Se c’è un vantaggio nell’essere un blog indipendente e che non riceve finanziamenti da un pubblico politico, questo è proprio la libertà di parlare e fare domande senza dover sorvolare su certi argomenti ritenuti “inadeguati”.
Una di queste è emersa guardando nel futuro, alle elezioni europee di ottobre 2024. La campagna elettorale deciderà il successore dell’attuale Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, a capo dell’esecutivo europeo dal 1 dicembre 2019.
La politica di quest’ultima è stata incentrata, in questi cinque anni, sul favorire e garantire un’adeguata evoluzione dell’Europa. Dal piano per gestire il cambiamento climatico a delle strategie per favorire le PMI.
Certo, come in ogni scenario politico che si rispetti, non mancano mai le opposizioni, le critiche e i punti di miglioramento.
Ma non è su questo che vogliamo porre l’accento.
In una recente dichiarazione sul suo account X, Ursula von der Leyen ha espresso una delle più alte e succulente promesse per il suo prossimo mandato, qualora venisse eletta.
Una promessa al passo coi tempi e con i bisogni (e le paure) del bacino di elettori.
Quella di proporre uno “Scudo democratico europeo” (European Democratic Shield) col fine eroico di…
“ Rilevare la disinformazione e le cattive interferenze.
Rimuovere contenuti, anche i fake generati dalla IA.
Rendere le nostre società più forti. ”
In un discorso tenuto di recente al Copenhagen Democracy Summit, Ursula von der Leyen si è detta – citando Euronews – “preoccupata per l’aumento della disinformazione e delle interferenze straniere in Europa, avvertendo che i principi fondamentali della nostra democrazia sono sotto attacco”.
La teoria alla base del discorso è che l’Europa stia, in questi mesi, subendo un lento e costante attacco di disinformazione veicolando l’opinione degli europei e causando una serie di attacchi informatici e simili.
Lo “scudo democratico di informazioni” previsto funzionerebbe seguendo le direttive del Digital Services Act, un regolamento operativo dal 2023 che ha aggiornato le norme esistenti, decretando illegale anche online ciò che lo sarebbe già offline.
Il punto tuttavia non ispira fiducia.
Sebbene gli intenti possano essere anche nobili, chi assicura che qualcosa è disinformazione o meno?
Certamente il Digital Services Act ha la sua efficacia, ma in che modo i cittadini europei possono essere certi che la scelta del “true” or “fake” non sia invece una distinzione tra gradito e non gradito alla narrazione politica predominante?
Siamo sicuri di volere uno strumento capace di censurare e frenare qualunque informazione dallo stesso governo che non se la sente di essere totalmente trasparente, magari pubblicando messaggi ed email relativi alla trattativa per acquistare i vaccini Pfizer (vedi lo scandalo Pfizergate)?
Nei panni di un politico in difficoltà o sorpreso in affari illeciti, quanto poco ci vorrebbe a bollare un’informazione svantaggiosa come “fakenews”, incolpando chissà quale paese orientale o l’IA? Magari anche con l’aiuto di qualche mazzetta.
Pensarla così potrebbe essere da pessimisti, questo possiamo ammetterlo, eppure alla base c’è la scarsa fiducia che i cittadini ripongono nei poteri mondiali e nazionali.
La storia ci ha insegnato a essere diffidenti, sebbene ora ci sia anche da essere prudenti, tecnologicamente parlando.
Non rimane che guardare avanti, a questo inverno, con un occhio di riguardo per le europee e con il desiderio di approfondire, conoscere, studiare e acquisire quanto di veritiero ci sia dietro l’attuale rete di informazione e propaganda mondiale.
Ricordando, come sempre, che non è tutto oro quello che luccica.



