Era il 2002 quando finalmente l’idea di utilizzare una moneta unica – nell’aria già negli anni ’50 – si concretizzò vedendo l’introduzione dell’euro e la lenta scomparsa della lira. Dopotutto l’Unione Europea era nata proprio per facilitare lo scambio economico tra nazioni vicine, dato che un’unità militare era già stata raggiunta con la NATO.
Ne abbiamo fatta di strada dal periodo postbellico quando, per facilitare un po’ la ripresa e l’economia, abbiamo visto – per chi c’era – la creazione di enti sovranazionali, come la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA) e, successivamente, la Comunità Economica Europea (CEE).
Da allora comunque esistono due opinioni contrastanti: Europa, sì o no? C’è infatti chi reputa l’intera idea uno svantaggio, altri che semplicemente non vedono di buon occhio la partecipazione dell’Italia al suo interno.
È stato un vantaggio per noi? La discussione è arrivata in specialmente per l’utilizzo dell’euro, la nostra moneta unica. Al tempo sembrò quasi necessario quanto la creazione dell’UE, utile anche per portare un po’ di stabilità e ordine in un continente dalle radici culturali comuni al tempo stesso diviso in nazioni tanto diverse tra loro.
Il passaggio alla moneta unica
Il cambio dalla lira all’euro (1 euro = 1936,27 lire) fu percepito da alcuni come sfavorevole per l’Italia rispetto ad altri paesi, come la Germania, e oltretutto il potere d’acquisto della lira era già in calo dagli anni ’80.
L’euro ha indubbiamente ridotto la volatilità delle valute europee, facilitando il commercio e creando un ambiente finanziario più prevedibile. Fondamentalmente ha creato un ambiente europeo più stabile, ma quali sono stati gli svantaggi per l’Italia?
Le sfide della moneta unica
L’introduzione dell’euro ha significato che i paesi membri cedessero il controllo delle loro politiche monetarie alla Banca Centrale Europea (BCE). La sovranità monetaria, ossia la capacità di uno stato di emettere moneta, regolare i tassi d’interesse e intervenire con politiche monetarie espansive in periodi di crisi, è stata trasferita alla BCE. Questo ha significato l’impossibilità di svalutare la moneta, avendo l’obbligo di seguire le politiche monetarie centralizzate.
Il cambio ha creato problemi per molte piccole e medie imprese italiane (PMI), che rappresentano una fetta significativa del tessuto economico del paese. Ad esempio pochissime aziende si sentivano pronte ad affrontare il passaggio, trovandosi in breve tempo a dover affrontare non solo la sfida della conversione dei prezzi, in modo da non perderci, ma anche la competizione a livello internazionale con aziende di altri paesi europei.
Molte piccole imprese hanno infatti sofferto per l’incapacità di competere con i prezzi più bassi offerti da aziende estere, per non parlare poi della situazione creatasi con l’ingresso della Cina sul mercato globale.
Davanti alla competizione con nazioni industrializzate e capaci di produrre molto più velocemente – e ad un prezzo più basso – l’Italia ha accusato il colpo.
Uno degli effetti evidenti è stata la percezione dell’aumento dell’inflazione. Molti italiani percepirono un forte aumento dei prezzi, in particolare nei beni di consumo quotidiano. Ad esempio, il prezzo di un caffè, che costava circa 1000 lire (circa 0,52 euro), salì rapidamente a 1 euro, quasi raddoppiando. Nonostante l’ISTAT affermi che l’inflazione effettiva nel 2002 fu del 2,5% e che quella italiana fu solo una percezione, il calo del potere di acquisto è stato ben evidente nell’arco degli ultimi 30 anni (incentivato ovviamente dal fatto che gli stipendi italiani non sono cresciuti in egual misura, ne abbiamo parlato qui).
Ci è convenuto?
Indubbiamente entrare a far parte di un sistema internazionale che fornisce un’impostazione di politiche monetarie e democratiche già collaudato può essere utile, specie per paesi senza una guida interna stabile ed esperta. Anche la stessa politica della moneta unica, a lungo andare, può risultare vincente: limita le difficoltà nel commercio internazionale, lo velocizza e garantisce un po’ di stabilità se ben gestita.
Le condizioni però variano da paese a paese. In Italia stiamo ancora facendo i conti con un debito pubblico mal gestito, oltre che con una scarsa produttività dovuta a pochissimi investimenti, rispetto ad altri paesi europei, in ricerca e sviluppo (nel 2019, l’Italia spendeva solo l’1,45% del PIL in R&S, rispetto alla media UE del 2,19%).
Per non parlare anche della prevalenza di piccole imprese, il che rende ancora più impegnativo investire in grandi risorse e tecnologie. In questo caso, burocrazia e pressione fiscale di certo non aiutano.
Se poi ci mettiamo pure che in Europa è consentita una libera circolazione di capitali e persone, ecco che i flussi migratori di giovani italiani all’estero aumentano sensibilmente, assieme anche agli investimenti delle aziende, vedendo lo svuotarsi di linfa vitale (persone e capitale).
Conclusioni
Potremmo concludere pensando quindi che l’adesione non sia convenuta, ma la verità è che dipende tutto dalle scelte delle nuove generazioni, le quali si trovano in una situazione economica alquanto impegnativa. Scommettere sul paese di origine o cercare fortuna altrove? Alcuni credono che solo con la prima ipotesi vedremo un’effettiva ripresa.
Tu cosa ne pensi?



