quando lavoro qui, sono diventato una persona migliore.”

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Francesca Turriciano

Sono una copywriter. E mi ritengo veramente “fortunata” perché per lavoro posso “giocare” con le parole ogni giorno. Ma non solo. Posso dare sfogo a tutto ciò che amo: leggere, soddisfare la mia curiosità infinita e vivere una vita “piena”. Sì, perché il lavoro del copywriter non si ferma alla scrittura. Ogni parola che scrivo è solo la punta dell'iceberg di un mondo ricco di idee, emozioni e visioni. In effetti la scrittura ha creato “un prima e un dopo” nella mia vita ed è stata la chiave che ha aperto la porta alla mia vera essenza. Quando ho lasciato entrare la creatività, ho dato il via a un circolo virtuoso che ha portato nuova energia e tanti stimoli interessanti. È stato come un risveglio che mi ha catapultato in una nuova dimensione, fatta di scoperte sempre diverse, avventure straordinarie e storie da raccontare. Oggi sono qui per condividere questo pezzetto di viaggio insieme ad altri lettori che, come me, sono appassionati della vita e dei suoi infiniti racconti.

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