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Fare l’imprenditrice: un modo per conquistare e donare libertà 

Fare l’imprenditrice: un modo per conquistare e donare libertà
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L’educazione non serve solo a preparare alla vita, ma è vita stessa

John Dewey

Nella maggioranza delle famiglie contemporanee, i figli passano la maggior parte del loro tempo a scuola o con degli educatori. La scuola oggi sostituisce di fatto il ruolo che un tempo era di esclusiva pertinenza delle madri, delle zie, nonni e bisnonni della famiglia. 

Fin da neonati i bambini sono immessi nella società e nella comunità attraverso gli asili nido, e via via, crescendo, sono sempre più numerose le attività di doposcuola che conciliano gli impegni di un genitore che lavora e che non può godere del supporto della famiglia. 

In questo contesto la scuola, ancor più di prima, è il terreno più fertile che esista in cui poter far crescere e sviluppare il potenziale degli uomini e delle donne del futuro. Ed è proprio di questo terreno che ho scelto di parlare con Simona Devastato, titolare di due scuole per l’infanzia, facenti capo all’Associazione ZEROSEI a Marigliano, in provincia di Napoli. 

La nascita di una vita, la nascita di una scuola 

“Mia madre ha sempre fatto l’insegnante, lavorare con i bambini era la sua più grande vocazione. Per lei la scuola non era un lavoro, era uno stile di vita, un modo di vivere

Sono cresciuta vedendo brillare i suoi occhi mentre lottava per realizzare il suo sogno e non le sarò mai abbastanza grata per avermi trasmesso tutto il suo amore e la sua resilienza nei confronti del bene più prezioso che esiste nella nostra società: i bambini. 

Nel ‘94 mia sorella Federica era in arrivo, la sua vitalità e la sua voglia di scoprire il mondo si sarebbero presto aggiunte alla mia e a quella di mio fratello. Fu proprio quell’anno che mia madre fondò la ZEROSEI, una scuola per l’infanzia dedicata ai bambini dai tre ai sei anni.”

Il coraggio della libertà 

“Da tempo la distanza dal lavoro e le crescenti responsabilità l’avevano infatti portata a prendere una decisione coraggiosa: diventare imprenditrice, unica artefice del proprio destino. 

Con due figli a carico, una in arrivo e un marito, mia madre scelse di essere libera. Voleva essere indipendente nella gestione del suo tempo, del suo denaro della sua vita. Avrebbe creato qualcosa di suo, qualcosa che sarebbe durato a lungo nel tempo. 

Ricordo che già dalle scuole medie ogni pomeriggio andavo da lei, volevo dare una mano, vedere come funzionava il suo lavoro. Già, perché mia madre era partita facendo tutto da sola. Poi, pian piano, arrivarono i primi bambini, poi le prime maestre. 

E nonostante mi sembri che tutto sia volato terribilmente veloce, oggi festeggiamo i 30 anni di attività oltre che la nascita di una seconda sede dedicata ai bambini dagli zero ai trentasei mesi.”

Un passaggio generazionale non calcolato 

“Non ho mai avuto dubbi rispetto al fatto che un giorno avrei portato avanti il progetto di mia madre, prendendo le redini della scuola, assicurandomi che continuasse a crescere ed espandersi. Mai, però, avrei pensato di doverlo fare all’improvviso, nel giro di pochi mesi, in un rapido aggravarsi della sua malattia. Fu un periodo davvero duro. Vivevo momenti di sconforto, rabbia e tristezza che però sapevo di non poter mostrare fino in fondo. 

Avevo delle responsabilità, avevo delle decisioni importanti da prendere senza alcun lusso di poter temporeggiare. Molte persone pensavano che non ce l’avrei fatta, che “sostituire” mia madre era impossibile, che avrei chiuso nel giro di poco. Ebbene eccomi qua. Mai e poi mai avrei permesso che accadesse. Insieme a mio padre ci siamo rimboccati le maniche, ci siamo fatti forza, insieme e abbiamo creduto nello stesso sogno più intensamente che mai.”

“Prima c’è l’amore, poi ci sono i ruoli”

“Anche se la fondatrice è stata mia madre, non ho avuto alcun ruolo “di diritto” a scuola. La gavetta l’ho fatta eccome, ho dovuto sudare parecchio per conquistarmi la fiducia dei genitori, delle maestre e dei bambini. Ho lavorato tanto su di me, per smussare alcuni lati del mio carattere, per diventare sempre più sicura, per essere un punto di riferimento per tante altre persone. 

Nonostante tutto, la cosa per me più importante non è sbandierare i successi che ho avuto o la leadership che sono riuscita a conquistarmi nel tempo. Per me la cosa che conta più di ogni altra è l’amore. Non puoi fare questo mestiere se hai il cuore arido, se non ti interessa nient’altro che il profitto. 

Per questo io non voglio essere chiamata “direttrice”, “dirigente” o “titolare”. Io sono e sarò sempre Simona per tutti. Ciò che facciamo a scuola io e le altre insegnanti è accompagnare i bambini nel loro percorso di vita e di crescita fornendo loro amore e trasmettendo sicurezza, solidità e trasparenza ai genitori.”

Abbiamo tanto da imparare 

Non sono,infatti, io quella che ha da insegnare agli altri. L’educazione è un processo reciproco in cui io apprendo tantissimo dai bambini. Ogni giorno per me è una lezione diversa. è per questo che la mattina quando esco di casa dico sempre: ‘Ciao, io vado a scuola!’ – e non: ‘Vado a lavoro!’.” 

Un giorno un bambino non si sentiva tanto bene, l’ho avvisato che avrei prontamente chiamato la mamma per poterlo portare a casa. Inaspettatamente, mi ferma subito e mi dice: ‘no! non chiamare la mamma, lei sta lavorando per la nostra famiglia, non disturbiamola, posso riposare anche qui, non serve andare a casa’. Rimasi scioccata dalla consapevolezza di quel bambino. 

Lo stesso accadde quando arrivarono a scuola due bambini di nazionalità cinese. Non conoscevano l’italiano. Io cercavo di preparare gli altri bambini affinché fossero gentili, inclusivi, mi preoccupavo di come anche noi maestre avremmo potuto comprenderli e seguirli al meglio. Appena varcarono la soglia della scuola compresi che le paure erano solo mie…”

La mia forza 

“Tutto il gruppo dei bambini iniziò a giocare con loro senza problemi, non era importante che non capissero il significato delle parole gli uni degli altri. La lingua era un ostacolo solo per noi adulti, di certo non per loro. Fu davvero commovente vedere quanto sia vero che l’amore vince su tutto e che le barriere esistono soltanto nella nostra mente. 

Ecco perché quando mi chiedono quale sia il mio più grande punto di forza o da dove vengano la mia grinta e la mia determinazione rispondo: è merito di mia figlia! 

Mia figlia è la mia più grande forza. La mia alleata, la mia mentore, la mia speranza. Quando mia madre ci ha salutate per sempre, lei aveva soltanto un anno, io stavo prendendo in mano la scuola, vivendo il lutto e crescendo una neonata. Lei è stata il motivo per cui tante volte, nonostante abbia mandato giù bocconi amari, ho insistito, non ho mollato.”

Un futuro di donne libere e indipendenti 

Mia figlia rappresenta il futuro, proprio come i figli delle persone che ci stanno leggendo, come i bambini che trovo ogni giorno a scuola. Quello che mi auguro per loro e per cui mi batto nel portare avanti l’attività di famiglia è la promessa di un mondo fatto di menti libere, indipendenti che ricerchino la propria autonomia economica ed emotiva ad ogni costo. Fregandosene dei pregiudizi e delle critiche degli altri e dando retta soltanto al proprio cuore. 

Mia madre scelse di mettersi in gioco come imprenditrice per essere libera, io l’ho seguita, non so che cosa vorrà fare mia figlia, ma ciò che spero è che abbia modo di vedere e toccare con mano che è possibile fare qualunque cosa, anche se si è donne, anche se si è giovani, anche se si viene da un paesino di provincia del Sud. 

Ciò che mi motiva più di ogni altra cosa è pensare alle mamme dei bambini che ho scuola, che lavorano notte e giorno, che fanno sacrifici per far sì che i propri figli ricevano una buona educazione, che vivano gli anni più teneri della loro vita nella comprensione e nella dolcezza mentre imparano le regole del vivere comune. E pensando a loro mi impegno per dare il massimo. Per fare ogni giorno di più, ogni giorno di meglio.” 

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Claudia Bosi

Editor e Ghost Writer per Engage Editore. Dopo anni di studi di Filosofia sono approdata nel mondo del lavoro e sono riuscita a fare di un dono la mia professione, grazie al contributo di persone illuminate capaci di vedere oltre un semplice curriculum. Io amo le storie delle persone, indago fra sogni ed esperienze vissute. Penso che la scrittura e la lettura siano armi potentissime che l'essere umano ha a disposizione. Le cose essenziali per crescere, comunicare, apprendere e ricordare. In quest'arte c'è la vita e il senso di ogni grande sviluppo e scoperta, è lo specchio dell'anima che riflette l'umanità tutta. Con le parole scritte si rivoluziona il mondo, ci si apre agli altri, si scopre qualcosa di sé, si lascia una traccia indelebile da qui all'eternità.

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Il Coraggio Di Fiorire: Intervista a Doretta Scutti
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Quando si parla di impresa, di realizzazione personale o professionale, si parla spesso di coraggio. Coraggio di cambiare, di sciogliere compressi, di tuffarsi nel vuoto, di rischiare, di investire ecc. Ma che cosa significa davvero, avere coraggio? E come possiamo noi ogni giorno alimentarlo e farlo vivere al di là di ogni paura e giudizio? 

L’etimologia della parola coraggio deriva dal latino coratĭcum o anche cor habeo, aggettivo derivante dalla parola composta cŏr, cŏrdis cioè ’cuore’ e dal verbo habere ossia ‘avere’. L’origine della parola coraggio dunque risiede nell’espressione: avere cuore. 

Per comprendere il significato di “coraggio”, dunque, dobbiamo passare attraverso l’esplorazione del nostro cuore.

Se ci pensi quando accordiamo uno strumento che cosa facciamo? Allineiamo le frequenze sonore affinché possa esserci un’armonia. E se rifletti su quello che accade quando prendi un accordo con qualcuno, ti puoi rendere conto che, in sostanza, fai sì che le vostre volontà vibrino alla stessa frequenza. 

Avere coraggio vuol dire quindi connettersi alla sede dell’amore, la forza più grande che esista, quella che supera ogni paura, ogni dolore, ogni giudizio. Significa tornare a vibrare con le proprie frequenze più intime, quelle appunto del cuore, che sanno come connettere ciò in cui crediamo con ciò che facciamo. 

Ed è proprio questo che ha fatto Doretta Scutti a un certo della sua vita, quando ha deciso di rifiutare un posto fisso, quando ha deciso di aprire il suo negozio e poi di chiuderlo per rivoluzionare il suo business.

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Smetti di Pensare a Cosa Fanno i tuoi Collaboratori: inizia a pensare a chi SONO. Parola di Hr Manager!
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Una delle cose che mette al proprio posto il nostro Ego è l’attività di gestire e far crescere collaboratori sotto la nostra guida. Per riuscire in questo intento, infatti, bisogna essere pronti a dedicare una grande quantità di tempo, cure ed energie ad altre persone in modo totalmente disinteressato. Bisogna essere coscienti di star piantando dei semi in azienda, i cui frutti, probabilmente non riusciremo a vedere. Semi che però faranno la grande differenza nel futuro delle nostre organizzazioni. 

Coloro che pensano di far vincere le proprie persone mettendo avanti se stessi, puntando ad un immediato tornaconto, difficilmente ottengono risultati straordinari. Difficilmente riescono a godere di una vera e propria leadership tra i propri collaboratori. Questo perché l’autorevolezza è qualcosa che ti viene riconosciuta dal basso, non ha a che fare con il ruolo o la targhetta che si trova alla porta del tuo ufficio. E quando abbiamo la responsabilità di far vincere qualcuno, si sente, se in verità ciò che puntiamo a far crescere è il nostro potere o il nostro stipendio.

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Noїr: uno store di abbigliamento simbolo di emancipazione 
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In questa rubrica abbiamo già avuto modo di parlare di come i nostri abiti siano il simbolo della nostra identità e del nostro benessere. Di come essi non siano semplicemente un modo frivolo di vestire i nostri corpi e di mostrarci al mondo.

Lo dice anche la stessa etimologia della parola “abito”. Dal latino habitus questo termine è profondamente connesso alle nostre abitudini e alla nostra disposizione d’animo, ossia il nostro carattere.

“Abito” quindi è una parola che ha che fare con i nostri comportamenti, le nostre inclinazioni e personalità. Ben più di un outfit da acquistare per un’occasione particolare, ben più di una serie di indumenti da impilare nel nostro armadio.

L’abito nel suo significato più profondo si intreccia dunque con l’etica, con la ricerca costante della propria felicità e della propria realizzazione. Non è un caso che quando ci sentiamo perfettamente allineate con i nostri valori attraverso i nostri comportamenti ci sentiamo “a casa”, abitiamo il nostro vero io.

Tutto questo lo ha colto molto bene Arianna Rubin, la nostra intervistata di oggi. Una ragazza di quasi trent’anni, un’imprenditrice e un’influencer, che da tempo lavora duramente non solo per realizzare il suo sogno, ma per far sì che ogni donna possa realizzare il suo.

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