Dopo 15 mesi di sanguinoso conflitto che ha devastato la Striscia di Gaza, causando oltre 70.000 vittime stimate tra morti e feriti, Israele e Hamas hanno raggiunto un accordo per un cessate il fuoco. Questo fragile compromesso rappresenta un passo decisivo verso la riduzione delle ostilità e apre spiragli per negoziati futuri, ma si tratta di un debole tentativo come quelli degli ultimi mesi o avrà conseguenze più solide?
Già dopo poche ore dall’annuncio, slitta la riunione del governo israeliano per l’approvazione della tregua (la quale si sarebbe dovuta tenere in mattinata). Secondo quanto affermato dall’ufficio di Netanyahu: “Hamas ritratta le sue intese”, dichiarano. Tuttavia le famiglie degli ostaggi ribadiscono che “se l’accordo crolla è a causa di Netanyahu, […] né Hamas né Ben Gvir, ma Benyamin Netanyahu, sarà responsabile di qualsiasi ulteriore ostacolo al ritorno degli ostaggi. […] L’accordo deve essere avviato immediatamente in tutte le sue fasi”.
Come se non bastasse nella notte tra ieri e oggi contiamo altri 7 morti dovuti ad altri attacchi israeliani. Certo hanno fatto presto a parlare di tregua.
I dettagli dell’accordo
L’intesa entrerà in vigore il 19 gennaio, questa domenica, e si articolerà in tre fasi principali.
La prima fase durerà sei settimane e prevedere la liberazione di 33 ostaggi da parte di Hamas di donne (civili e soldatesse), bambini e anziani sopra i 50 anni. In parallelo Israele si impegnerà a rilasciare 30 prigionieri palestinesi per ogni ostaggio civile e 50 per ogni soldatessa. Durante la fase di liberazione sarà sospesa qualsiasi attività militare (ma a quanto pare l’esercito israeliano non è chiara questa parte), con il ritiro delle forze israeliane dalle aree occupate della Striscia di Gaza. Questo prevede anche il rientro degli sfollati palestinesi e l’incremento di aiuti umanitari nella regione, il dubbio tuttavia rimane sul dove gli sfollati dovrebbero rientrare, dato il fatto che le uniche cose rimaste sono polvere e macerie (circa l’80% delle infrastrutture sono state distrutte).
Nella seconda fase (durata prevista 42 giorni) saranno rilasciati gli ostaggi maschi rimanenti mentre Israele completerà il ritiro totale delle truppe dalla Striscia di Gaza. La terza e ultima fase terminerà il processo con lo scambio dei corpi degli ostaggi deceduti. In tutto ciò sarà avviata la ricostruzione di Gaza, sotto la supervisione di Egitto, Qatar e Nazioni Unite. Sarà però interessante vedere quali aziende saranno incaricate della ricostruzione: si ricordi ad esempio che in Iraq, dopo la guerra e la caduta di Saddam Hussein, i finanziamenti andarono per la maggior parte nelle tasche delle industrie americane.
La Spagna ha già annunciato un contributo umanitario di 50 milioni di euro per supportare la ricostruzione di Gaza. Dove verranno smistati questi soldi? Faremo molta attenzione a questi “percorsi”.
Il ruolo della comunità Internazionale
Il cessate il fuoco è stato possibile grazie all’intensa mediazione internazionale. Gli Stati Uniti, sotto la guida del presidente uscente Joe Biden, hanno giocato un ruolo cruciale nei negoziati. Anche il presidente eletto Donald Trump ha attribuito l’accordo alla sua imminente amministrazione, promettendo un futuro di pace e sicurezza. La cooperazione dei team dei due presidenti sembra essere stata decisiva, nonostante la fase delicata di transizione che il governo americano sta affrontando.
L’accordo è senza dubbio un passo avanti, ma la pace nella regione è tutt’altro che garantita. Il successo del cessate il fuoco dipenderà dalla volontà delle parti coinvolte di rispettare gli impegni presi – che come abbiamo visto è già abbastanza difficile – e dall’efficacia della mediazione internazionale nel monitorare e sostenere il processo di pace.



