Sono le elezioni più attese e discusse degli ultimi 50 anni. Il 5 novembre l’America andrà alle urne per scegliere chi sarà il prossimo presidente. Tutto il mondo seguirà la vicenda. Si tratta di dinamiche troppo importanti per poter guardare altrove, specie perché anche l’economia mondiale potrebbe risentire della politica americana dei prossimi anni.
Qual è la situazione attuale?
Ci siamo quasi, mancano poche settimane. I sondaggi più studiati sono quelli degli stati dove le preferenze sono ancora incerte, i cosiddetti “Swing State”, dai quali dipenderà l’esito delle lezioni (vedi immagine sopra).
Ad oggi il vantaggio è di Trump che supera Kamala in 6 stati su 7.
Mesi fa l’attentato in Pennsylvania ha scosso il candidato repubblicano, regalandogli tuttavia una gran visibilità a scapito dei democratici, i quali stavano ancora gestendo la pessima performance di Joe Biden nel primo dibattito televisivo di Giugno. Poi la novità di Kamala ha permesso di recuperare terreno.
Dopodiché un ulteriore colpo di scena: Bob Kennedy, terzo candidato indipendente, sceglie di ritirarsi e di appoggiare di conseguenza il candidato repubblicano. Altrettanto fa Elon Musk, schierandosi apertamente dalla parte di Trump. L’aggiunta di questi due elementi all’equazione ha creato una miscela davvero interessante, trasformando la competizione da normale politica ad evento di rilevanza mondiale. Questo perché dalla politica americana dipendono molte cose: l’appoggio in alcuni conflitti armati, il commercio mondiale, la direzione che prenderà il campo tech e molto altro.
Si temono tuttavia delle possibili contestazioni, soprattutto a causa delle regole elettorali variegate tra i diversi stati. Ad esempio, solo in un quinto degli stati americani è necessario presentare un documento con foto per poter votare; in altri ciò è possibile anche senza un documento simile, il che creerebbe dei dubbi legittimi qualora il candidato “perdente” dovesse notare un gran divario tra i sondaggi e i risultati elettorali.
Il pericolo di una situazione di caos post-elettorale, come il 6 gennaio 2021, è dunque concreto e possibile. Ciò potrebbe destabilizzare ulteriormente gli Stati Uniti, generando con effetto domino un’insicurezza anche nei paesi in stretta collaborazione (inclusi noi).
Cosa accade se vince Trump?
Questa è la domanda più discussa. Indubbiamente vedremo un Donald molto più preparato ed efficiente, memore del primo mandato nel quale, probabilmente, nemmeno lui si aspettava la vittoria e nel quale ha dovuto gestire una leadership improvvisa e impegnativa.
Indubbiamente vedremo degli effetti sul panorama geopolitico mondiale, dopotutto lui è l’unico che potrebbe fungere da intermediario tra Russia ed Europa, garantendo una soluzione al conflitto ucraino. Oppure addirittura ad un negoziato globale con la Cina, in modo da ricreare un equilibrio economico.
Non è chiaro però quali potrebbero essere le dirette conseguenze, specie per noi italiani. La politica proposta dai repubblicani prevede infatti una preferenza verso l’economia americana, “chiudendosi” un po’ alle importazioni e lasciando l’Europa – e noi di conseguenza – privata di uno dei clienti più profittevoli di sempre.
Quello che spesso ignoriamo è che l’Italia è molto forte sulle esportazioni, specie di merce di alto valore aggiunto, ma se queste vengono acquistate meno o con meno incentivi, ci troveremo ovviamente sprovvisti di importanti occasioni. Forse questo sarebbe il modo adeguato per stimolare l’economia italiana a svilupparsi, a sua volta, in modo più indipendente e autonomo, cercando di implementare la sua offerta e investendo finalmente nei settori e nei territori fino ad ora ignorati.
Indubbiamente queste saranno elezioni storicamente potenti, capaci di incidere profondamente sull’equilibrio mondiale.
Ci aspettiamo un nuovo ciclone, ma stavolta sarà mediatico.



