A seguito della tregua del 19 gennaio 2025 nella Striscia di Gaza (violata comunque in casi documentati), Hamas ha liberato tre ostaggi israeliani: Romi Gonen, Emily Damari e Doron Steinbrecher, tutte rapite durante l’attacco del 7 ottobre 2023. In cambio, Israele ha rilasciato 90 prigionieri palestinesi, tra cui 69 donne e 21 minori, provenienti dalla Cisgiordania e da Gerusalemme.
Nonostante la tregua a Gaza, le tensioni rimangono elevate in questi giorni in Cisgiordania. Il 21 gennaio, l’esercito israeliano ha lanciato un’operazione nel campo profughi di Jenin, denominata “Muro di ferro”, con l’obiettivo dichiarato di “sradicare il terrorismo” nella zona e vede protagonisti il Mossad, Idf (Forze di difesa israeliane) e le vittime (almeno 9 morti e 40 feriti).
Per quanto riguarda gli ostaggi, oltre alle tre donne già liberate, l’accordo prevede il rilascio di un totale di 33 ostaggi israeliani in tre fasi. Le prossime liberazioni sono attese nei giorni successivi, con il rilascio di sette donne nella fase successiva.
La situazione rimane però complessa e in continua evoluzione.
Cosa raccontano gli ostaggi?
Gli ostaggi di Hamas intanto, sebbene un po’ pallide e turbate, sono state dichiarate in buone condizioni di salute da parte dei medici israeliani.
La stessa cosa non si può dire dei palestinesi detenuti nelle celle israeliane, i quali a seguito della liberazione hanno iniziato a parlare dei trattamenti ricevuti, riportando l’ennesima prova dell’odio sperimentato. Le informazioni relative alle condizioni dei prigionieri israeliani sono limitate eppure qualcuno ha parlato chiaramente del comportamento riservato.
In alcune interviste rilasciate a Repubblica per l’Italia e documentate da altri media nel mondo, emerge un quadro agghiacciante, molto vicino alle pratiche criticate alle autorità statunitensi in regioni orientali.
Molti prigionieri sono stati tenuti in isolamento in celle molto piccole, con scarsa ventilazione e senza luce solare, oltretutto sovraffollate. Qui hanno subito spesso percosse a mani nude, con il calcio dei fucili o con dei manganelli, specie durante i trasferimenti o le perquisizioni quando si era più a contatto coi carcerieri.
L’igiene personale è la salubrità dei luoghi sono stati ampiamente ignorati. Le coperte e le lenzuola, ad esempio, erano spesso bagnate, l’acqua disponibile era limitata a un’ora al giorno e l’acqua calda era frequentemente assente, per non parlar poi delle perquisizioni corporali umilianti.
Relativamente al cibo riservato ai prigionieri, le razioni di cibo erano insufficienti, e il cibo era spesso avariato, come riso semicrudo e uova marce. L’assistenza medica era ovviamente negata (se non per mantenerli in vita quanto bastava), sostituita invece da aggressioni sessuali, perquisizioni, pestaggi e trattamenti disumani.
Khalida Jarrar testimone e vittima
Molte di queste informazioni ci arrivano dai prigionieri recentemente liberati, in particolare da Khalida Jarrar (foto in evidenza), nota attivista palestinese e membro del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), la quale ha recentemente condiviso un resoconto drammatico delle sue esperienze nelle carceri israeliane, confermando i punti precedentemente elencati e aggiungendo dettagli ancora peggiori. Come descritto dalle sue parole, la detenzione è stata un vero e proprio “ritorno al Medioevo”.
Per sei lunghi mesi, Jarrar è stata confinata in una cella di un metro per due, priva di luce solare e con ventilazione inesistente. La cella, simile a una tomba, era dotata solo di una panca di cemento e un bagno fatiscente, rendendo il luogo tanto gelido in inverno quanto soffocante d’estate. Per sopravvivere, si sdraiava a terra, cercando disperatamente aria fresca attraverso una fessura sotto la porta.
Le sue condizioni di detenzione erano accompagnate da maltrattamenti sistematici. Ha raccontato di guardie che gettavano gas lacrimogeni nelle celle, picchiandola e privandola del contatto con il mondo esterno. Nonostante fosse diabetica, le veniva somministrato cibo crudo, e l’assistenza medica era inesistente.
Durante sei mesi di isolamento totale, non ha avuto alcuna notizia del mondo esterno, vedendo suo marito solo al momento del rilascio. Ha denunciato queste pratiche come misure coercitive illegali, che non solo distruggono fisicamente ma tolgono anche anni di vita.
Le sue parole non si limitano alla propria esperienza, ma hanno permesso di avere la conferma che ogni prigioniero è trattato in modo disumano. Possiamo affermare che si tratta di una vera e propria emergenza nazionale.
Rilasciata in condizioni fisiche precarie, Khalida Jarrar è apparsa irriconoscibile rispetto alle sue foto di un tempo. Il suo corpo porta i segni di questa dura esperienza, ma la sua voce continua a denunciare con forza la brutalità del sistema carcerario israeliano, questione della quale occorre ormai prendere atto, senza nascondersi dietro la popolarità della quale il governo israeliano gode presso quelli esteri.



