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Economia di Guerra: Il ciclo di guerra e ricostruzione come modello di business

Le leggi di mercato funzionano sempre e da sempre: ad una domanda si risponde con un’offerta. Questo non cambia mai. È valido anche nei contesti più assurdi e impegnativi, come ad esempio i conflitti armati.

Anzi, specialmente in questi. Siamo infatti soliti pensare ai conflitti – più o meno grandi che siano – dove economia e salute ne risentono in modo importante; di fatto è così, ma non per tutti.

Sin dall’alba dei tempi esiste una pletora di signori che lucra senza troppi sensi di colpa sul sangue e sul piombo, possibilmente alle spalle di nazioni e culture lontane.

Anche questo, così come il neocolonialismo del quale abbiamo già parlato, è uno dei metodi per allargare i confini economici e mettere le mani su ricchezze estere e sfamando multinazionali prescelte.

È il mercato della ricostruzione. A seguito di una guerra, quando i cannoni sono taciturni ma ancora fumanti, le necessità sono molte: ricostruire le infrastrutture principali (scuole, ospedali, palazzi del governo, abitazioni), ristabilire i servizi fondamentali per il sostentamento della società (acqua, trasporti, strade, risorse alimentari) e ripristinare velocemente una rete di distribuzione dell’energia.

Sono molti i settori dell’economia di un paese che, se danneggiati, aprono le porte ad un ottimo business. Questa occasione viene solitamente colta da chi, furbamente, risulta vincitore – se non anche causa – del conflitto.

Come è andata in passato?

Il meccanismo segue una logica semplice: creare la domanda e sodisfare l’offerta, sia con le armi durante la guerra che con la ricostruzione una volta finita. Possiamo fare degli esempi chiari ed evidenti.

Potremmo vedere il trattamento riservato a Germania e Giappone una volta finita la seconda guerra mondiale. Noi stessi in Italia abbiamo avuto una proliferazione non indifferente di business e prodotti americani nel nostro territorio.

Guardando ai giorni nostri, un esempio lampante lo è stato indubbiamente la Libia dopo la caduta di Gheddafi nel 2011, nella quale Eni – la multinazionale energetica italiana già presente in Libia dal 1959 – tentò di espandersi nonostante la situazione instabile creatasi nel paese.

Un altro esempio lo troviamo nel Vietnam, dove la Brown & Root (oggi parte di KBR) riuscì ad accaparrarsi numerosi contratti, sebbene la ricostruzione fu limitata dal regime comunista. Oppure in modo molto più evidente in Afghanistan e Iraq dopo l’invasione del 2001 e 2003, dove Halliburton, KBR e Bechtel guadagnarono una fortuna dai contratti finalizzati alla ricostruzione.

Insomma, dove c’è bisogno, dopo un conflitto, magicamente appaiono le giuste aziende specializzate senza nemmeno dei concorrenti in gara per lo stesso titolo.

Ecco chi ci guadagna veramente

Oggi vediamo la stessa dinamica in atto con le guerre promosse dall’Ucraina, passata in modalità attacco, e Israele, già da qualche ventennio in modalità genocidio. Ma chi ci guadagna da tutto ciò? Gli introiti maggiori vanno alle grandi aziende che producono armi o che vi investono.

Quelle che guadagnano di più sono ovviamente le prime aziende al mondo per la produzione e il commercio alle quali i governi si rivolgono. Queste sono per la maggior parte americane, tra le più importanti al mondo abbiamo la Lockheed Martin, la Boeing, la Raytheon Technologies, la General Dynamics e la Northrop Grumman Corporation. Potremmo aggiungere anche la sesta in classifica, questa volta britannica, BAE Systems. Qui la cosa inizia a puzzare, perché i maggiori investitori di queste aziende sono in buona parte fondi di investimento finanziario o banche d’affari americane.

Si ripetono davvero spesso i seguenti nomi:

  1. Capital Group Companies. Società di gestione degli investimenti, Los Angeles (USA), privata.
  2. State Street Corporation. Servizi finanziari, Boston (USA), pubblica.
  3. The Vanguard Group. Società di gestione degli investimenti, Malvern (USA), privata.
  4. Charles Schwab Corporation. Servizi finanziari, San Francisco (USA), pubblica.
  5. Eaton Vance. Società di gestione degli investimenti, Boston (USA), pubblica fino al 2021, poi parte di Morgan Stanley (pubblica).
  6. Newport Trust. Fiduciaria e gestione degli investimenti, New York (USA), privata.
  7. Wellington Management. Società di gestione degli investimenti, Boston (USA), privata.
  8. BlackRock. Società di gestione degli investimenti, New York (USA), pubblica.

E molte altre che non inseriamo ma che sono facilmente reperibili sul web. Si leggono solitamente anche i nomi di importanti banche d’affari, come Morgan Stanley, Bank of America Corporation e JPMorgan.

Questi sono i nomi di fondi di investimento, società, aziende, istituzioni: tutti arricchiti in modo indescrivibile dagli ultimi conflitti. E parliamo di profitti percentuali impressionanti.

Per dare un’idea, la Lockeed Martin Corporation ha incrementato il suo valore in borsa dell’8% – e quadruplicato rispetto al 2012 – mentre la Northrop Grumman è aumentata oltre il 10%.

Certo però le aziende europee non son da meno. Nel primo trimestre 2024 dove la Rheinmetall (tedesca) ha visto un impressionante +80,5%, la Hensoldt +80,3%, la Saab (svedese) +56,7% e la Leonardo (italiana) +55,9%.

Il lato peggiore

Il lato peggiore è che tale commercio di convenienza viene attuato spesso grazie ai famosi aiuti economici garantiti ai paesi “vittima” di aggressione.

Cosa significa? Nel novembre 2023 il Washington Post ha pubblicato un’inchiesta (indagine simile portata avanti anche dal Wall Street Journal) dove si attesta che la maggior parte dei fondi per l’Ucraina approvati dal Congresso vengono poi spesi direttamente in America e non arrivano nemmeno oltreoceano! La maggior parte dei fondi viene spesa all’interno degli USA per costruire nuove armi o sostituire quelle inviate a Kiev: dei 68 miliardi di dollari stanziati quasi il 90% va a lavoratori e aziende americane.

Questo spiegherebbe anche tutti i sabotaggi ai trattati di pace proposti in questi mesi sia a Gaza che in Ucraina da parte di USA (e all’occorrenza anche UK). Conviene loro di continuare la guerra, conviene che le armi vengano usate, conviene che tutto rimanga così e duri il più possibile.

Capiamo dunque che l’economia bellica non è utile proprio a nessuno se non per gettare fiumi di liquidità nelle casse delle multinazionali. Ed è in questa consapevolezza che possiamo essere liberi di scegliere cosa pensare e come agire.

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Francesco Iavarone

Francesco Iavarone è un autore Pugliese che da anni lavora con le parole. Scrittore, Articolista e Copywriter. La passione per la ricerca e la scrittura nascono sui banchi di scuola per poi diventare una vocazione vera e propria. Dottore in fisica, ama studiare, indagare e scrivere di temi di nicchia, scrivendo con l’intento di far emergere la verità dai fatti presentati e investigati.

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